«Sto pensando di finirla qui» e il (bellissimo) cinema di Kaufman

la vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte
(Céline, Viaggio al termine della notte)

Dal 4 settembre è disponibile su Netflix il nuovo film di Charlie Kaufman, Sto pensando finirla qui. Con protagonisti Jesse Plemons e Jessie Buckley.

Per comprendere la natura di Sto pensando di finirla qui è utile dare qualche coordinata sullo stile e sulla poetica del suo regista. In caso contrario, il film risulterebbe comunque un ottimo stimolo per riflettere sulla vita in un modo in cui si riflette su di essa sempre più di rado nella quotidianità odierna.

La poetica di Charlie Kaufman come punto di partenza

Che la questione esistenziale rivesta un ruolo privilegiato nell’attività da cineasta di Charlie Kaufman è cosa nota a tutti coloro i quali abbiano visto i suoi ultimi film o conoscano lo sfondo concettuale delle sue sceneggiature.

Temi quali l’amore, la vita nel suo fluire inesorabile verso la decadenza fisica e spirituale, le reazioni psicologiche disturbanti alle vicende esistenziali, rappresentano il campionario tematico e teorico del suo lavoro artistico. Un aspetto collegato a questi temi è il modo particolare in cui Kaufman li affronta, restituendoli in una scrittura scenica concettuale che forma un circolo ambizioso tra domande e pensieri talmente radicati nella natura umana intellettuale da essere considerati “antropologici” e le riflessioni emozionate che tali domande e tali pensieri suscitano nei personaggi e nello spettatore.

Quello di Kaufman è un cinema che si fonda sulla corrispondenza empatica, riflessiva ed emozionale tra personaggi e spettatori. Kaufman, infatti, fin dalla sceneggiatura di Being John Malkovich (1999) e poi con Eternal Sunshine of a spotless mind (2004), ha dimostrato di essere un abile esponente dello psico-dramma affinando rappresentazioni ingarbugliate delle emozioni, che, con realismo psicologico, descrivono in modo eccelso la complessità irriducibile della natura umana.

Il romanticismo «Sto pensando di finirla qui»

La descrizione antropologica ed esistenziale nata nella mente di Kaufman è stata a lungo segnata dalla santificazione del romanticismo. Descritto sia come attitudine redentrice della negatività della vita, sia nella forma del rimpianto nostalgico. Questa esaltazione del sentimento raggiunge l’acme in Anomalisa in cui il romanticismo, vero protagonista, è descritto come il plot-twist esistenziale, che, essendo l’unica vera reazione di bontà alla costitutiva vulnerabilità umana, irrompe casualmente nella vita di una persona colorando una esistenza grigia, sfinita e rassegnata. Illuminandola di bellezza e di autentica iper-emozione per un momento, prima di finire nella memoria come il ricordo indelebile di ciò che l’essere umano può essere oltre il proprio mal de vivre.

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Sto pensando di farla finita è del tutto privo di romanticismo, e questo aspetto segna un cambiamento nella poetica di Kaufman. La coppia è più razionale, più fredda, più disincantata rispetto alle emozioni. Il legame coniugale si risolve in pochi atti di gentilezza e in approfonditi colloqui colti sull’esistenza, in domande esistenziali, in sopraffine analisi cinematografiche concettuali. Tuttavia, il continuo gioco psicologico del “penso, ma non dico” è presente nel personaggio femminile, i cui pensieri vengono interrotti dal fidanzato. Il quale, esattamente come nella vita reale, non dice a lei cosa sta capendo di quello che pensa, ma si limita a interromperle il flusso del pensiero, facendo domande, e a riportarla alla realtà esteriore. Sequenze che denotano una strabiliante riproduzione di un certo rapporto di coppia, denotativa della maestria di Kaufman nello screenwriting.

Infatti questo straordinario realismo è controbilanciato dal fatto che il soggetto del film resta sempre la rappresentazione esistenziale della condizione umana in un’ottica di intrinseca negatività insuperabile, segnata da dolore, spaesamento, sconforto, quando la si pensa più profondamente. Alternati, però, da risate e gioia effimera e semplice, quando si distoglie lo sguardo della mente dalla negatività. Essa, però, è sempre lì, e puntualmente, rispunta fuori violentemente, proprio perché ineliminabile dalla vita umana. Il romanticismo è presente solo come messa in scena, come spettacolo teatrale imitazione della scena finale di A Beautiful Mind, cioè come un’ attitudine farsesca della natura umana. Una dolce menzogna dannosa che impedisce la verità dell’amore, di cui l’essere umano è sia vittima che artefice.

il viaggio al termine della notte

Sto pensando di finirla qui

Dai toni pessimistici leopardiani, i film di Kaufman non hanno una vera e propria trama, le sceneggiature sono spaccati esistenziali di vita comune, i quali non sono che strumenti per descrivere i veri protagonisti dei suoi film: le tematiche esistenziali. Nel caso di Anomalisa, ad esempio, il ruolo di un certo romanticismo “serendipico” nella vita umana. In Synecdoche, New York, l’auto-narrazione della propria vita come tentativo euristico del suo senso.

