Scegliete la vita. Scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete una famiglia…
Due ragazzi in fuga dalla polizia. La roboante intro di Lust for Life, e Iggy Pop che carica l’attacco. Una voce fuori campo, canzonatoria e sorniona, che elenca una lunga spirale di discesa nella banale e terrorizzante monotonia della vita adulta che attende: tutto ciò da cui Mark Renton e Spud – e i loro compagni – stanno scappando in realtà. Trainspotting compie 30 anni: scopriamo insieme perché il cult di Danny Boyle non ha perso un grammo (no pun intended) della sua potenza.

I figli di mezzo della Storia in Trainspotting
Nella scena iniziale, Trainspotting ci dice già tutto quello che dobbiamo sapere. La filosofia di vita di Renton, il protagonista, disilluso e al contempo famelico di un respiro di vita vera; Sick Boy, subdolo e manipolatore, che nega un fallo netto; Begbie, al contrario, sociopatico e violento, che fa del male a un avversario per il solo gusto di farlo; Spud, timido e impacciato, che subisce costantemente gol dalla vita; Tommy, chiuso in un angolo e circondato che si guarda intorno cercando supporto dagli amici, triste presagio di quella che sarà la sua fine. E infine, la loro unica soluzione: l’eroina, Renton che cade sotto il suo peso.
Trainspotting è scanzonato, sporco (the worst toilet in Scotland?), estremo in pieno stile Boyle, non fa sconti pur rimanendo sempre con un sorriso sardonico come il suo protagonista, mentre tocca temi come l’abuso di droghe, le malattie veneree, la piccola criminalità e la mortalità infantile. È l’urlo di una generazione, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, che Tyler Durden in Fight Club avrebbe poi definito i figli di mezzo della storia: niente Grande Guerra né Grande Depressione, ma schiacciati dalle lotte sociali e lasciati indietro da un mondo sempre più capitalista e fagocitante. Possiamo considerarlo il fratello più menefreghista e meno rabbioso de L’Odio, uscito non a caso un anno prima.

Il libro di Irvine Welsh, datato 1993, è ancora di più un affresco deluso e innamorato di una Scozia insofferente all’egemonia inglese, e sferzata da anni di governo Thatcher, dal quale furono proprio gli strati più bassi della middle class, ai quali appartengono i nostri protagonisti, a uscire con le ossa più rotte. Protagonisti che rifuggono quindi tutto ciò che la società impone loro, cercando scampo in ciò che rimane: droga, sesso e furti. Come può quindi un racconto così profondamente radicato nella propria epoca avere ancora così tanto da dire?
Trainspotting ama la vita, a modo suo

I protagonisti di Trainspotting sono dei tossicodipendenti, piccoli criminali underground di un’Edimburgo decadente e spenta, che arrangiano sopravvivenza ogni giorno, rubando dal portafoglio dei genitori per procurarsi un’altra dose, tra un tentativo di disintossicazione e l’altro: figure che normalmente in strada si cercherebbe di evitare. Quello che avvicina Renton, Spud, Sick Boy, Tommy e Begbie a ogni generazione è il loro non essere parte di un racconto di formazione, quanto di un crudo spaccato della stessa. Un gruppo di giovani a metà dei loro vent’anni, al bivio tra la vita adulta e il posticiparla il più possibile: suona già più familiare?
Chiunque si sia trovato in quella fase della vita lo può confermare. La consapevolezza di non essere più adolescenti, da un lato, che si porta dietro l’ombra opprimente di una vita di routine, e-mail, elettrodomestici e programmi TV; il bisogno vitale di fuggire, di vivere al massimo e di non finire proprio come voi, dall’altro. Il senso di smarrimento, di disillusione, ma al contempo di pulsante voglia di vita, sono qualcosa in cui ogni generazione può rispecchiarsi.

Forse, a distanza di trent’anni, Renton starebbe vivendo quella stessa vita verso cui, alla fine del film, si avvia con un ghigno: come si suol dire, allora, il senso sta in tutto ciò che c’è nel mezzo. Sarebbe senza dubbio interessante ambientare Trainspotting oggi e sapere che opinione avrebbe un giovane Renton del mondo digitale e interconnesso che abbiamo raggiunto.
Certo, questo non significa che chiunque abbia vissuto questa fase si sia rifugiato nell’eroina e nel crimine: vale la pena ricordare, ancora una volta, che Trainspotting non glorifica la tossicodipendenza, anzi. Dopo l’inizio roboante, come un’iniezione di sostanze, le vite dei suoi protagonisti vanno in pezzi incontrollabilmente proprio trascinate dalla droga: chi perde la vita, chi una figlia, chi scivola nella povertà e nell’apatia.
Renton, Iggy Pop e il tempo che passa per tutti

Non guasta, poi, che Trainspotting sia iconico – aggettivo spesso abusato, ma necessario stavolta – in tutte le sue forme, a cominciare dai protagonisti. Folli, disperati, pronti a pugnalarsi alle spalle a ogni occasione utile, ma comunque indissolubilmente legati e memorabili fino alla fine. Se Renton ha lanciato la brillante carriera di Ewan McGregor, non si può non menzionare l’indimenticabile Begbie di Robert Carlyle, psicopatico, violento e attaccabrighe. Ma tutti, dal Sick Boy di Johnny Lee Miller alla Diane di Kelly McDonald, contribuiscono a creare un quadretto che con tutti i suoi estremismi sarà sempre familiare ai più.

L’anima indissolubilmente punk di Trainspotting, le musiche esplosive di Iggy Pop, Underworld, Lou Reed, le visuali psichedeliche e le scene indimenticabili come l’overdose di Renton, la crisi d’astinenza, la rissa al bar, oltre ai già citati monologhi iniziali e finali, hanno contribuito a creare un instant cult che supera ogni prova del tempo. Il romanzo di Irvine Welsh (che fa un cameo nel film nei panni dello spacciatore Mikey Forrester), poi, è ancora più dark, cruento ed estremo, approfondendo la psicologia dei protagonisti – segue infatti il POV di ognuno di loro – e ampliando il parco personaggi, dipanandosi anche in altri libri successivi.
Uno sguardo ai nostri protagonisti infine adulti lo abbiamo avuto, al cinema, con il sequel del 2016 T2: Trainspotting, liberamente ispirato al romanzo sequel Porno. Lasciato un po’ nel dimenticatoio dopo l’entusiasmo iniziale – uscito in un periodo in cui i sequel fuori tempo non erano ancora consuetudine – T2 è invece un seguito dolcemente malinconico ma consapevole della propria età, che non cerca di imitare ciò che fu, ma mostra come vent’anni abbiano cambiato (o non) la banda: come alla fine si possa decidere se crescere o, semplicemente, tirare avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.
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