Maia Rae Domagala è la giovane sciatrice tedesca Hanna in una scena del film The Meltdown (El Dishielo) di Manuela Martelli a Cannes 79

Cannes 79 – The Meltdown, nascondere la verità dentro il bianco

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Una schermata completamente bianca, a cui seguono filmati sgranati di iceberg tagliati e raccolti in mare, in sottofondo archi dissonanti. Poi lo zoom in iper-avvicinamento sullo scarico di un lavandino. Dal nero al bianco, una figura sfumata che scende giù sciando su uno sfondo innevato. Così inizia The Meltdown (El Deshielo), opera seconda di Manuela Martelli, presentata nella sezione Un Certain Regard a Cannes 79, che affronta, con sguardo etico, più che estetico, dei colori e delle loro trasformazioni, tutti i silenzi e le parole che hanno nascosto il passato, hanno tentato di rimuoverlo, di farlo sciogliere come se non fosse mai esistito.

The Meltdown, un thriller lento in cui tutti sono colpevoli di qualcosa

Inés (Maya O’Rourke) e Hanna (Maia Rae Domagala) sono due amiche nel Cile del 1992 in una scena del film The Meltdown (El Deshielo) a Cannes 79

Cile, 1992. La piccola Inés (Maya O’Rourke), capelli corti a caschetto e sguardo curioso, vive nell‘hotel remoto dei nonni nei pressi di una stazione sciistica andina. I genitori sono impegnati all’Expo di Siviglia, a cui il Cile sta partecipando, a pochi anni dalla fine del regime militare di Pinochet, con un’opera fortemente simbolica: un imponente iceberg falciato direttamente dall’Antartide e spedito con ingegno logistico dall’altra parte del mondo, come segno di una modernità che «non espone il dolore, espone le possibilità»

Quando nel resort arriva una giovane squadra tedesca di sci, Inés, grazie alle sue ottime capacità linguistiche, stringe amicizia con l’adolescente Hanna (Maia Rae Domagala), biondissima e talentuosa atleta di discesa libera. Hanna concentra su di sé gli occhi di tutti: le pressioni del suo allenatore (Jakub Gierszal), le frecciatine bullizzanti dei suoi compagni di squadra, il cugino di Inés – Sebastián (Lautaro Cantillana) – che vorrebbe conquistarla, e Inés stessa che sogna invece di condividere del tempo insieme per non rimanere sola, per fare altro in quel tempo in cui può vedere i suoi genitori soltanto in televisione.

Improvvisamente però Hanna scompare senza lasciare tracce: le ricerche della polizia (ancora sotto il controllo di Pinochet) gravitano a vuoto, qualcuno suppone una fuga per ribellione, e nella famiglia di Inés inizia a girare voce di un bacio tra Hanna e Sebastián. Nell’incertezza del dubbio, si ritiene però sia meglio far sparire tutto, per non suscitare il minimo sospetto e clamore o compromettere la reputazione familiare a lungo costruita.

Maya O’Rourke interpreta la piccola Inés nella neve delle Ande cilene in una scena del film The Meltdown (El Dishielo) a Cannes 79

The Meltdown, opera seconda dell’attrice Manuela Martelli (volto prestato, tra gli altri, a Martín Rejtman, Sebastián Lelio e i nostri Carlo Sironi e Salvatore Mereu), funziona come un thriller lento, che procede come un processo di scavo, in cui ogni angolo sembra riempito di una possibile (e probabile) ipotesi cospirazionista, in cui non si cerca soltanto il colpevole o una vittima, ma tutto il contesto che viene fuori nell’attorno – seppur, va detto, con un generale ritardo della prima parte ad entrare nel vivo dell’azione. Come anche nella sua opera prima 1976 – sul risveglio militante di una casalinga borghese durante la dittatura -, Martelli ragiona sull’impossibilità di non prendere una posizione politica, anche nell’atto stesso di ricordare o dimenticare.

The Meltdown, neve che nasconde, neve che non cancella

Il paesaggio cileno si staglia in The Meltdown su un bianco accecante e mai candido su cui compaiono forme e figure senza contorni. Strato dopo strato, le Ande nascondono un tempo storico in cui gli indigeni erano proprietari di ogni terra, mentre ora sono impiegati di hotel per altri colonialisti appena arrivati, e nel futuro la prospettiva è di trasformare quegli spazi a loro volta, con la vendita definitiva agli spagnoli, in edifici ancora più alti ed estranei. Ma soprattutto in quel bianco «c’è qualcosa di strano» come dice Hanna a Inés mentre vagano nel vuoto, la permanenza di qualcosa che è rimasto anche dopo l’abbandono dei militari dal confine poco distante.

Come in Forza Maggiore di Ruben Östlund, la storia di una famiglia in vacanza nelle Alpi francesi, anche in The Meltdown è infatti quella neve che disgrega e distrugge l’ordine prestabilito: per Östlund si rimuovono gli strati di una performatività borghese inconsistente, per Martelli si portano alla luce segreti che si continuano ad aggiungere e accumulare, ogni volta che qualcosa, anche perfettamente normale, viene a galla dalle radici sottostanti, anche per i bambini innocenti come la sempre bendisposta Inés.

Un paesaggio innevato del film The Meltdown (El Dishielo) di Manuela Martelli

Così in The Meltdown, quasi per abitudine, tutti ripetono, a prescindere dal contesto, la raccomandazione di «non dirlo a nessuno», la manifestazione collettiva di una colpevolezza di qualche tipo, di un Paese che vive ancora all’ombra dei desaparecidos, anche se li evoca senza chiamarli per nome, come il Brasile di Io sono ancora qui, o lo stesso Cile colluso e recluso di El Club di Pablo Larraín, ma anche il Paese da cui viene il padre sconosciuto di Hanna, che nemmeno esiste più.

In fondo anche l’iceberg stesso dell’Expo 1992, che Inés ritrova a terra, nel suo correlativo quotidiano, con il latte denso su cui galleggiano pezzi di vetro di un bicchiere che prima di rompersi lo conteneva, non è che una minuscola parte in The Meltdown di un infinito blocco sommerso più grande. Quando giungerà l’estate e quella neve si scioglierà, tutto sarà finalmente visibile. Ma come fa il comandante di Auschwitz Rudolf Höss nel finale straordinario de La zona d’interesse, di fronte all’evidenza della Storia, anche in The Meltdown, si distoglierà lo sguardo. Dal bianco al rosso: un filtro per continuare a smettere politicamente di guardare.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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