Dreams (Michel Franco, 2025)

Dreams, la violenza sistemica degli Stati Uniti

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Negli ultimi anni la cinematografia di Michel Franco ha avuto un’importante exploit – soprattutto nel mondo festivaliero. Dalla presentazione a Venezia nel 2020 di Nuevo Orden (vincitore del Gran Premio della Giuria) in avanti, il regista messicano di Sundown e di Memory ha incontrato un riconoscimento nel pubblico cinefilo abbastanza importante, anche se quasi mai pienamente concorde visto il suo approccio glaciale nel raccontare la violenza. Elementi, questi, che hanno caratterizzato la parabola del suo ultimo lavoro: Dreams, presentato in concorso alla scorsa Berlinale. Un’opera, questa, che racconta attraverso una storia d’amore tortuosa e complicata il difficile rapporto politico tra Stati Uniti e Messico, fatto di amore e rispetto come di violenze e abusi più o meno evidenti.

In Italia, Dreams è arrivato nelle sale italiane il 20 novembre 2025 grazie a Fandango.

Contrasto melodrammatico

Protagonista di Dreams è Fernando (Isaac Hernández), giovane e talentuoso ballerino messicano, che sogna il riconoscimento internazionale e una nuova vita negli Stati Uniti. Convinto che Jennifer (Jessica Chastain), una raffinata filantropa dell’alta società americana e sua amante, lo sosterrà nel realizzare le sue ambizioni, decide di lasciarsi tutto alle spalle e mette in pericolo la sua vita pur di inseguire il suo sogno. Ma il suo arrivo finisce per sconvolgere il mondo attentamente costruito da Jennifer. Disposta a tutto pur di proteggere il futuro di entrambi e tutto ciò che ha costruito attorno a sé, Jennifer dovrà affrontare le conseguenze delle proprie scelte.

Il fulcro drammaturgico di Dreams risiede tutto nella storia d’amore tra Fernando e Jennifer – un amore impossibile, passionale e torbido. Franco mutua gli elementi del melò per caratterizzare il tormentato e complesso rapporto dei due protagonisti del suo film: provenienti da classi sociali (nonché da Paesi diversi), i due amanti vivono in clandestinità un rapporto molto carnale e complicato, ostacolato dalle aspettative sociali che limitano la possibilità di sopravvivenza dello stesso. A differenza del melodramma classico (alla Douglas Sirk, per intenderci), in Dreams ciò che ostacola il rapporto non è tanto un’agente esterno, quanto dei pregiudizi e delle aspettative che gli stessi protagonisti vivono.

Il contrasto all’interno della relazione, infatti, è legato allo scontro tra le aspirazioni ad una vita migliore negli Stati Uniti voluto da Fernando e dalla vergogna provata da Jennifer – filantropa a capo di una no profit che finanzia le arti in Messico – nel rendere pubblica una storia d’amore con un immigrato messicano. Un amore, dunque, ostacolato dall’interno, che darà vita a dinamiche oggi diremmo tossiche e complesse tra i due amanti.

Dreams (Michel Franco, 2025)

Ciò che interessa, tuttavia, davvero a Franco non è la storia d’amore in sé: attraverso il suo sguardo glaciale e distaccato (il debito registico nei confronti di Michael Haneke è sempre evidente nelle sue opere), Dreams trasforma un tradizionale melò in una riflessione politica sui rapporti tra Stati Uniti e Messico. Michel Franco sfrutta dunque la relazione tra i suoi due protagonisti per descrivere il complesso rapporto che s’instaura tra i due Paesi confinati – acuito dalle politiche dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, che durante la sua prima presidenza fece ergere il celebre muro tra i due Paesi e che oggi, al suo secondo mandato, autorizza un dispiego massiccio della ICE per operare deportazio di massa.

