Sirat di Oliver Laxe racconta di un gruppo di raver e un padre (Sergi López) alla ricerca della figlia scomparsa, in un tempo futuro prossimo in cui la guerra costringe gli europei nel Sahara e i rave sono l'unica opportunità nel deserto per sentirsi liberi.

Sirât, danzare sull’orlo dell’apocalisse

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12 minuti di lettura

Monolitiche casse techno pulsano nel deserto marocchino, così profonde da far sussultare ogni duna. In un futuro elettronico in cui la musica è incastonata sotto la sabbia più giù della pietra, un incubo liberatorio prende vita avvolto dalla tempesta. Vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2025, Sirât di Oliver Laxe è cinema lisergico ed esperienziale, sostanza filmica spiritualmente psicoattiva, di allucinazioni che passano dal suono battente per farsi immagini, miraggi e deliri interiori sporcati di polvere fiammeggiante: la possibilità di perdersi per salvarsi.

Sirât arriverà nelle sale italiane dall’8 gennaio 2026 distribuito da MUBI.

Sirât, tra gli abissi dei rave

Una scena del film Sirât, in cui Luis (Sergi López) e il figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) arrivano nel deserto del Marocco cercando la figlia scomparsa durante un rave.

Luis (un corpulento Sergi López) cerca, insieme al figlioletto e al loro cane, la figlia scomparsa durante un rave nel deserto. Quando all’improvviso l’esercito irrompe in mezzo alla sabbia tempestosa in cui tutti ballano come in un ipnotico e febbricitante stato di trance, Luis si aggrega a un gruppo di raver (tutti attori non professionisti estrapolati realmente da quel mondo), freak selvaggi e randagi, in cammino per la loro martellante odissea priva di meta e scopo («Non è per ascoltare, è per ballare»). Ma sono prede o predatori? Stanno scappando da qualcuno o inseguono il limite di qualcosa?

Anche per Luis quella ricerca si trasformerà presto in un viaggio iniziatico e sacrificale che dissolve e nega per trascendenza i confini di tollerabilità e razionalità occidentale, superandone percezioni e paure, la morte da guardare dritta in faccia come ne Il sapore della ciliegia di Kiarostami, in una catartica danza tribale collettiva ma sempre interiore. Quell’attesa dell’imprecisato e dell’imprevedibile che la comunità di raminghi outsider sceglie come propria cosciente quotidianità, di un «rave successivo» che non ha ancora trovato destinazione, nemmeno oltre lo sguardo, per lo spettatore coincide con un’esperienza extra-corporea e istintuale ricchissima di colpi di scena, polisemica per definizione, che sfugge a ogni blanda e banale classificazione narratologica.

Sirât, l’apocalisse è una salvezza

Una scena del film Sirât di Oliver Laxe, che racconta di un gruppo di raver che cerca di sopravvivere con la musica techno alle difficoltà del deserto marocchino

Sirât è, da titolo e didascalia iniziale, il ponte escatologico che per l’Islam attraversa il Giorno del Giudizio, la struttura architettonica edificata sulla colpa che unisce alla fine del mondo il Paradiso e l’Inferno, la salvezza e la dannazione, un passaggio «più sottile di un capello, più affilato di una lama». Una catastrofe terminale, palingenetica, di un cosmo che rinasce dalla sua conclusione, dallo scoppio della luce dopo la fine, che il regista Oliver Laxe – nato in Francia da genitori galiziani e poi stabilitosi a lungo in Marocco – riempie in Sirât di quegli echi post-apocalittici, caldi e terrosi virati all’arancione, di Mad Max, in cui il futuro si spegne, riaccende la violenza, disinnesca il delirio visivo della sua lucidissima accettazione.

Imponenti carovane carrozzate si insinuano così in campi aperti tra rocce pericolanti e tortuosi tornanti a strapiombo, la scia di sabbia che sollevano li pedina caliginosa appena dietro. Ciò che per la macchina da presa funziona da semplice raccordo di continuità, l’inquadratura che procede orizzontale oltre i suoi bordi, in Sirât è più concretamente una liturgica ascensione, un percorso cinematografico verticale che trascende l’inquadratura stessa, procede al di sopra localizzando l’orrore in quel vuoto, tra il presente e il futuro, in mezzo a infinite e profetizzate allucinazioni. «È da molto tempo che è la fine del mondo» dicono i raver.

Sono gli stessi anatemi disorientanti, presagi di pura suggestione interna, che già animavano il maestoso incipit del precedente lavoro di Laxe O que arde, premiato sempre a Cannes nel 2019: gli alberi che cadevano uno dopo l’altro nella notte, mostruosi bulldozer che avanzavano minacciosi con le luci puntate oltre la loro ombra. Soltanto una monumentale pianta secolare e infestante li interrompeva, conficcata abissale nel terreno, con le radici chilometriche a strangolare ogni altro arbusto attorno, ma capace ancora di fornire riparo, bloccare ogni brutale tentativo di disboscamento.

Anche in Sirât per sopravvivere e ritornare alla vita è necessaria la stessa consapevolezza della devastazione, qualcosa che distrugga tutto per preparare finalmente a un nuovo interiore, in una comunione di ferite e cicatrici che resusciti sul corpo le fragilità di ognuno. Da reggere il peso del mondo a diventarne misura di leggerezza esistenziale. Così l’ipotetica e sfumata terza guerra mondiale, lasciata con i suoi tanti massacri volontariamente solo sullo sfondo, rappresenta l’appiglio perfetto per evadere da un’ombelicale contemporaneità in cui ora nella terra dei colonizzati (il Sahara Occidentale è per l’ONU l’unico «territorio non autonomo» dell’Africa, cioè ancora soggetto a colonialismo) quei viaggi della speranza sembrano possedere invece un’inversa direzionalità.

