Half Man (Richard Gadd, HBO, BBC, 2026)

Half Man, le gabbie della mascolinità

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11 minuti di lettura

Parlare di mascolinità oggi può rappresentare un campo minato di luoghi comuni, di semplificazioni, di giustificazioni (come quando si parla, assai spesso, di mascolinità tossica – etichetta che finisce spesso per appiattire un discorso più che approfondirlo). Eppure, ragionare sulla mascolinità oggi è sempre più fondamentale, anche (forse soprattutto) alla luce dei discorsi femministi che hanno una grande centralità nella cultura contemporanea. Come negli ultimi anni il femminile si è ridefinito secondo narrazioni e nozioni nuove rispetto all’idea tradizionale della donna nella nostra società, così si fa sempre più necessario decostruire e pensare criticamente all’esperienza maschile, non ignorandone i lati oscuri ma anzi esplorandoli approfonditamente.

Half Man, la nuova serie creata e scritta da Richard Gadd (Baby Reindeer) per HBO Max e BBC, assolve proprio questo compito: riflettere con intelligenza, non ignorando i lati oscuri della vita maschile ma piuttosto abbracciando la complessità e le zone grigie che l’argomento porta inevitabilmente con sé. Il risultato è una serie televisiva tra le più impattanti, articolate e scomode dell’ultimo periodo, capace di ragionare con lucidità e cinismo sulle violenze interiori ed esteriori della vita ingabbiata all’interno del valore della mascolinità.

Half Man (Richard Gadd, HBO, BBC, 2026)

My brother from another lover

Half Man segue nel corso di quasi trent’anni attraverso una struttura narrativa non lineare il complicato rapporto pseudo-fraterno – anche se cercare di definirlo a parole è impresa assai ardua – tra Niall (Mitchell Robertson da giovane, Jamie Bell da adulto), un uomo gracile e timido, costantemente bullizzato in giovane età a causa delle sue aspirazioni intellettuali e della sua mancanza di virilità, e Ruben (Stuart Campbell da giovane, Richard Gadd da adulto), il completo opposto di Niall, in quanto uomo interessato più alla vita di strada, ai soldi facili e alla ricerca di ragazze in un’esibizione di machismo che dal corpo ben piazzato passa anche da una mentalità apertamente maschilista.

I due si ritrovano a essere fratelli quando le loro rispettive madri (Neve McIntosh e Marianne McIvor) avviano, nella provincia scozzese di fine anni Ottanta, una relazione lesbica aperta e dichiarata. Da quel momento li lega il vincolo familiare, al netto della situazione decisamente inusuale per il tempo: diventano, nelle parole dello stesso Ruben “brothers from another lover“, “fratelli da un’altra amante“. Il legame che s’instaurerà tra i due protagonisti di Half Man si farà puntata dopo puntata, anno dopo anno, sempre più intricato e complesso, fatto di amore, odio, rifiuto, necessità e dipendenza reciproca.

Half Man (Richard Gadd, HBO, BBC, 2026)

Da un lato Niall, il quale col tempo scoprirà delle pulsioni omosessuali che non è in grado di accettare pienamente a causa di un trauma inferto da Ruben legato al suo primo contatto con un altro uomo, Alby (Bilal Hasna da giovane, Charlie De Melo da adulto), è al tempo stesso affascinato e repulso dall’esibizione di mascolinità assoluta del fratellastro. Pur con un certo snobismo intellettuale, Niall prova una forte invidia verso la sua vita più borghese pienamente realizzata, mentre lui, d’altro canto, vive il proprio desiderio verso gli altri uomini con squallore e vergogna.

Per quanto ci provi, Niall vive la sua vita nell’ombra del suo passato traumatico, dell’incapacità di accettare la propria queerness (in una maniera non dissimile da come fa il protagonista trans dello straordinario Ho Visto la TV Brillare di Jane Schoenbrun – recentemente passat* al Festival di Cannes con il suo ultimo film, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte) e di vivere la propria vita con la virilità e la decisione che hanno caratterizzato la vita degli altri uomini nella sua vita, soprattutto Ruben.

Half Man (Richard Gadd, HBO, BBC, 2026)

Il suo fratellastro, d’altra parte, ha passato una vita in funzione della propria percezione di virilità esibita e imposta sugli altri, anche con la forza e con la violenza. Valore fondamentale della sua intera vita, il Ruben di Half Man non riesce a vivere e a pensarsi al di fuori di essa: la vita nella piccola criminalità e nella violenza, il suo controllo sulle donne della sua vita (tolta la mamma, che rimane sempre la mamma), i suoi scatti incontrollabili di ira non sono altro che l’ostentazione di una mascolinità violenta e distruttiva che travolge tutti e tutte coloro che gli capitano vicino.

