Sebastian Stan, Renate Reinsve, Vanessa Ceban interpretano una famiglia romena che si trasferisce nei fiordi norvegesi in una scena del film Fjord

Cannes 79 – Fjord, l’invenzione della verità

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Presentato in Concorso a Cannes 79, Fjord è solo formalmente il primo film di Cristian Mungiu girato fuori dalla sua Romania: non un racconto che mima la geografia di destinazione, ma il suo solito inconfondibile processo autoptico alle istituzioni, alle etnie, alle forme di educazione. Mungiu utilizza una storia ambientata nei fiordi del nord della Norvegia, dai paesaggi annebbiati sfiorati da bagliori e montagne, solo per correlare i destini radicalizzati che attendono una qualsiasi cultura, anche la più apparentemente insospettabile e giusta, con la maschera del politicamente corretto che continua a mietere nuove vittime sacrificali.

Fjord sarà distribuito prossimamente nelle sale italiane grazie a Bim Distribuzione.

Fjord, una storia di violenza senza prove

La famiglia protagonista rumena (Renate Reinsve, Sebastian Stan, Vanessa Ceban) si ritrova insieme in una scena del film Fjord

Mihai (Sebastian Stan), Lisbet (Renate Reinsve) e i loro cinque figli formano una famiglia evangelica che è appena giunta dalla Romania tra i fiordi remoti del titolo: lui è un ingegnere romeno rigido e rigoroso, lei un’infermiera norvegese morigerata e composta, dall’etica inscalfibile e fedele al ruolo di moglie e madre. Ma sono soprattutto i figli, gentili ed educati, a vivere quel sistema di culto e rinunce: le preghiere ogni sera, il divieto assoluto di schermi e musica moderna, le punizioni esemplari per «imparare a capire quando si è sbagliato».

Quando sul corpo della figlia Elia (Vanessa Ceban) compaiono alcuni lividi, nella piccola comunità iniziano a montare i sospetti che ci sia stato un abuso, che quella famiglia nasconda una violenza legittimata dalla propria cultura di appartenenza. Vengono così allertati i servizi sociali, inizia un’indagine, con deposizioni, dichiarazioni, indizi ogni volta insufficienti, ma intanto tutti i figli, persino il più piccolo, ancora neonato, vengono presi in custodia, in anticipo di un processo che potrebbe per ipotesi ricadere anche nel penale.

La verità in Fjord, come in tutto il cinema di Mungiu (la possessione di Oltre Le Colline, l’aggressione di Un padre, Una Figlia, il segreto nel bosco di Animali Selvatici), non viene però mai mostrata del tutto, è un colpevole lasciato fuori campo, un dispositivo soggettivo e adattabile all’occasione. Ma è anche ciò che innesca quello che importa davvero: un supposto teorico validato dal pregiudizio che si trasforma in questione di Stato, di legge, di burocrazia istituzionale e quindi inevitabilmente anche di disciplina culturale.

Fjord, contro il mito di un’Europa perfetta

Sebastian Stan è Mihai in una scena del film Fjord

Fjord racconta allora non tanto di un’accidentata storia di immigrazione, ma di come ogni cultura, a prescindere dalla provenienza, si chiuda in se stessa, nel proprio sistema moraleggiante. C’è ovviamente la solita Romania di Mungiu, professante e tifosa della propria fazione, che raccoglie firme, appare nei media, si lancia in furiose manifestazioni insieme alle destre di tutto il mondo. Ma in modo meno banale c’è anche quella Norvegia ideale, che è tra i paesi più felici al mondo, con un tasso di welfare invidiabile in tutta Europa, e che, non a caso, nella trilogia di Haugerud (Sex Dreams Love) diventava anche un’utopia impeccabile persino nel modo di intendere le relazioni – parlandosi e capendosi senza guerre e rancori.

Ma anche quella Norvegia proverbiale, fatta di giustizia e buone maniere, ci dice Fjord, può assumere un carattere autoritario: col suo modo paralizzato e dogmatico di far rispettare i precetti laici e simil-democratici, finisce per trasformarsi nella caricatura del proprio umanesimo compassionevole, che «lascia liberi di dichiarare il proprio orientamento sessuale, ma non di professare la propria religione». Come ne Lo Straniero di Camus quello che subiscono Mihai e Lisbet è infatti più verosimilmente un processo ai costumi più che ai gesti e ai comportamenti, una condanna esemplare che dovrebbe nobilitare con fare egocentrico chi la vuole applicare, per auto-assolversi e sostituire alle altre culture la propria unica comunità.

Una scena del film Fjord di Cristian Mungiu

Ma se nel microcosmo di Fjord le prime divisioni ideologiche prendono posto proprio nello spazio prossimo del vicinato, tra la famiglia inflessibile dei Gheorghiu e quella progressista degli Halberg, le loro due rispettive figlie – la protagonista Elia e la sua simmetrica ribelle Noora (Henrikke Lund-Olsen) – riescono invece a stringere un’amicizia fraterna e sincera, di affetto e non di cultura impositiva. In quella nuova e successiva generazione cosmopolita, cittadina del mondo e non ancora sporcata di radicalizzazione, c’è tutto il senso di speranza di Mungiu: un relazionarsi mistico e miracolare, che permette di camminare sopra l’acqua, contro una fisica della verità che invece vorrebbe far affondare tutto il resto.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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