Sirât, il suono del delirio

Jade Oukid e Tonin Janvier interpretano due raver in Sirât, dove la danza è l'unica forma di libertà rimasta nel deserto

Gravitare e peregrinare attorno ai rave, celebrati in Sirât nelle loro radici più (contro)culturali e resistenti, significa dunque uscire fuori pista, imboccare strade defilate e dissestate, ai margini del sistema e di cartografie preesistenti, la libertà di ballare senza pregiudizio, in una forma collettiva di continuo sentire che valorizza ogni singolo, alla stessa frequenza eppure ognuno a suo ritmo. Non esiste alcun regime privatizzato in quel sentire extra-corporeo, in fase con il beat, la cassa, la magnetica vibrazione dell’altro, la dimensionalità prospettica che di fronte all’immenso mondo (e sconcerto) permette ancora di ritrovare l’infinito universo dentro se stessi.

Il deserto aridissimo del Marocco di Sirât, con gli orizzonti rutilanti scevri di viaggiatori, non è poi così distante allora dalle montagne aguzze e vertiginose dell’Atlante innevato dell’opera seconda di Laxe Mimosas (altro road movie dalle mistiche tinte western in cui il cadavere di uno sceicco veniva trasportato tra morene e insidie desolate al confine della modernità), ma anche dalla Galizia fumosa e temporalesca del già citato O que arde, solo in apparenza bucolica e tediosa. Geografie di paesaggi liminali e quasi indemoniati (fotografati sempre dal sodale Mauro Herce) che coesistono nella stessa inquadratura, alla stessa frequenza d’onda, visiva e sempre fondamentalmente sonora.

Così in Sirât anche il più piccolo suono è in grado di drogare sogni e immagini, come una miccia techno che esplode spettrale sullo sfondo, amplificando silenzi e assenze in illusori acufeni al di fuori del mero e passivo tempo dell’ascolto. Un «cronorifugio» lo chiamerebbe lo scrittore Georgi Gospodinov nel suo metafisico romanzo omonimo, un referendum indetto per evitare il futuro, di «cliniche del passato» per scoprirsi sempre felici e cangianti ai propri secoli migliori, sfuggendo alla fine. Ma «l’uomo non è fatto per vivere nella prigione di un corpo e di un tempo»1, e così in Sirât è la musica a portarlo avanti, l’habitat che promette sempre un suono ulteriore e successivo, fuori dal proprio fisico corpo.

In tutte le opere di Laxe – e Sirât non fa in questo eccezione – permane in sostanza quello che Murray Schafer definiva a cavallo degli anni ’70 come soundscape, il paesaggio sonoro, un campo acustico ecologico e ambientale, di segnali e impronte in cui per teoria armonica la tonica non rappresenta più solamente il primo grado di una scala musicale, ma l’evidenza spesso inconscia di qualcosa di vivo che abita e scolpisce sonoricamente un luogo, ancora tutto da esorcizzare. Laxe stesso ha dichiarato che la prima bozza di sceneggiatura è stata concepita proprio ballando più che ragionando.

Sergi López, Joshua Liam Herderson e Stefania Gadda in una scena del film Sirât in cui un padre (Sergi López) in cerca della figlia si unisce a un gruppo di raver in viaggio per la loro odissea musicale

Prima ancora dei deliri visivi, di immagini alla Gaspar Noé che allucinano e guidano lo sguardo, in Sirât sono proprio i suoni a orientare e comandare la regia (grazie al sontuoso lavoro di Laia Casanovas con la musica eterea e ipnotizzante di Kangding Ray). Come ne l’onomatopea del Male de La zona d’interesse, di un campo di Auschwitz inquadrato dall’altro lato, il maligno arde e ustiona fuori campo, l’aria pesante incaglia il respiro in gola, innesca un’inguaribile dispnea, apre una voragine metafisica nel rappresentato, il senso deflagrante di un movimento errabondo che ormai tra i tanti spazi smisurati che può contenere un unico schermo cinematografico non ha più bisogno di alcuna traiettoria o obiettivo.

Più Sirât si approfonda nel deserto, più la ricerca di Luis perde le sue coordinate iniziali, si bagna di un’incertezza (a)morale e ideologica oltre che spaziale: i punti cardinali collassano, il sole sorge e tramonta allo stesso centro abbagliante dell’inquadratura. Serve abbandonare tutti i propri riferimenti, rivolgersi all’ignoto, perché il senso dell’avventura irrefrenabile si trasformi in un salto nel vuoto, l’attraversamento a occhi chiusi di un campo tappezzato di mine (antiuomo o all’occorrenza anti-colonialiste2?), solo in quella forma trascendentale e mistica rimaste inesplose. Solo sabbia ovunque, apparentemente.


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  1. Georgi Gospodinov, Cronorifugio, Voland, 2021, p. 249 ↩︎
  2. per approfondire la questione del Sahara occidentale e delle sue implicazioni geopolitiche: https://www.ilpost.it/2025/07/14/marocco-sahara-occidentale/ ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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