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Blonde, cosa ne ha scritto la critica e perché

Blonde di Andrew Dominik è su Netflix dal 28 settembre 2022 e da subito ha aperto numerosi dibattiti. Cosa non convince e cosa stupisce? Parola alla critica.

14 minuti di lettura

Blonde di Andrew Dominik è su Netflix dal 28 settembre. Sin da Venezia79, dove il film è stato presentato in anteprima mondiale, Blonde ha strappato a critica e pubblico sensazioni opposte. C’è chi urla alla perfezione e chi al contrario si dice addirittura offeso. Anche per questo, abbiamo voluto ricominciare il nostro podcast dedicato alle parole della critica cinematografica, Good Morning Cinema, proprio con Blonde.

Un film che segna e colpisce la sua protagonista – una Marilyn Monroe immaginaria e interpretata da Ana De Armas – e il suo spettatore. Dominik non ci accoglie in uno spettacolo facile e la critica è invitata a prestare attenzione, a moderare i termini, a slanciarsi il giusto, a trovare la quadra. Proprio l’inquadramento è stato protagonista della nuova puntata di Good Morning Cinema. Perché come il regista, che elimina i pezzi di mondo inutili ai suoi intenti e ritaglia una fetta della realtà prontamente scenografata, anche la critica cinematografica posa parole come inquadrature. Ed è in un film come Blonde, in cui l’errore interpretativo, il pregiudizio estetico, il fuori fuoco, possono essere fatale, che si vede chi, nella critica, sa essere anche regista.

Avevamo già analizzato le diverse recensioni in occasione della live di preparazione al podcast. Un modo nuovo per riflettere assieme sulle parole della critica e comporre in diretta, grazie alla chat, gli episodi di Good Morning Cinema. Guidati da una mappa di recensioni, avevamo identificato i temi chiave.

Blonde

La critica non giudica Blonde prima di averlo chiamato a testimoniare su se stesso. A seconda delle risposte che si immaginano per lui, scatta la condanna o l’assoluzione. La maggior parte dei testi sembrano in difficoltà, alla ricerca del giusto posto per un film che ne occupa troppi. La parola più ricorrente è “audacia”. Blonde è audace, blonde è complesso. Lo scrive anche Ricard Lawson su Variety e fa eco Valentina Ariete su Movieplayer, parlando di “un film senza compromessi”, un film controverso che “chiama in causa lo spettatore”. E aggiunge “finalmente”.

Blonde, l’horror di Netflix?

Blonde è raccontato dai più come un horror stravagante e impegnativo. Una sfida allo spettatore e al cinema tutto. In pochi hanno saputo dare spiegazione di questa etichetta, ma laddove l’horror si è rivelato strutturale le recensioni hanno iniziato a pendere a favore di nuove interpretazioni. Accade infatti che il genere, come la molte delle soluzioni di Dominik, siano

Per Mark Kermode del The Guardian, Blonde è un “Melodramma Gotico“, più vicino a Nightmare on Elm Street che a My Week With Marilyn. Lo è anche per Richard Lawson di Variety, ma soprattutto per Elisa Battistini su Quinlan, la quale ci permette di capire perché. Scrive infatti che gli Horror suggeriscono “le pulsionalità profonde che creano gli incubi in cui viviamo ma difficilmente spiegano le psicologie come reazioni ragionevoli agli eventi”. Se il film è un horror, ci dice parte della critica, non lo può essere solo come etichetta, patina, ma deve esserlo strutturalmente, e dunque ogni sua analisi si filtra negli schemi del genere. Claudio Gargano scrive su Nocturno di un “Incubo allucinato e fantasmatico”, mentre Carlo Valeri su Sentieri Selvaggi non ha dubbi che sia un “Horror uterino”.

