Le spedizioni come ricerca dell’infinito oltre, perché nessun confine diventi mai il termine di qualcosa, nemmeno dei propri irreprensibili principi etici ideali. In Magellan (Magalhães), presentato a Cannes 2025 e Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, Lav Diaz si volge al colore, in una forma più ristretta rispetto alle opere-fiume che l’hanno consacrato nei principali festival mondiali (tra le tante, The Woman Who Left vinse il Leone d’Oro nel 2016), ma la vita del celebre esploratore Ferdinando Magellano non è che il pretesto per giungere alla radice traumatica dei suoi racconti, indagare ancora una volta la storia delle Filippine, le sue sofferenze nella storia di altri, le aderenze per mano di colonizzatori glorificati in patria come eroi rivoluzionari.
Magellan, storia di un’esplorazione di mare e di sangue

1511, Malacca. Una pozza di sangue macchia il moto ondoso dell’oceano. Magellan parte da quella che avrebbe potuto essere la fine, di una freccia conficcata oltre l’armatura, una strage che promette ancora l’illusione di vittoria. Le popolazioni indigene scappano sgomente alla vista del primo uomo bianco. Ferdinando Magellano (un ipnotico Gael García Bernal) è lì insieme al governatore Alfonso de Albuquerque, a perpetuare la più classica forma di colonialismo, fisica ed efferata, quella che invocando Dio e un’opera di cristianizzazione spregiudicata stermina e massacra con l’unico obiettivo di «far sprofondare l’Islam negli abissi più profondi della Terra».
Magellan copre l’arco di dieci anni, in cui Magellano dopo quella conquista genocida torna in patria, si ravvede, decide di arrivare alle Indie seguendo un’altra rotta, in un’inconsapevole prima circumnavigazione del globo, con modi e ideali apparentemente più umanisti e scientisti. Quando il re portoghese gli rifiuta il progetto, Magellano parte sotto la corona spagnola. Un viaggio difficile, turbolento, con la bandiera issata che a ogni costo vuole vincere ogni avversità: dai venti impetuosi che sospingono furiosi l’oceano oltre i limiti dello sguardo, fino alla presenza maledetta della morte che aleggia imponente tra ogni ammutinamento evitato e punito.
Magellan, contro l’eroico navigatore
Non basta però il miraggio lontano di un pezzo di terra, è il potere che incalza l’ammiraglia di Magellano (come nella colorimetria calda di Pacifiction di Albert Serra, qui anche produttore). La curiosità geografica esotizzante ne accresce l’impeto, ne dissesta la morale. Già ci sono gli indizi di quella trasformazione che da un semplice uomo di mare, proto-romantico esploratore assetato di infinito, lo trasformerà, come tutti, in brutale e rigido aggressore malato di imperialismo, privo di pietà. In un attimo un innocuo e primitivo cannocchiale, capace di vedere oltre le distanze oceaniche dell’orizzonte, si tramuta in arma mortale, fendente morale, che colma miglia nautiche con una violenza che attracca prima della propria nave.
Sembra infatti permanere sempre in ogni progetto occidentale una forma di colonialismo più spiccatamente culturale, subdola perché apparentemente inconscia, nata dall’aprioristico principio di superiorità etnica e religiosa. Quando nel 1521 Magellano sbarca nelle odierne Filippine invoca i principi cattolici per legittimarne l’occupazione, impone prepotente la sua inscalfibile fede monoteista, annulla e distrugge gli idoli locali di una collettività devota più ampia, considerata eretica perché «selvaggia». Come dice lui stesso parlando di viceré, governatori e sultani occidentali (di cui poi è divenuto in qualche modo impetuoso portavoce) «hanno bisogno di qualcuno da comandare più che un capo che li comandi».

