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Un Bel Mattino, le sfumature dell’esistenza nel film di Mia Hansen-Løve

Un delicato racconto di una donna costretta a confrontarsi con la vita, la morte e l'amore

5 minuti di lettura

Un Bel Mattino è frutto di una tendenza sempre più presente nel cinema d’autore contemporaneo: costruire un film partendo dalla vita e dai ricordi degli autori. Steven Spielberg con The Fabelmans ci ha regalato la favola della sua vita, Paolo Sorrentino e James Gray con È stata la mano di Dio e Armageddon Time ci hanno catapultato nella loro giovinezza, Gaspar Noé per scrivere Vortex si è ispirato al rapporto della madre con la demenza.

Anche la regista francese Mia Hansen-Løve, dopo aver diretto il suo primo film in inglese Sull’isola di Bergman con Tim Roth, torna a una dimensione più intima e scrive Un Bel Mattinoispirato in gran parte alla malattia del padre e agli ultimi momenti condivisi con lui. Un Bel Mattino, che ha sancito il ritorno della regista francese alla Quinzaine des Réalisateurs e in uscita nelle sale italiane il 12 gennaio, è materia cinematografica che si contamina e si mescola alla realtà tangibile, realtà e finzione che si uniscono per costruire una storia semplice e delicata.

La storia di un microcosmo sfaccettato

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Il centro su cui ogni discorso di Un Bel Mattino si poggia, e ogni inquadratura converge, è Sandra, interpretata una bellissima e penetrante Léa Seydoux. Sandra ha i capelli corti, ha una figlia di otto anni, un padre malato, fa la traduttrice e l’interprete, è vedova da cinque anni e non conosce più la sensazione e gli effetti concreti dell’amore. In questo turbinio di sballottamenti vitali cerca di essere una madre attenta e premurosa, una figlia presente e gentile con un padre sempre più lontano dalla realtà, ma non riesce più a dedicarsi a sé stessa, a respirare un attimo per capire cosa le manca. 

A scombussolare una vita già troppo disordinata è Clément, un affascinante astrochimico sposato con un figlio di cui si innamora perdutamente e inizia una relazione sotterranea che risveglierà le emozioni che Sandra ha coperto e nascosto per molti anni. Una relazione non convenzionale che però si scontrerà anche con la sua instabilità e la clandestinità di un rapporto focoso ma scricchiolante.

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Un’altra relazione complessa con cui fare i conti è la lenta decadenza del padre, a cui deve trovare un luogo adatto dove fargli vivere l’ultima parte della sua vita, accettare di non essere più riconosciuta come figlia e svuotare una casa colma di libri e ricordi, che risveglieranno emozioni e sensazioni sepolte dalla lontananza e dal silenzio.

Una storia tra vita, morte e amore

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Mia Hansen-Løve con Un bel mattino è tornata a esplorare una dimensione più intima e delicata dell’esistenza tramite l’indagine emotiva di Sandra, una donna immersa tra la vita (la figlia), la morte (il padre) e l’amore (l’amante).

La regista francese costruisce un personaggio poliedrico e sfaccettato, strattonato e sommerso dalle sfumature vitali che le si contrappongono davanti. Una traduttrice troppo abituata a tradurre il mondo e non a viverlo, a non sentirlo sulla propria pelle. L’amore ormai insperato di cui viene investita è la scintilla che riesce a riaccenderla e a gettarla di nuovo in un mondo adolescenziale, dove imparare a conoscersi e conoscere ciò che è fuori diventano tasselli fondamentali. 

Crescere al meglio una figlia, colmare una distanza amorosa ampia e accompagnare il proprio padre verso la fine della vita sono circostanze complesse che Mia Hansen-Løve disegna sulla pelle di Sandra e che la costringeranno a mutare e cambiare corpo. Un Bel Mattino si immerge senza mai esagerare nella sfaccettature della vita, dove il dolore si alterna alla gioia, dove il senso di perdita si alterna al piacere di un nuovo amore. Un film sulla quotidianità di un microcosmo che non si allontana mai dal suo centro e che deve abituarsi a vagare nell’oceano più profondo, dove ogni cosa accade e può accadere. 


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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