Se c’è una personalità nel panorama del cinema italiano che meriterebbe di essere definita anarchica, atipica, imprevedibile e fuori da qualsiasi schema o convinzione, quella persona sarebbe il regista Franco Maresco. Palermitano classe 1958, Maresco con i suoi lavori – da Cinico TV passando per i film con Daniele Ciprì fino agli ultimi suoi acclamatissimi lavori – è davvero una figura unica nel panorama non solo italiano, ma europeo se non globale.
Durante l’ultimo giorno dell’82a Mostra d’arte cinematografica di Venezia è stato presentato in Concorso – in sua assenza – Un film fatto per Bene, il suo ultimo, spassosissimo e durissimo lavoro in cui l’autore palermitano tira le somme del suo cinema, del suo pessimismo e della sua vita artistica in un film, come suo solito, altamente inclassificabile.
Un film fatto per Bene è stato distribuito nelle sale italiane da Lucky Red a partire dallo scorso 5 settembre.
Un film fatto per Bene, l’oggetto misterioso firmato Maresco
Le riprese di Un film fatto per Bene, opera di Franco Maresco su Carmelo Bene, vengono bruscamente interrotte dopo l’ennesimo incidente sul set. A staccare la spina è il produttore Andrea Occhipinti, esasperato dai ciak infiniti e dai ripetuti ritardi. Dal canto suo, il regista di Belluscone e La mafia non è più quella di una volta accusa la produzione di “filmicidio”, facendo poi perdere le sue tracce.
A cercare di ricucire lo strappo è un amico di Maresco, Umberto Cantone, che chiama a testimoni tutti coloro che hanno partecipato all’impresa, in un’indagine che è l’occasione per ripercorrere la personalità e le idee dell’autore più corrosivo e apocalittico del cinema italiano. E se intanto, lontano da tutto e da tutti, Maresco stesse ultimando il suo film, diventato “il solo modo per dare forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda”?
Dopo i suoi due ultimi lavori incentrati prevalentemente su questioni politiche – soprattutto nel mondo della mafia e dei suoi rapporti con il berlusconismo e con il ricordo delle vittime delle sue stesse stragi – Maresco punta (metaforicamente) la telecamera su se stesso in questo suo Un film fatto per Bene, che a partire da un vero fallimento produttivo, ricostruisce la carriera dell’autore palermitano a partire da tutti i materiali a propria disposizione.
Questo perché l’opera, come può essere intuibile durante la sua fruizione, non presenta quasi nulla di inventato o di sceneggiato – se non la cornice narrativa -: i materiali del film su Carmelo Bene, le riprese sul set, persino le telefonate del produttore di Lucky Red Andrea Occhipinti sono tutti reali, o al più ricostruiti. Similarmente ad altri titoli presentati in questa edizione della mostra – Memory, The Voice of Hind Rajab, lo strepitoso Remake di McElwee – Maresco unisce in Un film fatto per Bene materiali visivi differenti in un’opera disomogenea per formato, supporto, tono.

Come i suoi precedenti lavori documentaristici, questo rende Un film fatto per Bene un oggetto misterioso e inclassificabile, un documentario di un fallimento che unisce footage di un film mai terminato, immagini dei precedenti film del regista, riprese nuove realizzate per la nuova versione della pellicola, persino immagini televisive non solo di Cinico TV, ma anche di telegiornali e di cerimonie di premiazione. Il modo in cui questi materiali sono tra loro organizzati nella pellicola è altrettanto anarchico: la sezione narrativa del film, quella della ricerca di Maresco da parte di Cantone, è solo un canovaccio che organizza sommariamente un’opera che contiene segmenti diversi tra loro, dalla carriera passata di Maresco fino a momenti polemici contro il panorama culturale italiano.
Un elogio funebre del cinema

