Fa sempre bene ricordare che il cinema statunitense è stato costruito dagli Europei: di tutti i generi che hanno consentito a Hollywood di ottenere popolarità negli anni ’40 è il noir a portare maggiormente il marchio di sensibilità classicamente europee, con le sue perversioni, ossessioni e delizie proibite.
Non sorprende quindi che vi sia stata una ricca produzione del genere anche nelle nazioni del vecchio continente: in particolare i paesi scandinavi hanno prodotto numerosi film proprio in questa vena, sopravvissuta al tempo ed evolutasi fino ad oggi attraverso celeberrimi romanzi -la saga svedese di Millenium– e Serie TV di ampia esportazione -l’originale Skam o Wallander (2005), entrambi svedesi-.
Il Cinema Ritrovato ha programmato la proiezione di diversi classici del noir nordeuropeo, in diretta collaborazione con le cineteche di Norvegia, Svezia e Danimarca. In queste prossime righe troverete una selezione dei titoli presentati.
Death is a Caress (Edith Carlmar, 1949)

Primo noir e primo film diretto da una donna in Norvegia, Death is a Caress è complesso: se sono rintracciabili gli stilemi del classico noir americano -ombre taglienti, inquadrature oblique etc. etc.- nel complesso il film ha toni molto più marcatamente melodrammatici: al centro della vicenda il tormentato rapporto amoroso fra un meccanico spaccone ed una ricca ed isterica donna.
Proprio questo personaggio, Sonja, è il più assimilabile all’archetipo attorno cui si impernia l’intera struttura del noir: la femme fatale. A voler ridurre i più grandi film del genere al loro osso narrativo, ogni noir altro non è che una rivisitazione di Macbeth: una donna affamata di potere spinge un uomo a scontrarsi con la sua “tribù” per vincere il suo amore ed accontentarne le brame. È quindi giusto problematicizzare il noir e la sua eredità come profondamente ed inequivocabilmente misogino: ogni donna, Sonja non fa eccezione, è appunto fatale e finisce per tradire il suo uomo divenendo feticcio catartico, che strangolato, colpito o avvelenato consente allo spettatore di essere appagato dal finale, portatore di giustizia e punizione.
Con queste riflessioni non si incita alla censura o alla rilettura a posteriori, ma semplicemente a prendere atto delle limitazioni morali di questi film per poterne trarre benefici di altro tipo -estetici, musicali, tecnici- senza riserve ambigue circa il loro contenuto. Anche in Death is a Caress la protagonista spinge Erik, giovane lavoratore, a isolarsi e scontrarsi con la sua cerchia ristretta: il risultato è un rapporto morboso nel quale la violenza diventa l’unico sfogo della solitudine di lui e degli isterismi di lei. Il tutto è intorbidito ancora di più dal chiaro disequilibrio di classe che domina la loro relazione, al punto da rendere l’uomo mantenuto dalla donna e desideroso di trovarsi un lavoro per riaffermare la propria indipendenza.
La cosa più affascinante di questo noir sui generis è l’utilizzo della fisicità: ogni passaggio di trama significativo è in qualche modo reso tangibile dalla messa in scena; quando Erik abbraccia l’amata l’inquadratura si sposta su di un soprammobile che ritrae due amanti intrecciati; quando Erik lascia la prima ragazza per concedersi interamente a Sonja, lo fa strappandone il nome apposto su di un biglietto scritto da lei, e, specularmente, quando litiga con l’amante finisce col spaccare la cornice di un suo ritratto.
Il film stesso si rende tangibile, iniziando con l’immagine prima di una copia del libro originale da cui è tratto -di Arne Moen- e poi con una copia della sceneggiatura, a voler comunicare un simbolico passaggio di testimone da autore a regista -si ripensi a Luchino Visconti che sfoglia L’Innocente di D’Annunzio durante i titoli d’apertura dell’omonimo adattamento cinematografico-.
La Ragazza coi Giacinti (Hasse Ekman, 1950)

