Digger

Digger, un meta-film satirico contro ogni catastrofe

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«It’s the end of the world as we know it, and I feel fine». Così cantavano gli R.E.M. in una celebre canzone ripresa da Ligabue con il titolo A che ora viene la fine del mondo?. Sebbene la canzone di Michael Stipe e soci sia ironica, questa frase potrebbe essere presa benissimo alla lettera da chi, mosso da sete di potere e denaro, sia disposto a tutto, anche a far finire il mondo come lo conosciamo, per mandare avanti i propri interessi: dopotutto, se il mondo finisce e possiedo molte ricchezze, non ho niente di cui preoccuparmi, specie se sulle catastrofi posso specularci e guadagnarci ancora di più.

Il topos del disastro ecologico è diventato ormai un leitmotif di tanti film, serie tv e libri. C’è chi, però, ha provato a declinarlo in maniera differente cercando di stimolare la riflessione degli spettatori. È il caso di Alejandro G. Iñárritu, regista Premio Oscar di Birdman and The Revenant, recentemente tornato in sala con Digger, che vede per protagonista un inedito e irriconoscibile Tom Cruise, che con questo ruolo potrebbe benissimo aspirare al Premio Oscar come miglior attore protagonista.

La trama di Digger

Digger si apre con un paesaggio dal gusto tardoromantico: nebbioso, con luce offuscata e alberi dalle foglie e dai rami appassiti. La macchina da presa si sposta presto su un uomo che si sta svegliando e sta dando da mangiare a Maggie, il suo gatto. Quell’uomo è Digger Rockwell (Cruise), magnate del petrolio la cui azienda è impegnata a trivellare i ghiacciai della Groenlandia e dell’Alaska per fornire agli Stati Uniti e al mondo l’oro nero.

Digger

Come tutti gli uomini senza scrupoli, Digger non vuole sentir ragione quando uno dei suoi collaboratori lo avvisa del fatto che le trivellazioni stanno causando non soltanto il riscaldamento delle acque dovuta a fuoriuscita di metano, ma anche crepe che portano come conseguenza la rottura dei ghiacciai. Questo timore, però, sarà confermato dal dottor Ganesh (Riz Ahmed), responsabile per la sicurezza ambientale dell’azienda di Rockwell, e il magnate sarà quindi chiamato da Compson (John Goodman), il Presidente degli Stati Uniti, a risolvere questa imminente catastrofe.

Sullo sfondo di questa imminente catastrofe, però, l’attore Curtis Markson (Tom Cruise stesso) sta girando assieme ad altri attori e alla sua regista Hannah (Sophie Wilde) lo spettacolo Stupidi fossili, la cui trama vagamente ricorda quanto sta accadendo a Digger Rockwell. Questo spettacolo a poco a poco crea dissidi e tensioni fra Markson e la regista, alimentate ancora di più dalle preoccupazioni del primo per il viaggio in aereo della figlia dirottato a causa di avverse condizioni climatiche peggiorate, secondo lui, a causa della situazione che l’umanità sta vivendo attualmente. I destini di Markson e Rockwell, però, arriveranno a incrociarsi, e gli spettatori si chiederanno presto se quello che stiamo vivendo sia farsa, tragedia, meta-teatro o realtà.

Digger, qualche considerazione sul film

Va chiarita subito una cosa: la forza di Digger non sta nella trama. Essa è, infatti, molto semplice e banale, alle volte arrivando a essere molto didascalica con spiegoni su cose che lo spettatore già conosce: il legame, ad esempio, fra capitalismo e catastrofi ambientali, la spietatezza degli interessi dei potenti, il menefreghismo di chi certi eventi non li vive in prima persona e le questioni geopolitiche come il legame fra il mondo occidentale, la Russia e la Cina, per non parlare anche dell’aspetto satirico del film con evidenti richiami a Donald Trump, che riconosciamo subito nella persona di Compson, magistralmente interpretato da John Goodman.

Digger

La forza di Digger sta nei dettagli: nell’interpretazione inedita e riuscita di Tom Cruise del personaggio di Digger Rockwell, nelle inquadrature che molto ricordano quelle dei film di Wes Anderson, nel tono farsesco che aleggia in tutto il film, ma soprattutto nell’aspetto meta-teatrale e meta-cinematografico, che già il regista ha avuto modo di inscenare in Birdman e in Bardo, la falsa cronaca di alcune verità. Quella di Iñárritu, infatti, è un’intenzione brechtiana: non gli interessa tanto dirci cosa succede nel film, che fin dall’inizio già sappiamo, ma intende rompere la quarta parete, mostrarci come film come il suo provano a parlare delle catastrofi ambientali, ma soprattutto come noi e gli addetti ai lavori stessi le percepiscono.