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Sto pensando di finirla qui, invece, è scritto come una meta-rappresentazione tematica. Cioè il tema del film coincide con la diegesi ad un livello molto più alto e raffinato rispetto ai precedenti film di Kaufman. La diegesi subisce diverse inversioni. Dall’inserzione film-nel-film all’intermezzo pubblicitario, fino a una potente svolta teatrale. La sceneggiatura è riccamente discontinua, non è lineare. Ciò vuol dire, e si capisce chiaramente, che la sceneggiatura non è quella di una storia, di un racconto. Altro segno di ciò è l’introspezione e il “discorso interiore dell’anima con se stessa” come lo chiamava Platone, ricorrente e non funzionale allo sviluppo di vicende raccontate.

Sto pensando di finirla qui

La psicologia dei personaggi è fine a sé stessa, cioè è essa stessa l’oggetto della sceneggiatura. Kaufman rappresenta (e non racconta) la riflessione esistenziale espressa dai suoi stessi personaggi.

Perché «a volte un pensiero può essere più vicino alla verità, alla realtà, di un’azione. Puoi dire qualsiasi cosa, fare qualunque cosa, ma non puoi fingere un pensiero».

Sto pensando di finirla qui

Il vero e proprio soggetto della scrittura scenica è la mente umana stessa che scorre come uno stream of consciousness nelle due direzioni del tempo. Ripercorrendo e anticipando una intera vita in un viaggio al termine della notte della coscienza e della psiche umana, fatto in una corsa in macchina nella cornice di un paesaggio desolato e isolato da una bufera di neve. la metafora del viaggio trova il suo esito simbolico finale in un nitido e chiaro mattino in cui, dopo la sua estenuante odissea, il pensiero riposa seppellito e invisibile sotto una coltre di candida neve. Questa peregrinazione del pensiero che si domanda sull’esistenza è intrecciata alle unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione, ma è inserito in una atmosfera scenica misteriosa, surreale ed ermetica, scritta con un distacco dalle vicende “normali” in un crescendo a climax ellittico che sposta la sceneggiatura dal quotidiano all’onirico. Ciò disorienta e stordisce lo spettatore che progressivamente è spinto ad interrogarsi sul senso del film stesso, sul suo messaggio, in assenza di una storia lineare, controllata e coerente.

il cinema di Charlie Kaufman

Sto pensando di finirla qui

il film si presenta come sofisticato e colto psico-dramma filosofico con una inequivocabile Stimmung horror, a tratti simile alle sequenze lynchane e alla suspanse rarefatta di Robert Eggers. Ricco di citazioni dirette e indirette che vanno da Wordsworth a Nietzsche. Kaufman è consapevole della natura inclusiva del cinema e della sua potenza comprensiva. Sa cioè che il cinema è l’arte suprema, non solo perché rappresenta la vita, ma perché ha la capacità di mostrare e di ricomprendere tutte le forme d’arte e tutte le discipline. Il cinema di Kaufman è infatti un bellissimo sincretismo culturale, che nel suo ultimo film viene ordito in una sceneggiatura surreale da vero e proprio realismo magico e da viaggio immaginifico. O, meglio, si potrebbe dire, realismo onirico. Riservandoci di trovare, col tempo, una comprensione più adeguata e più completa del cinema di Charlie Kaufman.

Ciò che risulta evidente, per ora, è che il ruolo didattico del cinema, oltre a quello esortativo alla riflessione su ciò che espone e mostra, aspetti connaturati a qualsiasi lavoro cinematografico, sono perfettamente assolti dal lavoro cinematografico di Kaufman in generale, e in questo film in modo speciale.

C’è un estremo bisogno di un regista del genere oggi, come ieri e come domani. In ogni tempo, infatti, i registi che utilizzano in modo sapiente e creativo i dati culturali e scientifici extra cinematografici per fare film elaborati, complessi, di non immediata comprensione, sono uno straordinario vettore di propagazione e di istruzione culturale. Il cinema di Kaufman produce il risultato della conoscenza e, magari, dell’approfondimento di tematiche settoriali di discipline scientifiche e di ambiti artistici specifici. I suoi film sono raffinate, interattive, e culturalmente ricche opere aperte alla meditazione personale sull’esistenza.

Anche Sto pensando di finirla qui è pensato interamente per coinvolgere lo spettatore e attirare la sua attenzione sulla questione dell’esistenza. C’è bisogno dell’intervento interpretativo e riflessivo del fruitore, altrimenti il film resta monco, senza l’interazione tra le riflessioni sulle tematiche esistenziali nel prodotto audiovisivo e quelle nella testa dello spettare. Qui sta la corrispondenza, pensata come una correlazione compensativa: alle riflessioni esistenziali del film seguono gli ulteriori ragionamenti dello spettatore su quegli stessi temi, che le completano.

In ciò risiede il talento di Kaufman, nello stabilire una connessione perturbante e meditativa tra la scrittura scenica e lo spettatore, come in un film d’autore d’altri tempi che, però, ha tutta la potenza dell’innovazione.


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Lorenzo Pampanini

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