Nicolas Pariser (Alice e il sindaco, Il mistero del profumo verde), approda per la prima volta all’83a Mostra del Cinema di Venezia, in Concorso, con Un peu avant minuit (titolo internazionale: One Minute to Midnight) a pochi giorni dalla vittoria alle urne del movimento di estrema destra tedesca Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt. Un evento storico per la politica europea che getta una luce sinistra sulla pellicola francese, in cui la crisi delle democrazie europee si presenta come possibilità concreta e reale che si associa alla crisi affrontata dal maschio borghese in un mondo in così rapido cambiamento e declino.
Un peu avant minuit, un uomo e i suoi rapporti con il femminile
Sul punto di separarsi dalla compagna, con la quale convive nella Francia orientale, il quarantanovenne Léo (Melvil Poupaud) apprende della morte del padre biologico, che non ha mai conosciuto. Prima di partire per l’Italia, dove dovrà sbrigare le pratiche ereditarie, trascorre alcuni giorni a Parigi per fare un bilancio della propria vita. Tra conversazioni con la figlia attivista Emma (Clara Pacini) e incontri con i fantasmi del passato, comincia a interrogarsi sulla sua stessa esistenza e, soprattutto, sul suo rapporto con le donne.
Nato, a detta del regista, come il suo tentativo di scrivere una storia d’amore tra persone di cinquant’anni, Un peu avant minuit si presenta allo spettatore come il ritratto della crisi di un uomo borghese. Léo è un quasi cinquantenne facente parte della classe intellettuale francese (in crisi, dato che il suo lavoro nell’editoria non gli permette economicamente di vivere a Parigi) colto in un momento di particolare smarrimento: la sua vita è infatti segnata dalla morte del padre che non ha mai conosciuto da un lato, dall’altro dalla fine della storia d’amore con la sua compagna.

Per un imprevisto si ritrova costretto a rimanere nella capitale per qualche giorno, durante i quali manifesta la sua crisi personale attraverso la riflessione sul suo passato e sui rapporti che ha intrattenuto con le donne nel corso della sua vita. La figlia attivista Emma, la moglie di un collega Éléonore (Léonie Simaga), le ex-collaboratrici Armelle (Anaïs Demoustier, ora leader del partito dei Socialisti) e Tina (Golshifteh Farahani, costumista per serie televisive), la sorellastra Giulia (Chiara Mastroianni): nel corso di cinque giorni in cui Un peu avant minuit si ambienta, Léo instaura dialoghi e dibattiti per potersi confrontare e interrogare sulla sua vita e sul ruolo che il maschio ha avuto e sta assumendo nella società odierna.
Le donne attorno a lui, però, non ci stanno: ognuna di loro, con la sua indipendenza e la sua volontà di sfuggire a una visione puramente maschile del mondo, rifiuta di farsi strumentalizzare, di diventare strumenti per la salvezza, l’assoluzione e la redenzione dei peccati dell’ennesima figura maschile nella loro vita. In Un peu avant minuit, le donne ricercano un’indipendenza attiva e intellettuale dagli uomini che le circondano.
Ogni volta che Léo s’interfaccia con una donna, dalla quale vorrebbe un confronto, questa rifugge da una visione accomodante della realtà patriarcale in cui i rapporti tra di loro s’instaurano: la figlia di Léo rimette in discussione due generazioni di storia familiare; la sua nuova amica critica l’approccio della sua generazione al problema delle molestie («per la sinistra il #MeToo è come la patrimoniale: è fantastica finché non ne siamo coinvolti») e alla rappresentazione mediale del femminile; la rappresentante politica riconosce che il mondo in cui vivevano consentiva comportamenti di stalking oggi inaccettabili; la costumista non ne può più dell’autocommiserazione maschile che riguarda i cinquantenni; la sorellastra rifiuta l’eredità paterna per non caricarsi i debiti lasciati dal padre.
Le donne attorno a Léo divengono così figure sfuggenti, che non s’incastrano nella macchietta o nello stereotipo, ma che resistono alla visione maschile del mondo in cui Léo vorrebbe inscriverle. «Ancora oggi gli uomini sono al centro di tutto» sostiene Armelle: le figure femminili di Un peu avant minuit sono ben consce di questa realtà e cercano di resistere in modi diversi al dominio maschile nella società. A Léo, messo al muro da questi esiti insperati, non resta che smettere di delegare il lavoro personale e riflessivo alle donne e sobbarcarsi autonomamente l’atto di autocoscienza di cui ha disperatamente bisogno – un atto complicato ai suoi occhi, soprattutto in un mondo sempre più in crisi.

