Perché «The Marvelous Mrs. Maisel» è una serie perfetta

A pochi giorni dalla messa in onda della terza stagione di The Marvelous Mrs. Maisel, analizziamo i tratti che hanno contraddistinto sino ad ora questa frizzante serie tv di ambientazione new yorkese. Perché se Netflix gode ancora del più vasto pubblico streaming, Amazon Prime avanza per la qualità dei propri prodotti. Primo su tutti proprio The Marvelous Mrs. Maisel. Scopriamo perché.

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Marvelous Mrs. Maisel

«The Marvelous Mrs. Maisel», la fantastica signora… Brosnaham

The Marvelous Mrs. Maisel nasce dalla mente di Amy-Sherman Palladino, già regista e produttrice dell’amatissima serie Gilmore Girls (Una mamma per amica). Leggenda vuole che nel primo incontro con i producers di Amazon Prime abbozzò un vago soggetto in cui «una casalinga degli anni ’50 viene risucchiata nella scena della stand up comedy del Greenwich Village». La fiducia in quella che poteva essere la trama di una qualsiasi serie (in un periodo in cui quasi tutto vede la luce ma poco conquista il mercato) si è rivelata tra le più proficue e premiate. Solo nel 2019 la serie si è infatti aggiudicata 4 emmys, e di certo molti altri riconoscimenti la attendono.

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La trama si sviluppa attorno al disfacimento e alla ricostituzione della vita di Midge Maisel (Rachel Brosnaham). Prima madre, moglie e casalinga dell’Upper West Side (ossia perfetta donna americana anni ’50), poi divorziata alla conquista della scena comedy americana. Il travaso tra i due contesti, adeguatamente interrotto dalle prevedibili problematiche prodotte dal periodo storico, è il fulcro delle prime vicende narrate.

Qui The Marvelous Mrs. Maisel gioca su un sottile femminismo, senza essere mai stucchevole o ammiccante. Midge è infatti un personaggio di difficile inquadramento, e la sua scrittura ne privilegia le contraddizioni e gli anacronismi; rendendola unica. La sua provenienza agiata la rende infatti inconscia dei malumori politici e sociali (pronti ad esplodere in un ’68 che si spera di incontrare nelle prossime stagioni), e così ne libera i discorsi di stereotipi d’ogni sorta. La sua unicità è infatti in una comicità brillante e inconsapevolmente moderna, figlia di un’emancipazione assolutamente personale.

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Una giovane donna divorziata che, nel 1959, parla di sesso, figli e uomini su un palco si rivela così il black-out definitivo, soprattutto quando questo scardina le categorie sociali di provenienza. Madre, moglie, figlia. Questo senza però che la scrittura dei suoi show risulti troppo anacronistica, ed anzi affinché proprio lo scontro tra l’anomalia che Midge rappresenta si scontri violentemente con il contesto.

Personaggi da vivere

L’incontro tra il volto smarrito e comico di Rachel Brosnaham e la scrittura di Amy-Sherman Palladino restituisce tra i migliori monologhi della serialità contemporanea. Quando Midge sale sul palco la finzione acquisisce credibilità e il delirare costante trova un luogo in cui proliferare indisturbato. È però anche nel confronto tra questa follia e il mondo circostante che la scrittura della Palladino riesce a costruire una realtà narrativa accattivante. Sulle prime, i rapporti sono costruiti a partire da Midge, e da lei riflettono vitalità: Midge-Susie, Midge-Joel, Midge-Abe, Midge-Rose.

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Quando però gli abbinamenti arrivano a mischiarsi la serie cambia forma e mediante dialoghi sempre sopra le righe congegna personaggi pienamente caratterizzati. Nella New York di fine anni ’50 si segue con piacere (dopo averlo un po’ giustamente odiato, secondo copione) l’ex marito Joel (Michael Zegen), impegnato anch’esso a ridefinire se stesso e la propria sfasciata idea di mascolinità. Uguale piacere accompagna però le sequenze dei genitori di Midge, Abe (Tony Shalhoub) e Rose (Marin Hinkle), destinati entrambi ad un avvincente esaurimento, come quelle della manager Susie (Alex Borstein) o le apparizioni del sornione Lenny Bruce (comico per altro realmente esistito).

La sensazione è quella di assistere a un cortocircuito di quella bellezza formale e simmetrica. Come se gli splendidi abiti e le sontuose abitazioni della New York da copertina fossero state inevitabilmente crepate dall’uscita di binario di Midge. La bellezza della serie sta però nel non abbandonare l’estetica e gli spazi dell’Upper Class, bensì nell’accostarli a personaggi sempre più esterni a quella canonicità.

Negli splendidi dialoghi che abitano le puntate della serie sembra così di assistere a vaneggiamenti per cui non stupirebbe un improvviso coinvolgimento dello spettatore. Eppure la quarta parete non viene mai frantumata, perché si rivolgono al nulla e proseguono in cinici e frizzante soliloqui. Tutto secondo lo schema esilarante dell’umorismo ebraico di alleniana memoria.

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I dettagli: It’s the SixtiesMan!

La storia di Midge, la famosa «casalinga degli anni ’50», non ha però conquistato il pubblico solo per la sua freschezza narrativa. Il mondo new yorkese in cui lo spettatore è invitato ad immergersi è infatti talmente profondo e particolareggiato da diventare un’attrazione a sé stante.

