Giorni e notti nella foresta

Giorni e notti nella foresta, what a life!

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Giorni e notti nella foresta

La cosa più bella de Il Cinema Ritrovato è scoprire prospettive nuove ed inaspettate. È possibile vivere il festival in modi completamenti diversi: abbuffarsi di cinema muto, seguire rassegne tematiche, riscoprire grandi classici come il Pinocchio di Comencini, oppure lasciarsi tentare da titoli provenienti da tutto il mondo.

Giorni e notti nella foresta appartiene proprio a quest’ultima categoria, della quale è possibile avere un assaggio annuale con la rubrica Cose (mai) Viste, cha concluderà la copertura del festival anche quest’anno. Eppure, inserire questo capolavoro di Satyajit Ray nell’articolo riassuntivo non avrebbe fatto giustizia alla maestria con cui è scritto e girato.

Il cinema di Satyajit Ray

Giorni e notti nella foresta

Lungi dall’essere un autore secondario, Satyajit Ray è stato il primo nome indiano a conquistare il circuito festivaliero occidentale, vincendo nel 1956 il prix du document humain a Cannes col suo Pather Panchali (Il lamento sul sentiero). A seguire, e nella stessa vena neorealista/realista poetica, gira Aparajito (1956) e Il mondo di Apu (1959) a concludere la cosiddetta Trilogia di Apu, iniziata nel ’56.

In seguito si dedica a film sempre più stilizzati e cinici, particolarmente di spicco sono Devi (1960) e Nayak: The Hero (1966), fino ad arrivare al 1970 e a dirigere Giorni e notti nella foresta. Il film richiama apertamente Mariti di John Cassavetes, dello stesso anno, ma, in piena linea con il resto della filmografia di Ray, è anche tangibile l’influenza del primo Federico Fellini de I Vitelloni (1953).

Un impasto di complesse scelte registiche e fine scrittura restituisce un cinema drammatico e poetico nei primi anni, esattamente come erano La Strada (1954) e Il Bidone (1955), ed in seguito sempre più caustico e visivamente inventivo. Quello che Cassavetes trasmetteva grazie alla sceneggiatura e alla direzione degli attori, Ray lo trasmette anche e soprattutto con movimenti di macchina e organizzazione dell’immagine.

A riconfermare questo, Wes Anderson ha dichiaratamente ricalcato una sequenza di Giorni e notti nella foresta per il suo Asteroid City (2023): il Memory Game con nomi di celebrità nasce infatti dalla penna e dalla camera di Ray, che filmò in prima persona la scena in cui l’inquadratura vira meccanicamente verso i volti dei protagonisti disposti in cerchio, sottolineandone eloquentemente i rapporti.

Veniamo al dunque: di cosa parla Giorni e notti nella foresta?

Giorni e notti nella foresta lontani dal mondo

Giorni e notti nella foresta

Quattro amici, quasi tutti di successo eppure infelici, partono dalla moderna e civilizzata Calcutta per la foresta di Palamau in fuga dai loro problemi. Le dinamiche che li legano sono complesse e sfaccettate, proprio come lo sono i personaggi stessi: ognuno degli uomini ha infatti una qualche grave mancanza o insicurezza che compromette la sua apparente felicità.

Conviene ricordare che il sistema delle caste, ovvero la rigorosa suddivisione della società in classi, è stata formalmente abolita a pochi mesi dall’indipendenza dell’India, nel 1947; eppure il tessuto sociale ancora oggi risulta complesso e non completamente allineato all’abolizione di questo sistema millenario. Partendo proprio da questa considerazione, Satyajit Ray racconta in Giorni e notti nella foresta dei pregiudizi degli uomini moderni nei confronti dei “tribali”. In questo senso, un altro canone di paragone col film di Ray sarebbe Un tranquillo weekend di paura (1972), recensito l’anno scorso proprio in occasione de Il Cinema Ritrovato.

