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Il Dante di Pupi Avanti va (poco) oltre il risaputo

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7 minuti di lettura

Nel giro di una settimana, al cinema e su Netflix, sono uscite due importanti biopic di finzione capaci di spaccare in metà la critica e il pubblico. Il primo film è Blonde di Andrew Dominik con Ana De Armas nei panni di Norma Jean (Marylin Monroe), tratto dall’omonimo e monumentale romanzo di Joyce Carol Oates; il secondo è Dante di Pupi Avati.

Due star di due epoche diverse, destini diversi ma (sia mai) è assolutamente fuori luogo mettere a paragone il Sommo Poeta con le star di Hollywood. Tuttavia, entrambi i biografi sbagliano allo stesso modo quando sfruttano maldestramente, sotto una luce impropria a scopo d’intrattenimento moralista, la popolarità dei loro personaggi. Consequenzialmente viene cristallizzata la loro fama in qualcosa di anti-progressista: il dibattito diviene tabù, la sacralità aumenta, divaga, deteriora e il male scema nella banalità.

La trama di Dante

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Dante di Pupi Avati, in sala dal 29 settembre, scritto e diretto dal Maestro italiano (che firma la sua 42esima regia), prodotto da Rai Cinema in collaborazione con la Duea Film, è in realtà un progetto del 2003, quando Avati scopre l’amore, la storia e la vita di Dante. Una passione che va oltre la Commedia.

Al centro del racconto c’è dunque Dante Alighieri (Alessandro Sperduti); mentre a narrarne la vita c’è il suo biografo per eccellenza Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto). Tratto da un libro di Avati stesso, L’alta fantasia: il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante, che a sua volta è liberamente ispirato proprio al boccacciano Trattatello in laude di Dante, la trama del film vede lo scrittore del Decameron incaricato dalla Compagnia dei Laudesi, trent’anni dopo la morte di Dante, di consegnare dieci fiorini d’oro a Suor Beatrice, figlia del poeta fiorentino e monaca a Ravenna, luogo di morte dello stesso Dante in esilio.

Boccaccio compie un autentico on-the-road dove incontra i vari personaggi che ospitarono Dante durante il suo esilio verso Ravenna, ripercorrendone la vita e il triste epilogo concatenato, inanellato nella stessa Divina Commedia.

Dante un uomo del suo tempo: Pupi Avati passione medievista

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Il viaggio nell’aldilà di Dante raccontato nella Commedia è qui concretizzato nel reale storico e politico dell’Italia trecentesca di Boccaccio. In ogni scena del viaggio, in ogni personaggio incontrato, un capitolo della storia viene alla luce; e Pupi Avati lo racconta disinteressandosi in realtà del sonetto dantesco, ma piuttosto concentrandosi su quello che Alessandro Barbero ha definito “un uomo del Medioevo, immerso nel suo tempo”.

A differenza di quanto si è detto nei confronti del film, questo profilo storico narrativo non toglie valore al Dante che solitamente siamo abituati a conoscere, equiparato forse troppo spesso e in modo insistente a un sub-creatore divino. Al contrario, Avati si interroga sulla vita del Dante umano mostrandone le incoerenze e le insicurezze: lo mette in posizioni fragili (come nelle scene della battaglia di Campaldino), è estremamente maldestro nelle relazioni, è tormentato dall’angoscia quando è priore di Firenze. È un uomo, dopotutto.

Se però nel romanzo di Barbero la vita del poeta è analizzata tecnicamente e concretamente andando nel suo profondo sociale e psichico, Pupi Avati al contrario cerca di imitare la stessa operazione nei passaggi sì, più umani, ma al netto della chiarezza di fondo.

Perché Dante non è un buon omaggio al poeta?

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Fatta eccezione per un comparto registico di tutto rispetto, il Dante di Pupi Avati mostra crepe enormi nella sceneggiatura che, spesso e volentieri, vengono colmate da dialoghi pedissequi. Non è tutto oro ciò che luccica, e l’intento del regista di dare molta importanza ai sonetti cantati dal poeta cozzano con una scrittura macchinosa e tagliata con l’accetta.

Proprio come Andrew Dominik e il suo Blonde, anche Pupi Avati casca nella trappola e inciampa nella sua stessa sceneggiatura. Per un uomo dell’importanza di Dante tanto si è detto e molto si può ancora dire; ma Avati dice poco o niente. I flashback in cui compare il poeta sono goffamente connessi a quelli del viaggio di Boccaccio, il legame fin troppo stretto con la storia, la voglia di mostrare l’umanità insita a un letterato immortale, non sono altro che momenti effimeri e sconnessi.

Dante è un poeta nostrum per così dire, padre della letteratura e della lingua italiana, non è scontata la sua figura e la forte carica attrattiva che può suscitare in qualsiasi artista italiano. Pupi Avati (decisamente un grande artista italiano) è convinto, e lo ammette in un’intervista rilasciata da Cinematographe.it, di mettere in scena un film “fluido” dove

“…ci si sente veramente trasportati in qualcosa che va oltre il cinema. In una dimensione che non vorrei dire spirituale, ma proprio altissima.”

Dopo quasi vent’anni di progetto l’idea è lodevole, certo; ma la realizzazione più che fluida è a scatti e, anziché sentirsi trasportati, il film lascia pensare quel poco che basta per ricordarci due cose: che Dante è un poeta, e che è pure un uomo del medioevo. Cose che tutta Italia sa già fin troppo bene: tra la scuola che inocula con supposte in pillole la figura di Dante Alighieri, e le iniziative biografiche alla Dante di Pupi Avati.

Dante dà Dante toglie, o meglio: Dante sudante su Dante. A 700 anni dalla sua morte ci vogliono tutt’altro tipo di celebrazioni.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

2 Comments

  1. Condivido! Ho visto il film stasera e sono alquanto delusa. Non si può pensare di realizzare un film su Dante tralasciando la sua poesia. E pur volendo soffermarsi sulla sua storia politica e umana ritengo ridondanti e scabrosi aspetti della vita medievale priva di servizi igienici o infestata da epidemie. Che Dante defechi al fiume, o faccia sesso dopo la guerra comprandosi una donna non mi sembra ci volesse un Avati per rivelarlo. Mi sembra un film piuttosto preoccupato di lanciare un messaggio anticlericale. Non a caso finanziato anche da Regioni rosse come la Emilia Romagna e l’Umbria. E osannato da Il Fatto. Mi preoccupa ci vadano le scolaresche che pensano possano trovare nel film motivo di stimolo per gli studenti per studiare la Divinia Commedia. Colgo il lato positivo che mi da venir voglia di rileggerla non avendola ascoltata almeno a momenti, nel film. Bocciato!

  2. Il focus della sceneggiatura riguarda soprattutto l’aspetto umano della tribolata vicenda terrena del Sommo Poeta, sottolineando la grandezza del suo genio per bocca di un estasiato, autorevolissimo ammiratore della prima ora : Giovanni Boccaccio. Pupi Avati , ossequioso e attento, utilizza originali registri narrativi riuscendo appieno nel suo intento . Il film non è un documentario su Dante nè si picca di chissà quali intenti filologici. Men che meno non ci risulta che il regista avesse in animo di andare – come prosaicamente detto- olre il risaputo. Il lavoro, di pregevole fattura, interpretato da attori tra i migliori del momento, è un ottimo omaggio al Poeta e merita di essere visto.

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