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Un po’ come la fortunata serie Mad Men (con cui condivide l’epoca), The Marvelous Mrs. Maisel si dimostra sin da subito come maniacalmente attenta al dettaglio. Dalla scenografia ai movimenti di macchina, tutta l’opera di Amy Sherman è un tripudio di ricercatezza ossessiva. Gli anni ’50, ormai ’60 dalla recente terza stagione, si intrecciano nelle inquadrature della serie divenendo parte della narrazione. I punti di riferimento sono ovviamente le pubblicità dell’epoca e lo sfavillante technicolor, applicati con cura nelle inquadrature del direttore della fotografia David Mullen.

Marvelous Mrs. Maisel

Tutti gli interni della rigida e conservatrice ricchezza dell’Upper West side, da cui la vicenda ha inizio, sembrano infatti veri e propri mise en abyme dei manifesti pubblicitari che impestavano il crescente settore delle riviste femminili. La cura al dettaglio che immerge lo spettatore è qui d’altronde permessa da alcuni escamotage tecnici, come la prospettiva, la profondità di campo e il piano sequenza.

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La prima, espressa dal punto di vista scenografico con costruzioni che allontanano il punto di fuga verso il fondo dell’immagine (in modo da aumentare l’effetto di tridimensionalità), si applica sul piano fotografico in immagini in cui la messa a fuoco è quasi totale. Ciò viene smentito solo quando Midge sale sul palco, lo sfondo si appiattisce ed il fuoco cala su di lei, escludendo il resto. D’altronde in quei momenti la sfida è affidare a lei, nella parlata accelerata di Rachel Broshnam, lo spessore che prima apparteneva all’immagine.

Inutile sottolineare come questo semplice ridimensionamento spaziale si tematizzi nel contesto narrativo delle vicende. Il passaggio di Midge da reginetta sposata dell’Upper West Side a lavoratrice divorziata nel campo della commedia è un mutamento di spazi, un muro alle spalle che come a teatro indica la direzione: sempre avanti, o ancor meglio «Tits up!».

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Marvelous Mrs. Maisel

Muoversi in «The Marvelous Mrs. Maisel»

«Vibrante, energetico e vivace» sono le parole chiave che Amy-Sherman Palladino aveva fornito a Mullen, il quale spesso ha citato la follia e la genialità della regista. A lei infatti la maternità dei piani sequenza grazie a cui lo spettatore può esplorare spazi che interagiscono straordinariamente con gli eventi. L’opening della seconda stagione ne è forse l’esempio più riuscito, con riprese a 360 gradi all’interno del sontuoso magazzino B.Altman. Una ripresa possibile anche grazie alla presenza di Larry McConkey, cameraman al limite della leggenda. Da notare qui come l’abbinamento della macchina da presa digitale Arri Alexa (la stessa utilizzata da Todd Phillips in Joker) e le lenti Panavision permettano di non perdere mai il focus nonostante la velocità dei movimenti.

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I piani sequenza sono certamente le riprese che più sorprendono lo spettatore, il quale non può permettersi alcuna distrazione durante la visione. La quantità di dettagli e la loro esposizione favorisce infatti uno sguardo d’insieme che sorprende a ogni inquadratura, lasciando il dubbio sul punto di interesse da privilegiare: la storia, le immagini, i suoni, o semplicemente tutto.

Marvelous Mrs. Maisel

Cura per ogni indumento

Discorso a se stante anche per i vestiti. Midge e sua madre Rose sfoggiano abiti alla velocità di sette o otto capi a puntata. Un numero spropositato, ancor più sorprendente se affiancato alla cura con cui sono stati realizzati. Donna Zakowska, già assistente per Woody Allen e stylist di Mick Jagger, ha personalmente curato la collezione, la quale è stata messa in mostra quest’autunno al Paly Center di New York.

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La cura nei costumi è senza ombra di dubbio un altro dei numerosi caratteri che si accostano a The Marvelous Mrs. Maisel per farne uno show superiore alla concorrenza streaming. Il rapporto tra i capi di abbigliamento e gli avvenimenti avviene infatti in maniera sfacciata ed eccessiva come richiesto dal contesto, ma senza banalità o facilonerie. Le sequenze negli splendidi (e angoscianti) Catskills, luogo di villeggiatura mostrato nella seconda stagione, prediligono ad esempio vestiti maggiormente infantili, richiamando così al passato di Midge nel luogo senza bisogno di alcun flashback. Lo stesso per la trasformazione visibile negli abiti tra i primi spettacoli di Midge, di cui il primo eseguito da ubriaca in vestaglia, ossia al punto zero di tutte le sovrastrutture sociali di cui si circondava, sino agli ultimi splendidi vestiti da sera.

«Più di cinque, meno di dieci» dovrebbero essere le stagioni di The Marvelous Mrs. Maisel. Parola di Amy-Sherman Palladino. Nessuna conferma ancora da parte di Amazon Prime. Qualora fosse confermato potremmo continuare a seguire Midge per alcuni anni, nella speranza però che l’eccesso a cui la serie è votato non conduca ad uno snaturamento dei suoi fondamenti. Già la terza stagione subisce un ingente numero di tagli sulla focalizzazione del percorso da Stand up comedian di Midge, favorendo invece nuovi incontri (Shy Baldwin) e nuovi contesti (una Las Vegas convincente solo negli interni). Se la previsione della Palladino si rivelerà corretta questo passaggio di approfondimento potrà essere premiato successivamente, e allora potremmo davvero avere tra le mani uno dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni.

Sino ad ora però non c’è di che lamentarsi, ed anzi, Amazon Prime è riuscita nel rilanciare la serialità negli imminenti anni ’20, dimostrando come il piccolo schermo abbia ancora molto da raccontare. Di certo ha ancora molto da raccontare la sua fantastica signora Maisel.


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Alessandro Cavaggioni