Moonfall film

Moonfall, la fine del mondo tra romanticismo e trumpismo di ritorno

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Un tempo c’erano i ruoli per gli eroi americani. Mo’ li fa tutti la Marvel. Deve averci pensato, Roland Emmerich, prima di decidere di smentire se stesso e tornare a dirigere un disaster movie. Si chiama Moonfall e in realtà poteva essere un buon film. Le premesse convolano a nozze con il più conosciuto cinema di Emmerich. Il re delle fini del mondo, già regista di Indipendence Day, Godzilla e 2012, decide di raccontare il lato oscuro della luna, in realtà una megastruttura infettata da un misterioso parassita che ne sta causando la caduta verso la terra.

Il risultato è un memoir, privo di ogni buon gusto e sbrigativo nell’abbozzare gli eroi protagonisti, dedicato a un genere decadente ormai appaltato alle calzemaglia di supereroi che salvano la terra per colazione, la galassia per pranzo e chiudono la giornata nel multiverso.

Il romanticismo di Roland Emmerich

Moonfall poster

Una missione Shuttle fallisce. Alcuni astronauti non rientrano a terra e Il comandante Harper (Patrick Wilson) riferisce di una pericolosa nuvola di nanoparticelle nere. Nessuno gli crede e viene estromesso. Stacco. 2022. La luna sta precipitando: che fare? Il comandante aveva ragione, ma la verità la detiene KC Houseman (John Bradley), complottista bidello, da anni megastrutturista alla faccia di una NASA indecisa e confusa. Nel frattempo il governo prepara le atomiche (?), ma la sfida è più grande di loro e rivelerà un segreto senza precedenti. Prima però va salvata la terra.

C’è una scena in Don’t Look Up che in molti hanno riconosciuto essere una parodia di Armageddon, il film di Michael Bay in cui Bruce Willis e altri americani ci salvano dall’impatto con un meteorite. Nella presa in giro che ne fa Adam McKay un veterano finisce per schiantarsi nel tentativo di difendere la terra. Grasse risate e si passa a chiedere aiuto ai privati, al finto Elon Musk – ma con la parlata melliflua di Tim Cook – pronto a salvare gli interessi di un manipolo di potenti. La credibilità di Don’t Look Up è anche nella satira di un cinema (leggasi ideologia) che oggi non può esistere. Perché la NASA ha perso nell’immaginario comune il ruolo di rappresentante dell’occidente nello spazio. Ora, se si salva il mondo, al cinema e non solo, si chiede agli Avengers da un lato e ai privati dall’altro. Significativo in tal senso che i costumi di SpaceX, agenzia spaziale privata, siano proprio del costume designer dei film di Batman e Superman.

Moonfall osserva tutto cioè e finge un mondo alternativo, trasformando irreversibilmente il cinema di Emmerich. Da riflesso di un’America sentitamente simbolo e riferimento del destino della specie a ricordo nostalgico di un racconto oggi impossibile. La grande finzione non è nella luna che si schianta al suolo terrestre – a quello ci crediamo, come d’altronde facciamo a ogni appuntamento Marvel – ma nel modo di raccontare il mondo che ne risponde. In uno slancio mesto, Emmerich pensa di andare a recuperare persino lo Shuttle, dispositivo ormai dismesso da un decennio. Apre un Hangar gigantesco e ce lo mostra: maestoso, coperto di un’edera che racconta fasti andati. La scenografia richiama una foto apparsa qualche anno fa sul web, che invero rappresentava una versione sovietica del famoso mezzo spaziale. L’emozione arriva, sono i simboli della vittoria occidentale alla corsa spaziale e l’eco di uno stop al progetto che si fa ancora sentire mentre la tecnologia cambia e i simboli sui veicoli affiancano nuovi protagonisti.

Shuttle sovietico
Un Buran. La versione Sovietica dello Shuttle, ora abbandonata in un Hangar
Moonfall scena

Emmerich si svela romantico. Per ricordare che un tempo i destini di tutti erano avvolti a stelle strisce sceglie la luna, oggetto di poetica malinconia. Proprio lui, che con la natura più libera e feroce ha creato scene di distruzione senza rivali, ora si riscopre leopardiano. Osserva la luna, la inquadra pacchianamente restituendo una copia carbone dei disegni pseudo-psichedelici e tribali che gli artisti di strada dipingono in tempi record armati di vernice spray. Un’operazione nostalgica che ritrova il romanticismo della fine del mondo in mano agli americani vecchio stile, senza mantello o poteri. Un film anni ’90, con i soldi di oggi.

Per fortuna il mondo finisce solo a New York

Moonfal Roland Emerich

Alla notizia che la luna cadrà sulla terra osserviamo le risposte di una sola nazione. Non c’è spazio per la Cina, figuriamoci l’Europa. Nemmeno nei consueti stacchi dove un tempo il cinema di Emmerich inseriva notiziari e immagini per mostrare l’arrivo di uno tsunami in Bangladesh. Ora no. Il mondo: uno spicchio tra Canada e Messico.

Così facendo, Emmerich rifiuta se stesso. Quando mostrava l’apocalisse in 2012, o Godzilla, raccontava le connessioni imprevedibili tra lati opposti del mondo. Il suo non è l’apparente cinema degli elementi – mostri o distruzioni – ma delle crisi di massa, che scappano, si agitano, reagiscono. Nelle risposte di miriadi c’era persino spazio per osservarci: supermercati trafugati, ritorno alle origini selvagge. Un’eredità del cinema zombi firmato Romero.

