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Peaky Blinders: The Immortal Man, la promessa mancata di un gran finale

9 minuti di lettura

Dopo ben quattro anni dalla sesta stagione di Peaky Blinders, con l’arrivo di The Immortal Man il Garrison pub ha finalmente riaperto al pubblico. Alcuni di noi, come c’era da aspettarsi, nel frattempo avevano voltato pagina e dedicato tempo a qualche altro prodotto Netflix, o alle serie ricomparse dopo un lungo letargo, come Stranger Things. Per fortuna The Immortal Man non ha seguito la stessa scia, chiudendo la serie cult di Steven Knight con dignità e senza palesi, colossali buchi di sceneggiatura.

Eppure non si può dire che quest’atto finale sia stato epico, né che sia riuscito a soddisfare le aspettative; una verità piuttosto amara da digerire, sapendo bene cosa la penna di Steven Knight ci ha dato in passato.

Peaky Blinders, dove eravamo rimasti?

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La sesta e ultima stagione di Peaky Blinders si era conclusa con la morte di Michael Gray, dopo il suo tentativo fallito di spodestare Thomas (Cillian Murphy) e prenderne il posto, e con l’uscita di scena di Lizzie Shelby, distrutta dalla perdita della piccola Ruby e decisa a lasciarsi alle spalle il marito infedele. Il finale di stagione aveva visto l’entrata in scena di Erasmus “Duke” Shelby, figlio illegittimo di Tommy e da lui stesso scelto per prendere le redini della gang.

The Immortal Man fa un salto in avanti di sei anni e ci mostra un Thomas Shelby ai minimi storici, solo, disilluso, tormentato da ombre e ricordi; finché una combinazione di eventi lo spinge a rientrare in scena… solo un’ultima volta, prima di ritrovare la pace.

Perché The Immortal Man non è il meglio di Steven Knight

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Visto come la sesta stagione di Peaky Blinders si era conclusa, difficilmente ci saremmo aspettati che The Immortal Man ruotasse attorno al tema del passaggio di testimone. Innazitutto perché nel finale la transizione era già avvenuta — peraltro, spontaneamente — e proprio per scelta di chi avrebbe dovuto farsi da parte; ma più di tutto perché il Tommy Shelby di questo film, così come lo avevamo lasciato quattro anni fa, vuole tutto fuorché riappropriarsi della corona.

Tommy Shelby agogna la pace e nient’altro; neanche spera più nella remissione dei suoi peccati, consapevole che siano troppi e troppo gravi da perdonare. Ecco perché lo scontro finale con Duke, che durante il film viene venduto per necessario, è ingiustificato, e più che sembrare inevitabile funziona da scorciatoia che conduce alla tanto voluta liberazione. Per il protagonista di una serie cult, ben più sensata sarebbe stata un’uscita di scena solitaria, preferendo poesia e coerenza ad un solo proiettile, sparato da lui stesso per farla finita.

Ed ora veniamo a finalmente a Duke, occasione mancata di costruire un personaggio coi fiocchi. Sangue Shelby decisamente ma ben più amorale del padre, viene accusato da Tommy stesso di aver oltrepassato i limiti della decenza, per poi non intraprendere alcun percorso di redenzione né degenerare. Il progresso umano a cui assistiamo per Duke in The Immortal Man è incapacità di voltare le spalle alla propria famiglia, minimo insindacabile per guadagnarsi il cognome Shelby. Anche se il recasting con Barry Keoghan è un guizzo di genialità, quello di Duke resta un arco narrativo con soltanto del potenziale, che giacerà per sempre nel cassetto di Steven Knight.

Peaky Blinders: The Immortal Man, insipide new entry e dolorosissime assenze

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Pur essendo Tim Roth un professionista di tutto punto, il suo Beckett è un villain che non ha avuto il tempo di farsi odiare, che in mezz’ora di tempo su schermo appare e scompare come ci aspetteremmo. Non ideale l’indifferenza nei confronti di un traditore, soprattutto se un attore di alto livello veste i suoi panni (tutt’altro era accaduto nella scorsa stagione con Mosley, a cui pochi istanti erano bastati per raccogliere odio da tutte le parti, per più di un motivo).

Peaky Blinders ha sempre vantato un’incredibile quota rosa (Esme, Lizzie e, naturalmente, la Polly Gray di Helen McCrory), che The Immortal Man purtroppo fatica a restituirci. Il massimo che il film riesce a fare è rimpiazzarle con l’ombrosa Kaulo, sperando che il talento di Rebecca Ferguson riesca a farcene scordare l’inutilità. Fatto passare come omaggio alla memoria di Polly Gray, e alla cultura gipsy a cui Tommy è tanto legato, Kaulo scade nell’essere solo una delle sue tante amanti, e i suoi giochetti psichici hanno l’unico effetto di far sentire la mancanza di Esme e della sua verve.

Ad Ada Shelby non è certo riservato un trattamento da re, ma per lo meno la sua dipartita – luoghi e modalità – ha un senso compiuto, e si presta ad essere archiviata come inevitabile. Più che nel bel mezzo di un film che sa di episodio isolato, sarebbe stato meglio nel contesto di una stagione, per dare al suo personaggio un finale degno della sua storia. Il problema più grande di The Immortal Man è la scomparsa del resto della famiglia.

Accettabile l’assenza di riferimenti a Lizzie e a Finn, nonostante ne siano stati parte integrante, ma il destino di Arthur è di certo da commentare. Non tanto per la scelta plausibile di farlo fuori, ma per la velata snaturazione del suo personaggio e la negazione finale di quello che rappresenta: la parte più umana di Tommy e anche la più fragile, forse la sola in grado di provocarne la dipartita e la sola di cui lui stesso non si sarebbe mai liberato.

Un finale male organizzato, con climax isolati

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I rimandi al meglio di Peaky Blinders in The Immortal Man non sono mancati, ricordandoci i motivi che ci hanno fatto amare la serie (il rimando alla prima scena del primo episodio riesce più della sparatoria finale ad alzare l’hype!). La colonna sonora è perfetta, come è sempre stata; le ambientazioni restano evocative e curate e la sceneggiatura, nonostante i limiti, raggiunge picchi di altissimo livello dimostrando che Steven Knight non ha perso del tutto l’ispirazione.

Come spesso accade al cinema, è tutta una questione di tempo, perché propro il poco tempo a disposizione ha impedito al film di mantenere gli standard di qualità a cui Peaky Blinders anno dopo anno ci ha abituati. Quello che avrebbe dovuto essere il coronamento di un grande percorso narrativo ha finito per sembrarne solo una piccola parte, l’episodio finale di una stagione che non esiste; è consolante che per una volta il problema non sia una sceneggiatura di poco valore, ma al contempo fa rabbia rendersi conto che a The Immortal Man serviva solo un’oretta in più.

Quando si riesce a godere a lungo di qualcosa di eccezionale è inevitabile aspettarsi il meglio per il suo epilogo. Negli ultimi anni abbiamo imparato che sono soprattutto i grandi finali a poter deludere; ma che The Immortal Man rientri tra le grandi occasioni mancate resterà difficile da digerire ancora per molto.


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Classe 1996, ingegnere aerospaziale, il cinema è la mia grande passione da quando ho memoria. Nerd dichiarata, accanita lettrice di classici, sogno di mettere anche la mia formazione scientifica al servizio della Settima Arte. Film preferito? Il Signore degli Anelli.

1 Comment

  1. Bellissimo articolo,fatto con criterio e competenza estrema .L’autrice colpisce per precisione ed padronanza della materia ,ottima disamina

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