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Patricia Arquette

Patricia Arquette: madrina del cult tra cinema e serialità

7 minuti di lettura

Correva il 2015 quando Patricia Arquette strinse per la prima volta tra le mani l’ambita statuetta dorata come Migliore Attrice Non Protagonista per Boyhood di Richard Linklater. L’estetica trasformista di un film che ha richiesto dodici anni di lavorazione, tracciando i segni del tempo sui volti dei suoi attori, si riflette nell’evoluzione mutaforme dell’Arquette. Figlia d’arte e affamata di recitazione, l’attrice di Chicago, che l’8 aprile 2022 firma i suoi 54 anni, ha messo il suo talento e la sua poliedrica capacità mimetica a servizio del cinema e della serialità dal 1987.

All’epoca quasi ventenne, inebriata dal magnetismo di una bellezza angelica e provocante, Patricia Arquette si è conquistata in poco tempo la corona di icona pop. Nel 1993, la penna di Quentin Tarantino e la regia di Tony Scott ne hanno incorniciato l’aura nel film Una Vita Al Massimo. Così il nome di Alabama Worley, riecheggiato nel 2020 dal travestimento halloweeniano di Cassie (Sidney Sweeney) nella prima stagione di Euphoria, ha fuso innocenza e violenza in una personalità esplosiva.

Perché il talento dell’Arquette si intaglia in maschere attoriali enigmatiche: ammaliatrici e carnefici, materne e matrigne, serafiche e sensuali. In continua oscillazione tra due opposti, queste riflettono la capacità dell’interprete di destreggiarsi tra il grande e il piccolo schermo con la stessa potenza evocativa. Per questo, nell’arco di venticinque anni di carriera, la bionda dagli occhi di ghiaccio sa ancora come si governa il gioco delle parti.

L’amore secondo Patricia Arquette

Patricia Arquette, True romance

True Romance è il titolo originale del gioiello cult (Una vita al massimo) che, un anno prima di Pulp Fiction, scrive la poesia di una bellezza sporca. Qui, Patricia Arquette conquista i riflettori nella follia di una storia d’amore di cui si assapora l’adrenalina come in un giro ripetuto sulle montagne russe. L’evoluzione narrativa spinge sull’acceleratore in una pellicola divorata dalla fame romantica dei suoi due protagonisti. Così Alabama Worley cerca il suo posto nel mondo attraverso un amore adolescenziale, che non si cura delle conseguenze, in un’apoteosi distruttiva dove la Arquette conserva l’incanto del sogno.

Lo sguardo da teenager, in un volto consumato dalle brutture di una vita violenta e degradata, rimane nella miniserie che, a quasi trent’anni di distanza, fa brillare ancora la Arquette. Nel 2018, Escape At Dannemora inaugura la brillante regia di Ben Stiller nella serialità televisiva, con l’interpretazione di una storia vera. Patricia Arquette indossa la maschera – di una verosimiglianza spiazzante – di Joyce Mitchell, l’impiegata della prigione di Dannemora (NY) che, nel 2015, aiutò ad evadere due detenuti. Questi, scrivono con la protagonista un amore disturbato e pietistico.

Attraverso lo sguardo di Joyce, lo spettatore percepisce il rapporto duale che lei intesse con i due ergastolani. Mentre con David Sweat (Paul Dano), l’innamoramento è sincero, con Richard Matt (Benicio Del Toro) il rapporto si nutre di una ferocia che spinge il personaggio oltre i suoi limiti. Da carnefice a vittima e viceversa, la Arquette domina le sfumature di un personaggio debole e dominante, in un ritratto di amore e devozione di innegabile trasporto.

Madre e matrigna

Patricia Arquette, The Act

Il trasporto mimetico dell’Arquette nei panni di Joyce Mitchell si ritrova nell’immersione nella psiche disturbata di Dee Dee Blanchard. Siamo nel 2019 e la serie televisiva The Act, disponibile su Prime Video, riecheggia un altro fatto di cronaca, trattato lateralmente anche nel lavoro di Ryan Murphy e Brad Falchuk, The Politician. Dee Dee è una madre-matrigna, una donna malata che cresce la figlia, Gypsy Rose (Joey King), facendole credere di essere gravemente malata. Patricia Arquette scava qui gli abissi della sindrome di Münchhausen per procura, un disturbo dettato dalla spasmodica ricerca di attenzione.

Con la sua interpretazione, la Arquette riesce abilmente a mediare tra amore e violenza, tra affetto e conturbante desiderio di possesso. Il magnetismo che rilascia appartiene alla duplicità di uno sguardo che dall’amorevolezza si proietta verso un’inquietante algidità iniettata di follia. La sua trasformazione fisica e psicologica innesta così un diverso campionato, lontano dalla maternità casalinga che vede l’attrice condurre per sei anni e sette stagioni la serie TV che l’ha resa paladina del piccolo schermo: Medium. Fino al 2011, il piccolo mondo di Allison DuBois, la medium – ancora una volta ispirata a una figura reale – che si destreggia tra casa e presenze soprannaturali, ci fidelizza a un’altra Patricia Arquette.

Icona avanguardista di un pop che diventa cult

Patricia Arquette

Mutaforme, sorprendente e spesso affiliata a una realtà ambigua ed enigmatica, Patricia Arquette offre al cinema e alla serialità televisiva un pacchetto completo. Dai primi passi accanto a registi come David Lynch e Tim Burton, l’attrice sperimenta senza paura di osare. Gioca con il suo corpo, sfruttandone la sensualità in un ossimoro consapevole tra leggerezza angelica e provocazione intelligente. Ne fa altare di un’interpretazione che si trasfigura in direzioni protese al crudo e al conturbante, con un continuo incentivo a migliorarsi con la maturità.

Con Escape At Dannemora, la Arquette si porta a casa un Golden Globe, confermando di saper tenere sapientemente le fila del caleidoscopico mondo da piccolo schermo. Ben Stiller la sceglie così anche per la sua nuova chicca su Apple TV, Severance (2022), distopia seriale che indaga la scissione di ricordi tra realtà privata e lavorativa raccontando la contemporaneità. Anche qui l’abilità di Patricia Arquette dimora nella continua sete di reinvenzione, giocando con le maschere che l’attrice ha guadagnato nel corso di una carriera consacrata alla premonizione dei tempi in un avanguardismo che affascina nella sua convinzione.


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Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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