Un peu avant minuit: un mondo intorno a noi sull’orlo del precipizio e della violenza
Un peu avant minuit si apre con un’inquadratura che ritrae una piazza parigina: lo zoom restringe sempre più l’inquadraura fino a mostrare, prima ancora che il protagonista della pellicola, una pubblicità di un giornale la cui prima pagina è dedicata al corpo dell’esercito francese. È così che Pariser introduce una delle tematiche principali della sua pellicola, ovvero l’imperversare della violenza nella società occidentale: nel corso del film ricorrono molto spesso figure di gendarmi, dell’esercito, di forze dell’ordine.
La realtà rappresentata in Un peu avant minuit si presenta come sull’orlo dell’apocalisse, della fine della democrazia e dell’inizio di tempi bui per la Francia (ma, è facile intendere, anche per tutto l’Occidente): la violenza, le disparità, le polarizzazioni e gli scontri sono all’ordine del giorno in una società sempre più estremista e sempre più fascista. La tensione cresce nel corso della pellicola, fino a culminare con l’applicazione, nella finzione filmica, dell’Articolo 16 della Costituzione francese – che prevede, sulla scorta della dittatura nella Roma repubblicana, l’accentramento pieno dei diversi poteri nelle mani del Presidente della Repubblica per la risoluzione di situazioni sociali e politiche di straordinaria urgenza.
Un peu avant minuit, pur con un approccio appositamente vago, fotografa dunque il collasso della società occidentale sempre più presente e più pervasivo nelle vite pubbliche come in quelle private dei cittadini – non a caso, uno degli incontri che Léo ricerca con uno dei fantasmi del suo passato prende avvio proprio durante una battuta d’arresto della polizia, che coinvolge entrambi i personaggi. Una crisi, questa, in cui riverbera la crisi più piccola, personale e borghese di Léo in una maniera quasi grottesca e ridicola: l’uomo, pur facendo parte dell’intellighenzia francese, non si interessa né si cura del collasso strutturale che lo circonda, interessato com’è al suo dramma esistenziale personale.
L’inedia del personaggio di Léo, talmente chiuso nei suoi drammi personali da non interfacciarsi minimamente con la crisi globale che lo circonda, è contrastata in Un peu avant minuit da due figure opposte e oppositive: da un lato la figlia Emma, il cui attivismo radicale la rende vigile e proattiva al mondo che la circonda; dall’altro, l’amico Gustave (interpretato dallo stesso Pariser), ex cinefilo divenuto un ebreo tradizionalista con moglie e quattro figli, che dall’alto della sua fede incrollabile verso Jahvè interpreta la realtà attorno a lui secondo una visione completamente binaria: tra l’amore e il libertinaggio non esiste una via di mezzo, come non esiste tra la letteratura da aeroporto e Tolstoj.

Un peu avant minuit e la fede nel dialogo come forma di riflessione
In questa fotografia di un mondo sempre più estremista, sempre più spaccato e sempre più polarizzato – nel film, al fascismo pervasivo si oppongono le forze attiviste di una sinistra spinta e radicale -, Un peu avant minuit trova nel dibattito e nel confronto verbale un antidoto e una possibile via di fuga. L’intera pellicola è strutturata, dopotutto, su una lunga serie di scene di dialogo, in cui nulla avviene se non il confronto tra Léo e un altro personaggio. La regia di Pariser, prima di virtuosismi e di vezzi, enfatizza la centralità della dimensione dialogica attraverso piani sequenza che accompagnano i personaggi nel flusso del loro ragionamento verbale, a rimarcare l’unità e la centralità di questi momenti all’interno della pellicola.
Pur nella sua dimensione di personaggio ridicolo, che – chiuso nel suo piccolo mondo intellettuale, in cui i problemi delle persone comuni paiono non esistere, arroccato in un passato nostalgico che non esiste più, come attesta la serie televisiva scritta dal suo ex-collega sulle loro esperienze giornalistiche condivise negli anni 2000 – ricerca nelle donne della sua vita risposte che queste non sono in grado o non gli vogliono dare, Léo rimane comunque sempre aperto alla dimensione del dibattito, pronto ad accogliere l’ennesimo rifiuto o la possibile accusa di essere un maschio terribile. La conversazione, per il protagonista di Un peu avant minuit, funge da mezzo per riflettere, per confrontarsi con l’altro (quando anche di delegare tali funzioni).