La tragedia dello sguardo, l’icona di Marilyn e molto di più

Michele Innocenti, Giuseppe Grossi e Chiara Cozzi sono stati ospiti di Giulia Calvani a Che Cine Che Fa, il talk Twitch di NPC Magazine, ogni venerdì dalle 18.30 alle 19.30

Horror: un primo inquadramento possibile. Serve un passo in più. Una domanda. Chi è il motore di questo questa vita tragica? Le recensioni sottolineano lo schifo di un sistema inevitabilmente maschilista, sessista, sfruttatore; la Hollywood con le mani sporche di sangue. Nessuna figura maschile di Blonde è salva da sfumature spesse di un marcio irrinunciabile. Ma a dirci di più, e a obbligarci a riflettere, è ancora Elisa Battistini, che su Quinlan, dopo aver dato conto del termine horror, parla di un “lato tragico del piacere scopico”, la tragedia dell’immagine di Marilyn che divoriamo, colpiamo, feriamo con lo sguardo che, lungi dall’essere innocuo, è in Blonde un vero villain. Battistini parla di “finimondo partorito da immagini incontrollate, viste ma non guardate né riconosciute, che finiscono per inghiottire qualunque cosa, nella peggiore delle apocalissi”. La fine del mondo nell’immagine che brucia, che divoriamo e facciamo nostra. Tutto questo ci riguarda. Valentina Ariete ha scritto che Blonde “chiama in causa lo spettatore”. Nelle scene più eccessive parla di noi, del nostro sguardo violento sulle icone.

Ma Richard Lawson di Variety ferma il film sulla possibile contraddizione: perché è un film sullo sfruttamento dell’immagine di Marilyn, sull’oggettificazione delle icone, che per tre ore sfrutta Marilyn e ne oggettifica l’icona. Lawson parla di “meta-funzione”. Il film è tutto meta. Parla di Marilyn e la mostra in bianco e nero, a colori, nei formati del cinema classico e in quelli più ampi. Un film che è antologia delle possibilità cinematografiche. Dunque per Lawson o il film sfrutta con consapevolezza questa meta-funzione, e allora ci dice che “è qualcosa di interessante”, oppure ha l’ingenua convinzione che il film esprima una pietà genuina nei confronti della Monroe, e allora “Blonde è un po’ perverso”.

I gradi di consapevolezza di Blonde stravolgono le interpretazioni. Alessia Pelonzi su Bad Taste parla ad esempio di un “Un poema estetico di sublime eclettismo che adatta al contenuto la propria forma”. Per cui persino il Kitsch di una CGI che Pelonzi descrive come sgradevole, diventa d’improvviso un contributo che evidenzia la falsità vissuta da Marilyn. Tutti gli elementi del film sono espressione di un tema, e così persino i limiti, le lacune, sono per molti conferma. Christy Lemire sul sito Roger Ebert parla ad esempio di un film che diventa ripetitvo nel suo essere iconico. Ma “forse è questo il punto”, ci dice. Ancora una volta, se il film è consapevole di quello che fa, allora tutto quello che fa, per se stesso e nei confronti dello spettatore, è oggetto di riflessione. 

Più Lynch che Dominik

Blonde. Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Netflix © 2022

Dunque, Blonde Horror, Blonde allucinato, Blonde immagine mentale. Indovinate dove andiamo a finire? In una lunga distesa di citazioni a David Lynch. Il regista di Mulholland Drive compare in moltissime recensioni. L’aspetto più curioso è che ogni volta viene citato un film diverso. Carlo Valeri affianca Lost Highway, perché Blonde immerge la carne e il volto della star in un mondo di freak in cui tutto è orrore in potenza.

Twin Peaks è l’esempio più comune, perché come scrive Mark Kermode su The Guardian questa Marilyn assomiglia a Laura Palmer, di cui per altro per tutta la serie vediamo principalmente un’immagine. Francesco Alò nella videorecensione per Bad Taste riconosce dei legami anche tra le musiche di Nick Cave e Angelo Badalmenti, storico compositore di Twin Peaks. Anche Claudio Gargano torna su Twin Peaks, suggerendo come il “fato autodistruttivo di Marilyn” si avvicini all’altrettanto tragico fato di Laura Palmer, “anche lei simbolo di purezza e innocenza perdute”.