Digger, mostrare l’assurdo come sfida di ricezione

Molti sono gli elementi assurdi ed esagerati che Iñárritu inserisce in Digger: il Presidente degli Stati Uniti che parla di «un cancro al culo grande come un procione» che, anche se estirpato, non risolve il problema del male nel mondo, che resta sempre la Cina; la madre di Rockwell che beve incessantemente Martini e rutta una volta sì e l’altra pure; il vicepresidente degli Stati Uniti che vomita appena vede le immagini dei disastri causati dal ghiacciaio Judy in Europa, per non parlare delle sessioni di preghiera fatte dal reverendo o da Digger stesso per provare a risolvere (oppure a immaginare) una soluzione ai problemi da lui causati.

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Tutti questi elementi volutamente esagerati sono inscenati apposta per giocare con la percezione dello spettatore: a cosa stiamo assistendo esattamente, si chiede lo spettatore che vede Digger sul grande schermo. Lo spettatore si interroga continuamente sulla natura di quanto sta vedendo: fino alla fine non capisce se quello che vede è uno scherzo, una tragedia imminente oppure qualcosa che sta già vivendo o ha già vissuto, ma a cui, come dice la canzone degli R.E.M., si deve ormai abituare con una risata in quanto non può più fare nulla a riguardo.

La fine del mondo come la conosciamo, e io mi sento bene

La chiave di tutto sta nella cornice meta-teatrale che coinvolge Curtis Markson. Come si è anticipato parlando della trama del film, ad un certo punto delle prove dello spettacolo Stupidi fossili l’attore si scontra con Hannah perché non si riconosce nel tono usato per rappresentare l’imminente catastrofe, soprattutto nel modo in cui sono rappresentati gli americani, cosa che la regista rimprovera all’attore in quanto sono stati proprio gli americani a causare con la loro avidità la tragedia che inscenano e che si ispira ad avvenimenti reali.

Digger

A irrompere sulla scena è il produttore dello spettacolo, Kenny, interpretato da Jesse Plemons, che tanto assomiglia al bambino che interpreta il nipote di Rockwell (che sia una coincidenza? Lo scoprirete solo vedendo il film). Per calmare il litigio sul set, il produttore afferma infatti che non importa che sia una farsa, una satira o una tragedia: quello che importa è che rappresentino la realtà, a cui si è arrivati soprattutto a causa di chi, come Markson e Hannah, hanno perso tempo in faziosità inutili anziché in trovare soluzioni a imminenti catastrofi causate da persone che hanno continuato a nutrire i propri interessi anche al costo di farci sprofondare tutti.

Digger, infatti, il cui nome in inglese significa letteralmente “scavatore”, ha continuato a scavare letteralmente per arricchirsi con il consenso tacito di tutti noi, ma il problema è che ha metaforicamente scavato la fossa per la nostra fine. Il tono farsesco e meta-teatrale di Digger serve a farci capire che ci siamo accorti troppo tardi di aver accelerato la nostra fine, e quello che possiamo fare è solo accettarla rassegnati senza poter risolvere il problema.

Digger, il ritorno sul grande schermo di Alejandro G. Iñárritu

Vale la pena, dunque, andare al cinema a vedere Digger? Se considerate la trama in sé, non vi troverete davanti a nulla di nuovo, ma se considerate l’aspetto meta-cinematografico, il tono farsesco e il fatto che troverete Tom Cruise in una veste insolita, ma comunque riuscita, allora vale la pena andare a vedere Digger.

Con questa sua nuova fatica, Alejandro G. Iñárritu ci invita a guardare dentro di noi e ad accettare il fatto che siamo già alla fine del mondo, e l’unica cosa che ci resta è, per dirla à la Sherwood Anderson, un riso amaro, la risata rassegnata di chi poteva fare qualcosa per fermarla, ma alla fine, tacitamente o meno, ne è stato complice e ha fatto sì che gli altri ci sprofondassero sempre più verso il baratro.


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