Un’ostentazione che, come lo spettatore di Half Man avrà modo di capire solo nel finale, nasconde una fragilità e delle ferite dolorose del suo passato. Da qui, da questa spettacolarizzazione continua del suo machismo nasce il suo attaccamento al fratellastro: oltre all’intoccabilità del concetto di famiglia nella sua visione di mondo, la figura gracile ed effemminata di Niall serve a far risaltare proprio il suo essere maschile agli occhi degli altri (oltre che di sé stesso).

Half Man, la gabbia dell’ideale virilità

L’intricato rapporto tra i due protagonisti di Half Man è, in fondo, il cuore dell’intera operazione. Punteggiata di incontri, di violenze fisiche e psicologiche dei due, al tempo stesso affettuoso e autodistruttivo, la fratellanza al centro della serie di Gadd mostra la virilità come un valore e un capitale sociale che ingabbia coloro che cercano di averla o che la bramano senza poterla avere. Sia Niall sia Ruben vivono la loro vita cercando di perseguirla e di ostentarla, portandosi reciprocamente all’autodistruzione: Niall reprime la propria sessualità per evitare di venire in qualche modo punito e represso dal suo fratellastro; Ruben si trascina in un vortice di violenza sempre più estrema per sé e per chi gli sta attorno.

Half Man (Richard Gadd, HBO, BBC, 2026)

Per quanto focalizzata sui suoi due protagonisti (in particolar modo su Niall), infatti, Half Man non ignora ciò che le persone vicine ai due uomini subiscono, come dimostra su tutte lo sconvolgente e brutale massacro subito dal personaggio di Alby all’inizio della serie. Piuttosto, Half Man evidenzia proprio grazie a momenti come questo quello che, nella visione della serie, è il pericolo insito nella concezione tradizionale della mascolinità: la violenza cieca e trascinante, che non riguarda solo chi come Ruben la esercita materialmente, ma anche chi come Niall la stima e la incoraggia, pur non concretamente.

Half Man, in questo senso, si configura come un’acuta e non semplice riflessione sulla mascolinità, capace di creare e di portare con grande intelligenza un discorso scomodo, cinico e brutale su un tema sempre più attuale in un mondo in cui figure come Andrew Tate e realtà violente come quelle degli incel si fanno sempre più diffuse e pericolose.

È proprio tramite i suoi personaggi al limite – in maniera non dissimile da come, nel 2002, il maestro spagnolo Pedro Almodóvar (in questi giorni ancora al cinema col suo ultimo Amarga Navidad) aveva raccontato di uomini violenti e perversi nel suo Parla con lei – che Half Man intavola una necessaria conversazione: pur sorretta da eccelse interpretazioni di tutto il cast (su tutti spicca per complessità ed empatia Jamie Bell), è la scrittura di Gadd il vero punto forte di Half Man, in bilico costante tra la tensione che esplode in violenza in poche, estreme scene, e il profondo scavo psicologico sui suoi personaggi sempre tridimensionali e mai banali.

Half Man (Richard Gadd, HBO, BBC, 2026)

Per certi versi opposta alla serie fenomeno che l’anno scorso aveva portato avanti alcune riflessioni su temi simili, ovvero Adolescence – la quale presentava e rappresentava il problema degli incel e della visione delle donne che hanno i giovani uomini più come conversation starter, in maniera abbozzata e parziale, che non come fenomeno complesso e tridimensionale -, Half Man porta avanti un discorso maturo, complesso e tridimensionale sulla virilità e sull’impatto che essa ha sugli stessi uomini e non solo.

Attraverso personaggi complessi, moralmente ambigui e sempre imperfetti e attraverso una narrazione che bilancia introspezione e narrazione, riflessione e azione, Half Man riconferma il talento di Richard Gadd nello scavare a fondo alcune delle dinamiche più complesse dell’uomo contemporaneo con la giusta gravitas, la giusta tensione, il giusto coinvolgimento spettatoriale e la giusta sensibilità. Half Man è senza dubbio una serie complessa, nei suoi momenti più estremi difficile da guardare, eppure pone delle questioni che, oggi più che mai, si fanno stringenti e importanti da affrontare. E la serie di Gadd, con la sua scrittura inappuntabile, riesce a porle con la giusta enfasi e la giusta urgenza.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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