In quest’America in cui i rapporti con i vicini meridionali si fanno sempre più tesi, dunque, Franco ambienta un’opera che mette al centro non tanto le politiche dei suo capo di Stato, quanto piuttosto ridicolizza ed evidenzia le ipocrisie e lo sbilancio di potere che gli USA hanno in questa relazione: Jennifer – simbolo di un mondo americano più ricco e inevitabilmente caucasico, sottolineato da un vestiario sempre virato sui toni bianchi o pastello che ne evidenziano l’incarnato pallido – sia pur benintenzionata e bendisposta verso la popolazione messicana non può fare a meno di evitare di associarsi in qualche modo ad essa, sfruttando la propria posizione di potere e di privilegio dettata anche da un maggiore capitale.

La centralità del corpo in Dreams

Dreams (Michel Franco, 2025)

La riflessione politica che Dreams cerca di sviluppare passa, dunque, attraverso il corpo dei suoi protagonisti: Franco con grande perizia indaga nelle sue inquadrature i rapporti che s’instaurano tra i corpi di Chastain e di Hernández (che, dettaglio non da poco, interpreta il ruolo di un ballerino). Dal rapporto carnale che i due vivono con grande trasporto fino ad arrivare ai forti conflitti che caratterizzano l’ultima mezz’ora della pellicola, Dreams utilizza i corpi fisici dei due suoi protagonisti per raccontare le tensioni, le violenze e le complicità che caratterizzano tale rapporto non solo amoroso, ma sociale. Franco trasfigura il corpo attoriale attraverso la macchina da presa, per farli divenire sineddoche di due Paesi in continuo conflitto politico – e non solo.

Il sesso – grande protagonista della prima parte di Dreams, raccontato senza inibizioni né vergogne, ma mettendo al centro la tensione e il piacere tra i due protagonisti – dunque non è solo racconto di desiderio, ma descrive una tensione sotterranea, un legame che i due personaggi (e i due Paesi) intrattengono e dal quale non pare possano astrarsi facilmente. Vani sono i tentativi di allontanarsi: la passione saprà sempre come trovarli e come riunirli. Tale centralità della corporeità trova massimo completamento nella conclusione della pellicola.

A seguito di una tragica confessione del personaggio di Chastain, Fernando (in una posizione continuamente subalterna rispetto alla controparte femminile) decide di ribellarsi alla gerarchia implicita nella coppia attraverso gesti estremi che passano e si scagliano soprattutto sul corpo di Jennifer. Alla carnalità del rapporto sessuale tra i due protagonisti può solo opporsi, nella logica dei corpi stabilita da Franco, solo una punizione che proprio sul corpo trova il suo luogo prediletto.

Proprio qui molti critici storcono il naso: Dreams sceglie di raccontare la rivolta del protagonista maschile attraverso una prigionia forzata e uno stupro ai danni della coprotagonista femminile – mostrato in parte all’interno della pellicola. Questo atto in Dreams finisce per risemantizzare il rapporto tra vittima e carnefice, che viene così ad essere più sfumato e complesso – quello che il film descrive, di fondo, è una relazione tossica in cui l’amore che i due amanti provano finisce per procurare loro nient’altro che dolore.

Dreams (Michel Franco, 2025)

Il contrasto con il racconto della sessualità della prima metà di Dreams diviene così immediato agli occhi dello spettatore, il quale tuttavia non può esimersi dal porsi delle domande etiche rispetto alla rappresentazione di un atto di violenza di questa portata – soprattutto se filmato da un regista uomo che già in altre sue pellicole racconta la ribellione delle classi subalterne attraverso la violenza sessuale (Nuevo Orden). Quanto è giusto che un regista faccia propria una violenza sessuale così terribile e la mostri all’interno della sua pellicola?

Se a questa domanda ogni lettore saprà trovare una propria risposta personale, quello che è certo è che Dreams descrive una parabola politica sull’ipocrisia degli Stati Uniti – incarnata da una conturbante Jessica Chastain – e sulle violenze sistemiche contro i migranti messicani con il gelo e la freddezza che contraddistingue il cinema di Franco. Una freddezza che, però, si riversa anche nell’esperienza spettatoriale: se nel cinema di Haneke lo sguardo glaciale della macchina da presa genera sempre un forte senso di disagio in chi guarda le sue pellicole, in Dreams il gelo dello sguardo di Franco crea solo una forma di distacco nello spettatore, rendendo l’esperienza di visione coinvolgente più su un livello intellettivo che emotivo.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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