Di queste sezioni assai diverse tra loro, il minimo comune denominatore rimane sempre lo stesso: Franco Maresco. Benché il titolo dia da pensare al contrario, Un film fatto per Bene non ha nulla a che vedere con il drammaturgo novecentesco, ma si focalizza per intero sulla figura del regista stesso, in un atto di metariflessione cinematografica in cui una produzione andata alle ortiche si fa momento di riflessione per lo stesso Maresco in merito alle sue psicosi, al suo modo di vedere il mondo e di vedere l’arte.
In un commento che Maresco ha rilasciato in merito alla sua ultima pellicola si può leggere: “Da tempo mi sono accorto che ogni mio film non è stato altro che una trappola in cui mi andavo a infilare con impietoso autolesionismo. Stavolta, però, per la prima volta, ho paura che non ne uscirò bene, diciamo tutto d’un pezzo. Avrei dovuto dare ascolto ai consigli della signorina Filomena, la vecchia maestra che mi faceva il doposcuola alle elementari, la quale mi ripeteva sempre la storiella della gatta e del lardo, ma ormai è tardi per pentirsi. Tra l’altro, nel frattempo, il lardo è pure finito.“
Da Un film fatto per Bene, di fatto, Maresco non ne esce bene: il regista si dipinge come un individuo con sintomi di disturbo ossessivo compulsivo, con manie di controllo, una visione poco chiara del suo progetto e un modo sadico di trattare i suoi collaboratori – indimenticabile in questo senso è la sequenza che vede per protagonista il critico cinematografico Francesco Puma. In questo ritratto feroce e apocalittico di se stesso, tuttavia, emerge anche e soprattutto il cinismo e l’apocalisse che hanno sempre caratterizzato il modo di vedere il mondo del regista palermitano.

Franco Maresco mette così se stesso a nudo e alla berlina anche e soprattutto per constatare la fine dell’arte cinematografica per come la intendiamo. In uno dei passaggi più cinicamente fulminanti di Un film fatto per Bene, Maresco sostiene: “Sin da piccolo pensavo che la bellezza non avrebbe salvato il mondo, eppure continuavo a pensare che il cinema, l’arte in generale avesse ragione di esistere. La tecnologia rappresenta il riscatto di chi non sa fare niente. Oggi un film non si nega a nessuno.”
Il mondo di oggi non è un mondo per fare cinema, per fare arte. L’insofferenza di Maresco alla produzione della pellicola su Bene si spiega così, in quello che appare una sorta di testamento della propria carriera di artista – un po’ come Il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti rappresenta, con la sua sfilata finale, la fine di un’era di cinema morettiano. Un film fatto per Bene non è sicuramente l’unico lavoro che affronta questo tema – alla stessa Mostra del cinema quest’anno si è potuto vedere anche l’ottimo Pin de Fartie, produzione El Pampero Cine diretta da Alejo Moguillansky, che vira su riflessioni molto simili -, ma raramente il tema è stato trattato in modo così caustico e apocalittico.
La commovente e spassosa – fino alla fine – ripresa finale, in cui Maresco richiama anche un altro dei suoi maestri, equivalendosi a uno degli idioti dal cuore d’oro di Lars von Trier, pare proprio segnare la fine del proprio interesse nei confronti del cinema come arte vissuta sulla propria pelle – contestualizzata, in Un film fatto per Bene, dalla sequenza in cui si ripercorre la carriera di Maresco da Cinico TV alla sua ultima pellicola.
Operazione sofisticatamente anarchica, Un film fatto per Bene è l’autoritratto cinico e sardonico di un uomo che, rimasto sempre fuori dal sistema, pare volerne definitivamente uscire, avendo raggiunto uno dei momenti più neri e apocalittici del proprio rapporto con lo stesso e con l’arte. Con l’unico difetto di essere forse un po’ troppo autoreferenziale – le battute sulle precedenti opere e maschere dei film di Maresco, forse, in un pubblico generalista non genereranno le stesse fragorose risate che rimbombavano nelle sale lagunari -, l’ultimo lavoro di Franco Maresco rappresenta una tappa importante non solo per il suo cinema, ma per riflettere sullo stato dell’arte in un mondo che va sempre più a rotoli.
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