Lo scontro fra cultura cittadina e rurale in Giorni e notti nella foresta è sapientemente veicolato dal regista, che pone l’accento sul denaro. Infatti, i quattro protagonisti si trovano a sperperare soldi senza che nessuno ne risenta economicamente; corrompono lavoratori, esigono servizi dalla popolazione locale e provano a comprare l’amore di alcune borghesi donne in vacanza come loro. È proprio con l’introduzione di questi due personaggi femminili che vengono allo scoperto le fragilità dei protagonisti: l’impotenza, l’aridità emotiva, l’ostentazione di sicurezza simulata e la violenza sono tutte cose che attanagliano le loro vite.

Lo sguardo delle due donne non è mai crudele, sembra anzi carico di pietà perché capace di sondare i recessi più profondi degli uomini; i due sessi provano a comunicare ma non ci riescono. In parte ciò è dovuto alla natura dei protagonisti, in parte alle gerarchie patriarcali della società indiana. Per cui, incapaci di essere vulnerabili e affrontare reali conversazioni, i maschi risultano a frasi fatte, quasi tutte in inglese: “what a life!“, “how beautiful!

Lo stile realistico in Giorni e notti nella foresta

In Giorni e notti nella foresta, le donne parlano solo in bengali, mentre gli uomini non fanno altro che passare dalla loro lingua a quella che gli fu imposta: è chiaro, un po’ come diceva Frantz Fanon nel suo Pelle nera, maschere bianche, che il colonizzato inevitabilmente finirà per desiderare di apparire come il suo colonizzatore. Proprio attraverso queste frasi di circostanza passano tutta la vena malinconica e le considerazioni sociali e politiche di Giorni e notti nella foresta, che sa così finemente bilanciare la commedia col drammatico.

Perché di commedia si può apertamente parlare: la scrittura oscilla fra questi due opposti con una incredibile disinvoltura. Numerose sono anche le soluzioni visive e sonore per divertire o emozionare: in primis la profondità di campo, che dispone i personaggi nell’immagine, inizialmente richiamandone le gerarchie sociali ed infine quelle morali; in secondo luogo certi dettagli della colonna sonora assumono un preciso valore simbolico.

Nel punto di maggiore drammaticità del film, nel quale l’incanto della vacanza spensierata viene definitivamente infranto, un ticchettio d’orologio irrompe nel silenzio creatosi fra uomo e donna, che non hanno più nulla da dirsi. Si tratta del tempo che riprende a scorrere dopo i primi giorni di sollazzo, dell’esondare della quotidiana malinconia in questo remoto angolo di foresta.

L’alienazione prima interiore, poi collettiva

La spregiudicatezza dei protagonisti di Giorni e notti nella foresta ci parla da vicino, nonostante la distanza geografica e temporale del prodotto: è proprio quell’alienazione autoindotta, quella solitudine perniciosa che rende tanti uomini odierni così frustrati, così arrabbiati e, nei casi peggiori, così ridicolmente tracotanti.

Frasi fatte, corteggiamenti superficiali e dinamiche di potere dettate dal denaro non hanno fatto che diventare sempre più comuni: la soluzione di Ray, che lascia il finale aperto, ha comunque un tratto geniale: una delle donne scrive il proprio indirizzo ad uno degli uomini su una banconota, sottolineando almeno due cose; che è possibile dare un altro tipo di valore non monetario ai soldi e che la sua posizione sociale di donna borghese comunque la separa dalla miseria dei “tribali”, i quali non avrebbero mai “sprecato” denaro così.

L’ultima sequenza di Giorni e notti nella foresta vede il protagonista corrompere per l’ultima volta uno di questi uomini meno abbienti: gli allunga una banconota, ma non ci è dato sapere se nella sua cieca corruzione abbia inavvertitamente utilizzato proprio quella firmata dalla donna. Sale in macchina con gli altri protagonisti, e insieme partono per tornare alla loro quotidianità di mazzette, alienazione, solitudine.


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Appassionato e studioso di cinema fin dalla tenera età, combatto ogni giorno cercando di fare divulgazione cinematografica scrivendo, postando e parlando di film ad ogni occasione. Andare al cinema è un'esperienza religiosa: non solo perché credere che suoni e colori in rapida successione possano cambiare il mondo è un atto di pura fede, ma anche perché di fronte ai film siamo tutti uguali. Nel buio di una stanza di proiezione siamo solo silhouette che ridono e piangono all'unisono. E credo che questo sia bellissimo.

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