Tra la Oates e Dominik: cos’è Blonde

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C’è chi non ci sta e come Marianna Ciarlante su Today.it parla di un “mero e autocelebrativo esercizio di stile” che restituisce “Un film apatico, confusionario, lentissimo”. Ma che, soprattutto, “distrugge il ricordo di Marilyn e spazza via la magia del personaggio”. Se fossero vere le teorie di molta critica, la distruzione del ricordo sarebbe un punto a favore dell’idea di Dominik, ma la vittoria dell’autore può essere la sconfitta dello spettatore. E forse è uno di quei casi. 

Rispetto all’empatia scrive bene la nostra Giulia Calvani, parlando di un’empatia orientata o preconfezionata” utile però alla narrazione“. Giulia affianca la Oates, autrice del libro, e Dominik. Per questo è interessante spostarsi fuori italia per vedere come Justin Chang del Los Angeles Times parli di due opere del tutto differenti.

Se infatti la Oates “utilizza il Mito della Monroe in maniera libera e filtrata arrivando a delle verità più ampie delle necessarie menzogne del percorso”, il film Dominik non riuscirebbe – secondo Chang – a essere più che “un’audace ricerca estetica” che può solo far soffrire la Monroe senza arrivare a una sintesi più ampia.

Numerosi testi che inquadrano il film come volontariamente distante dalla realtà storica, sottolineano al loro interno anche l’inadeguatezza della Marilyn raccontata rispetto alla realtà. Non è un errore o un scelta strategica per abolire il film: la confusione è reale e basta farsi un giro su Twitter per vedere come le liti risiedano soprattutto su quest’elemento.

Vorremmo parlare di Blonde come grande contenitore simbolico sulle immagini e le icone, ma per nemmeno un attimo riusciamo a dimenticarci – e il film non ci aiuta – che quella sia Marilyn Monroe. La sensazione è che da Blonde si possa trarre tutto e il suo contrario.

Un’occasione rara per la critica, ma che ci obbliga a interrogarci sulla fonte delle nostre opinioni. Perché indipendentemente dal giudizio sul film, Blonde sembra tirare fuori dallo spettatore più di quello che forse avrebbe voluto dire. È un film strano, metodico ma stralunato. Roberto Recchioni ha scritto sul suo profilo di Blonde come “centro perfetto dello sbaglio”, di “antimiracolo”, capolavoro dei film brutti. Insulti, certo, ma a cui fa seguire l’invito a vedere il film. Di Blonde si è scritto e si scriverà in ogni modo. Una fioritura critica di questo tenore è un’ottima notizia, per chi fa questo lavoro (certo), ma anche per chi ama quest’arte.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

1 Comment

  1. Ho visto il film ieri sera e trovo l’attrice superlativa. La sua bellezza, gli occhi dolci che chiedono aiuto, disperatamente aiuto a noi che guardiamo. Nessuno può sentirsi indifferente. Mi è piaciuto tanto anche l’approccio diverso che il regista ha dato alla vita di Marilyn. Si vedono gli abusi su una donna tanto fragile e, nel contempo, io donna li ho sentiti su di me.
    Essendo stata abusata fin da piccola dalla madre, dall’assenza del padre e poi dagli uomini, non ha Imparato a dire di NO. Non ha avuto gli strumenti per difendersi da chi le strappava brandelli di corpo. Mentre lei cercava Amore loro volevano solo violarla.
    Mi dispiace solo che nella loro eccessiva verità e drammaticità certe scene di sesso, abbiano scomposto l’armonia e la dolcezza del suo candore. Me l’hanno fatta amare di più, o forse me l’hanno fatta amare per la prima volta ma le ho trovate eccessive: lo stupro, il sesso orale al presidente, sono stati troppo. Norma Jean non credo che avrebbe voluto farsi vedere in quelle vesti. Il dialogo con il feto, poi, non ha avuto alcun senso. Sarebbe stato più efficace un monologo in cui Norma Jean, come tante donne, avesse interpretato i pensieri del futuro bambino.
    Nell’insieme trovo che sia stato fatto un lavoro eccellente perché mostra la Donna al di là del mito, la fragilità e la dolcezza al di là del corpo prorompente. Scena finale 10 e lode. I piedi abbandonati fuori del letto, il corpo nudo, indifeso, come lo era stato per tutta la vita.
    Bravi tutti.

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