A Moonfall però manca il cuore. Mentre tutto crolla, con notevole impegno di dettagli, ci scopriamo disinteressati. Siamo assuefatti dalla fine del mondo. L’abbiamo vista, anche grazie a Emmerich. Ciò che oggi distingue uno schiocco di Thanos da un crollo della luna è che le conseguenze ricadono su personaggi di cui ci interessa. I protagonisti di Moonfall potrebbero restare sulla luna e la serata dello spettatore non cambierebbe di molto. C’è una ragazza alla pari, di origini cinesi, che scappa assieme a uno dei due gruppi protagonisti. È insostenibile osservarla mentre non cerca nemmeno di videochiamare la famiglia, mentre ignora l’esistenza del telefono e si lascia trasportare da ogni evento. Come lei, gli altri. Rapporti padre figlio risolti con prep talk, traumi ricuciti in un attimo e tanti saluti all’aspetto umano dell’apocalisse. Se le telenovela di Netflix sconfiggono i disaster movie è perché oggi una trama a intreccio abitata da personaggi con nomi e cognomi ha più potere sullo spettatore di un palazzo che crolla ancora e ancora una volta.

Quell’eclissi di complottismo che non va più via

Moonfall Patrick Wilson

Ora, possiamo discutere dell’idea di fondo. Magari dibattere sulla sceneggiatura che fa a gara con la luna su chi si sgretola prima. Ma c’è un elemento di Moonfall che per due ore guarda negli occhi lo spettatore e non se ne vuole andare: l’idea che a salvarci saranno i complottisti. Il vero eroe della storia non è l’astronauta veterano richiamato in servizio per fare a botte con l’apocalisse. No, lui è un servitore della specie: deve andare, salvare, tornare. Chi è l’eroe? Un podcaster da sgabuzzino e libri di Ronald Hubbard sul comodino, un uomo della contro cultura galoppante.

In realtà, per quel che Emmerich abbozza del personaggio, la creazione di una realtà alternativa da parte di KC Houseman sembrerebbe uno strumento per salvaguardarsi da una situazione famigliare segnata dalla malattia della madre. Lui è Houseman, letteralmente l’uomo di casa, destinato a salvare quella di tutti: la terra. Ma al netto degli schizzi di approfondimento psicologico del personaggio, Moonfall veicola una sfiducia nella scienza e una creduloneria totale nelle letture alternative che vincono su ogni altra prospettiva.

Aliens meme

I complottisti ci salveranno. Non un complottismo sull’altro: tutti. Una pangea di credenze che uniscono Atlantide, i rettiliani, l’allunaggio e le megastrutture. Spazio anche agli antichi astronauti, che per i più attenti sono quelli chiamati in causa dell’ormai vecchissimo meme di “Aliens!”. Siamo nei sogni di un programmatore Dmax.

Alla NASA appaiono ebeti, tranne quest’uomo che per tutta la vita ha studiato contro informazione e news online. John Bradley si ritrova nelle stesse vesti indossate in Game of Thrones, in cui il suo Samwell Tarly annunciava l’arrivo degli estranei. Uniti i puntini di un romanticismo esasperato, Moonfall non è solo uno sguardo laconico ai tempi di un cinema sorpassato da mantelli e mascherine, ma anche una risposta reazionaria che tanto assomiglia a quel trumpismo che scredita il sapere e preferisce iniettarsi disinfettante su consiglio di utente_esperto_61.

Il complottista non è un personaggio nuovo dei disaster movie. Anche in 2012 c’era il pazzo scriteriato che alla fine aveva ragione. Sono entità divertenti, come divertente è giocare con lo spettatore a “facciamo finta che hanno ragione loro”. In tal senso, questo cinema è divertente come uno speciale sull’Area 51. Solletica l’immaginazione, ribalta la consuetudine e racconta grandi storie di fantascienza.

Ma Moonfall non è ingenuo e il suo personaggio principe è costruito esattamente sulle fattezze del complottismo contemporaneo che nel film vince su ogni istituzione. Il ribaltamento non è più gioco del racconto ma sguardo politico e carezza a quella percentuale di pubblico convinta che ci sia una verità celata ai più, nascosta nei meandri del web.

Moonfall finale

Moonfall potrebbe salvarsi dietro lo spauracchio del cinema supereroistico, reo di aver assimilato ogni genere nelle proprie formule. Ma se è vero che per mostrare oggi un Noir alla Zodiac sia necessario vestirlo da uomo pipistrello alla The Batman, è indubbio che Moonfall abbia problemi propri, che ne avrebbero reso il risultato discutibile in qualsiasi altro contesto cinematografico.

Quando arriviamo sulla luna e si apre una lunga parentesi cosmogonica, Roland Emmerich è intrigante e ci porta lontani con la mente. Tornati sullo Shuttle ancora sporco di graffiti riusciamo a capire Moonfall, persino a volergli bene. Il legame con lo sforzo di Emmerich si sente, ma dobbiamo essere onesti e riconoscere la confusione di fondo di un film che fallisce al botteghino per via di un anacronismo del genere, ma che persino con il passaparola non migliorerebbe granché.

In copertina: Artwork by Alessandro Cavaggioni
© Riproduzione riservata


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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