Spostandoci in Svezia, Hasse Ekman regala un altro noir che poco ha a che vedere con le incarnazioni più esemplari del genere: la storia è quella di una ragazza morta suicida, la cui vita viene lentamente rimessa insieme pezzo per pezzo dal vicino e sua moglie, desiderosi di risposte. L’uomo intervista i numerosi amanti della donna, senza però riuscire mai a inquadrarla: tutti questi uomini si sentono responsabili della sua morte, perché tutti credono di averle stravolto la vita.
La soluzione del mistero, che qui non verrà svelata nella speranza che voi lettori recuperiate il film, è incredibilmente moderna ed appagante. Il capolavoro di Antonio Pietrangeli Io la conoscevo bene (1965) è la cartina tornasole de La Ragazza coi Giacinti: il primo esplorava i drammatici giorni prima del suicidio di una donna, con tutti i loro terribili silenzi e le loro stordenti musiche, mentre il film di Ekman è strutturato alla Chi ha ucciso Laura Palmer?, ricco di verbosi dialoghi e flashback esplicativi.
La cosa veramente affascinante è che il regista sembra aver scritto una sceneggiatura in diretta risposta ai problemi di cui si accennava prima che interessano da sempre tutto il genere noir: se qui tornano infatti i piani sequenza e i match cut classici del genere, al centro di tutto sta la fondamentale incapacità maschile di comprendere l’essere donna. L’uomo che indaga fatica a trovare un senso nella storia della giovane Dagmar parlando con i suoi amanti, perché tutti sostengono di essere stati centrali per lei: a riconfermare che “loro la conoscevano bene” il ritorno inquietante e ossessivo di statue femminili disposte negli ambienti maschili, come ad indicare la loro visione della ragazza rigida e oggettificante.
Da segnalare che lo stesso argomento in salsa completamente diversa viene affrontato anche in Giorni e Notti nella Foresta (1970), recensito in occasione de Il Cinema Ritrovato.
Il mistero non può essere risolto dal vicino, perché si tratta del mistero della femminilità stessa; sarà infatti l’intervento della moglie e il ruolo di un’amica della giovane a gettare luce sulle condizioni che l’hanno spinta a togliersi la vita. Gli uomini risultano tutti miopi perché interessati solo a percepirsi come importanti per la suicida: la loro cecità li ha spinti a credere che per la ragazza “odiare sé stessa fosse facile” quando in fondo si trattava solo di una spietata e durissima storia d’amore, segnata dal Nazismo, dal collaborazionismo svedese nella Seconda Guerra Mondiale e dai versi di Saffo.
Two Minutes Late (Torben Anton Svendsen, 1952)

Arriviamo infine in Danimarca con il film più facilmente assimilabile alla definizione classica di noir: Two Minutes Late racconta di un misterioso omicidio avvenuto nel retrobottega di un libraio e di tutti i sospettati che orbitavano attorno alla vittima. L’ambientazione urbana possiede un look gotico: fumanti vicoli, tetri palazzi, claustrofobici seminterrati costellano la città di ombre e angoli oscuri.
A riconfermare l’ispirazione gotica dietro al film anche la centralità del tempo, manifesta non solo nel personaggio del gobbo orologiaio, ma anche nel leitmotif del dondolio del pendolo, che torna attraverso il film accompagnato da inquietanti ticchettii. In altra chiave si potrebbe leggere questa insistenza sul tempo: in numerosi passaggi si parlerà infatti di mercato nero e Seconda Guerra Mondiale.
Questo noir racconta dunque della situazione socio-economica del paese dopo la devastazione causata dall’occupazione tedesca: molti sono dovuti ricorrere al mercato nero, altri si sono reinventati collaborazionisti, tutti hanno in qualche modo risentito degli effetti del conflitto.
L’altro elemento centrale per Two Minutes Late, e forse quello che più lo qualifica come noir fatto e finito, è la manifesta ossessione sessuale che attraversa l’intero film: quasi tutti i protagonisti hanno a che fare con un qualche desiderio represso, alcuni sfociano nel nevrotico ed altri nel violento; ciò che colpisce maggiormente è che qui, a differenza dei coevi noir americani, questa torbida sessualità coincide con la reale esposizione di materiale che per l’epoca sarebbe stato ritenuto scabroso: non poche sono le scene di nudo nascosto o di situazioni particolarmente suggestive.
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