Già a Malacca, da quell’incipit lampante, Magellano, come un Dio-padrone auto-investitosi della sua carica divina, compra infatti uno schiavo prestato a interprete (Amado Arjay Babon), la cui biografia viene suggellata soltanto dalla spietata cronologia di compravendite (dis)umane subite. Enrique, questo il suo nome, rappresenta in Magellan l’anima silenziosa dentro lo scafo del veliero, il testimone in mezzo ai rami della prua, che offre una prospettiva diversa, opposta ai libri di storia, di chi ha toccato la brutalità della facciata espansionistica per poi scegliere di tradirla dall’interno, per liberarsene del tutto, emancipandosi e risorgendo come uomo libero.
Così anche le ombre e il buio sono state riscritte nella versione ufficiale della storia attraverso la luce divinizzata del bianco che si è spinto al di là di se stesso. Lav Diaz le riporta al magico e al demoniaco, come la figura vampiresca soltanto evocata di Lapu-Lapu, da cui è dipesa la fine e l’uccisione di Magellano in terra straniera, sotterrato senza sepoltura e senza restituzione di cadavere, intrappolato tra tutti i fantasmi che lui stesso ha scelto per un popolo intero di rendere traumi. E tale è anche il destino spettrale ed etereo di Beatriz (Ângela Azevedo), giovane moglie di Magellano con figlio in grembo, che rimasta (morta) a casa lo tormenta, lo abbraccia, lo divora d’amore nell’assenza.
Magellan, la pittura sospesa del colonialismo
Lav Diaz in Magellan demitizza la forza glorificante e avventurosa con cui per secoli si è giustificata la crudeltà, riflettendo ancora una volta sulle sue Filippine, sulla filmabilità di quello spazio, in inquadrature statiche di rara perizia tecnica che contengono tutto eppure in cui nessuno riesce a fare niente per evitarlo, come le preghiere inascoltate ormai prive di alcun significato drammaturgico. Cinema meditativo ombroso eppure luminescente, anche quando usa il colore, eccezione nella fluviale filmografia di Diaz quasi tutta di monocromia. Le tinte e i toni diventano in Magellan gesto pittorico puro, ipnotica composizione di immagini che, tra terre conquistate e palle di cannone esplose in traversata oceanica, usano il sangue come Caravaggio: trasposto su tela per trascenderlo in luce.

Rispetto al suo solito, Diaz sintetizza e contrae maggiormente tempi e situazioni, lavora più di montaggio, ma con la stessa violenza irrisolta e ricorsiva che diventa anche l’unica possibile sceneggiatura, ad aggirarsi fin sopra i cadaveri ai margini dell’inquadratura, contro la prospettiva di Magellano, a favore di colonizzati normalmente confinati alle note a piè di pagina dei nostri libri. Gli esploratori celebrati trionfali in patria come i grandi eroi dell’Occidente conquistatore rivelano sempre un progetto totalizzante che esiste ancora oggi nel modo di interpretarne le vicende, in una cartografia dell’annientamento che ha scoperto un luogo senza concepirne una storia antecedente, inventandosi qualcosa da salvare e modernizzare anche se di fatto inconsistente.
Come nel dissanguamento dilatato per oltre venti minuti di Evolution of a Filipino Family, la finzione si fa performance, inconscio collettivo da somatizzare e purificare gradualmente per far provare in diretta a chi guarda l’agonia storica del rappresentato1. In questo Magellan è per tanti versi l’opera perfetta per approcciarsi per la prima volta al cinema di Lav Diaz, conoscerne nella brevità di poco meno di tre ore i temi e le ricorrenze, lo stile unico capace di scalfire ogni pregiudizio di sguardo. Così in Magellan la fine ritorna all’inizio, con una ferita mortale nella carne a oltrepassare l’armatura dell’aggressore. Ma non c’è più illusione di vittoria. A essere stato sconfitto nella sete di colonialismo è stato innanzitutto l’essere umano.
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- per approfondire: Lav Diaz, Michael Guarneri (a cura di), Quando le onde se ne vanno. Conversazioni sul cinema, Il Saggiatore, 2024, p. 25 ↩︎