Risulta evidente durante la visione di Un peu avant minuit quanto Nicolas Pariser abbia verso l’incontro con l’altro una fede incrollabile, in quanto forma di filosofia, di riflessione verbale e liquida, che non si cristallizza in forma di precetto o di verità assoluta, come potrebbe apparire sulla carta stampata. Riecheggiando il precetto socratico della filosofia come processo dinamico, Un peu avant minuit si configura così come il tentativo del suo autore di mettere ordine ai suoi pensieri in e su un mondo che cambia rapidamente, in cui il ruolo del maschio, dell’intellettuale, del cittadino si fanno sempre più incerti e più mutevoli.
La forma orale che i dialoghi assumono all’interno della pellicola permette così a Pariser di registrare opinioni e visioni di mondo fuggevoli e passibili di cambiamento, non fissate nella pietra ma sempre in continuo movimento e agitazione. In questo senso riverbera l’eco del maestro francese Claude Chabrol – del cui film Juste avant la nuit (Sul far della notte, 1971) la pellicola di Pariser richiama per un’assonanza il titolo come le tematiche, essendo quella dell’autore della Nouvelle Vague una riflessione sulle dinamiche erotiche e relazionali del maschio violento nei confronti del femminile -, maestro del cinema di riflessione filosofica in forma narrativa.

A Un peu avant minuit si criticherà, probabilmente, l’ipocrisia nel mostrare ciò che il film stesso considera sbagliato (l’opera vede pur sempre per protagonista uno di quei maschi egoriferiti borghesi da cui si dovrebbe fuggire), così come potrà incontrare l’ostilità degli spettatori la ridicolaggine di un’opera che mette al centro della sua narrazione piccoli problemi borghesi a fronte di un mondo presentato dal film stesso come al collasso – pur apparendo evidente, almeno agli occhi di chi scrive, quanto la pellicola metta in ridicolo volontariamente proprio le sue dinamiche narrative.
Eppure, l’intelligenza di un’opera come Un peu avant minuit risiede nel suo carattere riflessivo senza la presunzione di fornire una risposta precisa agli interrogativi che pone. Alla fine della pellicola, le questioni che assillano Léo non vengono risolte – anzi, una lettera del passato familiare del protagonista sembra rimettere in discussione tutto quello che si è visto. Pariser lascia sospese tutte le questioni coerentemente con il carattere liquido delle discussioni che caratterizzano l’opera: da buon laureato in Filosofia, l’autore francese vuole porre le domande giuste per i tempi che corrono più che ricercare una risposta.
Nell’inquadratura finale di Un peu avant minuit compare Emma, la figlia di Léo – presentata dalla pellicola come diametralmente opposta a suo padre: una ragazza combattiva, che incarna lo spirito reattivo e appassionato rispetto alle questioni sociali che anima la Generazione Z. Dacché viene presentata in piano americano la ragazza si avvicina alla macchina da presa, fino ad arrivare a un primissimo piano in cui il suo sguardo rompe la quarta parete e si rivolge direttamente al pubblico.
Con un’inquadratura che ricorda lo sguardo finale in macchina di Valeria Ciangottini al termine de La Dolce Vita, lo sguardo dell’adolescente co-protagonista di Un peu avant minuit – feroce, dove la ragazza felliniana ne conservava uno più dolce – interpella il pubblico e gli passa la palla: dopo un’ora e quarantacinque di discussioni e di questioni, ora tocca a voi – sembra dirci con quello sguardo – portare avanti il dibattito, il confronto, al di là di qualsiasi polarizzazione o estremizzazione.
L’intelligenza di Un peu avant minuit è racchiusa in quello sguardo che sposta la discussione dallo schermo alla sala. L’opera di Nicolas Pariser, fatta più di parole che di immagini, invoca la forma dialogica e di confronto come antidoto alle derive fasciste, estremiste e violente. L’autore francese confeziona, così, una pellicola che non rimane immobile sullo schermo, ma che con la sua forma asciutta e priva di vezzi anima e accende il dibattito, che si fa sempre più urgente in un’Europa sull’orlo del precipizio.
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