Nell’anno del centenario dei Walt Disney Animation Studios, fa il suo esordio nelle sale di tutto il mondo Wish, 62° classico Disney diretto da Chris Buck – regista dietro a classici come Tarzan e Frozen – e Fawn Veerasunthorn. Realizzato chiaramente con l’intento di omaggiare un’intera filmografia e portare sul grande schermo una pellicola che potesse rappresentare una perfetta sintesi della missione di Walt Disney, di quei valori ormai sempre più affievoliti, finisce in realtà per farsi triste metafora di quella decadenza spirituale e creativa a cui ormai assistiamo inermi da qualche anno a questa parte.
Wish, il regno dei desideri sottratti

C’era una volta, su un’isola in mezzo al Mar Mediterraneo, un regno dove tutti i sogni potevano avverarsi. Potrebbe essere questo l’incipit di Wish, ambientato appunto nel regno di Rosas, dove il Re Magnifico, unico in grado di utilizzare la magia, custodisce e protegge i sogni degli abitanti, che glieli cedono restando ignari di quali essi siano fino a quando Magnifico non deciderà di esaudirli. Da qui nasce la leggenda di Rosas come regno dei desideri, ma sarà Asha, una giovane ragazza della comunità, a scoprire che in realtà Magnifico non è il sovrano misericordioso che tutti immaginano.
Asha vorrebbe che tutti potessero avere indietro i propri desideri – d’altronde “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” e non possiamo quindi privarcene, perché una vita senza sogni non è una vita degna di essere vissuta. Esprimerà il proprio desiderio al cielo, lei che, ancora diciassettenne, non lo ha ancora affidato a Magnifico. E quel desiderio verrà esaudito da Star, una stella dei desideri che, come Trilly in Peter Pan, rappresenta la magia Disney, e che affiancherà Asha nella sua missione. Perché “i sogni son desideri” per cui lottare.
Tra passato e presente

Con Wish l’intenzione della Disney era chiaramente quella di realizzare una pellicola che potesse fare da trait d’union tra il passato e il presente. Si è scelto di andare in questa direzione optando innanzitutto per un’animazione mista, che unisce quella tradizionale in 2D a quella invece in CGI. Allo stesso modo, Chris Buck e Fawn Veerasunthorn omaggiano quella filmografia entrata indelebilmente nei nostri cuori con numerose citazioni ai classici del passato – da Peter Pan, passando per Biancaneve e i sette nani e Bambi, fino a Cenerentola e La bella addormentata nel bosco – e con inserti musicali e topos narrativi che riportano alla mente gli anni d’oro delle produzioni Disney.
Wish, un sogno inafferrabile

Come sottolineato precedentemente, Wish vorrebbe essere soprattutto un omaggio a Walt Disney, a quel suo desiderio di trasformare i sogni in realtà sfruttando il potere immaginifico dell’animazione. Vorrebbe esserlo, appunto, ma la magia Disney, sebbene intrinseca alla narrazione, fatica a farsi intravedere.
Se dal punto di vista stilistico, nonostante Wish metta le proprie radici nel passato, si può comunque parlare di innovazione, è proprio sull’aspetto narrativo che si sviluppano le maggiori criticità. A partire dalla caratterizzazione dei personaggi, il 62° classico Disney ha purtroppo ben poco da offrire: sia Asha che Magnifico non sono in grado di reggere il paragone, con quei personaggi che li hanno ispirati (rispettivamente, le eroine del passato – Mulan e Pocahontas su tutte – e i villain Malefica e Grimilde).
Anche noi spettatori avevamo espresso un desiderio di fronte a una stella cadente: che, dopo Raya e l’ultimo drago, Encanto (nonostante l’Oscar) e Strange World, potessimo tornare a emozionarci grazie a quella magia disneyana che ha accompagnato la nostra infanzia. Un sogno inafferrabile, destinato purtroppo a rimanere per sempre in una bolla, perché Wish è soltanto l’ennesimo film Disney destinato a essere dimenticato. Una dichiarazione d’amore senza cuore.
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