«Il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare»1. Così il poeta e drammaturgo Federico García Lorca, fucilato nel 1936 ad appena trentotto anni perché socialista e omosessuale, definiva quella forza oscura e irrazionale, un’energia vitale e viscerale del sangue, che è propria dei toreri, dei ballerini di flamenco, dei pittori e dei poeti. Ma potrebbe valere lo stesso anche per il cinema ambizioso ed epico de La Bola Negra del duo Los Javis, in Concorso a Cannes 79, che partono proprio dall’opera omonima incompiuta di Lorca, incrociandola con La Piedra Oscura di Alberto Conejero, per immaginarne al giorno d’oggi il completamento, la degna e libera eredità romantica.
Vincitore ex aequo del Premio per la Miglior Regia a Cannes 79, La Bola Negra sarà distribuito prossimamente nelle sale italiane da Movies Inspired.
Tre uomini queer in tre epoche diverse

1937. In un paesino spoglio della Spagna tutti esibiscono il braccio destro teso verso l’alto, la banda suona, tra gli striscioni di Mussolini si aspetta l’arrivo degli aerei italiani. Ma per errore quegli aerei bombardano. Un trombettista (il cantautore Guitarricadelafuente) scappa facendosi largo in mezzo alla strage di corpi e di sangue. Così inizia La Bola Negra, con una scena che cita i cavalli in fuga de La Guernica e che poco dopo, con uno stacco di montaggio, salta a una chat su Grindr. Ai giorni nostri, nel 2017, Alberto (Carlos González), storico e drammaturgo di storie queer ma disinteressato alla sua, si mette sulle tracce del nonno morto di cui la madre non gli ha mai parlato.
Nel frattempo il trombettista dell’incipit, che scopriremo chiamarsi Sebastián, arruolato tra i nazionalisti, deve sorvegliare e interrogare Rafael Rodríguez Rapún (l’affascinante Miguel Bernardeau), un rosso disertore «amico degli intellettuali», segretario della compagnia teatrale di Lorca La Barraca. In un’ulteriore linea temporale precedente, nel 1922, Carlos (Milo Quifes) è un ragazzo che vuole entrare a far parte di un casinò di soli uomini, ma attraverso la bola negra del titolo – una palla nera che decreta il voto contrario – è rifiutato perché omosessuale.
La Bola Negra e l’eredità di Federico García Lorca
Javier Calvo e Javier Ambrossi, in arte Los Javis, anche coppia sentimentale fino al 2025, intrecciano ne La Bola Negra tre storie, tre diversi modi ed epoche di esprimere la propria omosessualità dal filtro furtivo della devianza a quello emancipato dell’accettazione, il dramma «di ciò che perdiamo quando neghiamo noi stessi». Ma il film non ricorre al solito montaggio alternato: ne usa una versione integrata, dove i vari frammenti procedono insieme, parlandosi in diretta, in un’idea di continuità e connessione della memoria queer che è anche della Storia stessa, come somma di tante storie, paure e rimossi precedenti.

A riunirli insieme c’è infatti proprio la figura di Federico García Lorca e tutto ciò che rappresenta: l’eredità di una letteratura assassinata dalla censura e dall’ideologia franchista, l’emarginazione – da sempre sofferta nei suoi testi – che quando discrimina, persino nella sua stessa famiglia, rischia di travolgere nell’oblio. «Sono uno di voi» dice Sebastián ai soldati che gli puntano addosso il fucile. E così Lorca scrive quasi in un continuum immaginario in Poema del cante jondo: «Morto è rimasto per strada / con un coltello nel petto. / Non lo conosceva nessuno»2.
Tra i tanti uomini nascosti sotto la pressione di dimostrarsi veri – spesso corpi mascolini che, nudi in spiaggia, mimano armi cariche inesistenti (c’è anche il nostro Lorenzo Zurzolo) -, La Bola Negra lascia le battute più forti e disvelative proprio invece a due cammei chiave di donne – come l’opera di Lorca può essere letta tutta attraverso i suoi tanti e sfaccettati personaggi femminili. La cabarettista a uso e consumo dei soldati franchisti interpretata da Penélope Cruz dice in modo paradigmatico che «il travestitismo è la fantasia della possibilità»; l’accademica lorchiana dei giorni nostri, interpretata da Glenn Close, propone una visione della Storia come interesse «per le personalità che creano i fatti» più che per gli eventi risultanti.
La Bola Negra, musicalità ed estetica pop
Riprendendo il già citato duende, i canti andalusi, il folklore in generale che caratterizzano tanta produzione di Lorca, anche La Bola Negra conserva una forte dimensione musicale, la stessa che riempie tutta la carriera de Los Javis, arrivati dal musical e dalla serialità musicata (l’ultima, La Mesías, ruotava attorno a una band pop ultra-cristiana). Così anche qui Sebastián corre in bagno a suonare la sua tromba per sfogare un dolore represso troppo intenso, Carlos balla il flamenco lasciando inclinare libera la macchina da presa. Ancora una volta c’è una questione di ritmo, diegetico e non, di un tempo che avanza e procede, un prima e un dopo che si integrano sonoricamente in modo viscerale.

Ma Los Javis aggiungono al cuore di Lorca tutta la loro estetica melodrammatica più pop, la caricano di kitsch, teatralità, iconoclastia (in produzione figura proprio Almodóvar, in Concorso a Cannes anche con il teoretico Amarga Navidad), in cui le questioni si infittiscono, alcune tracce narrative virano all’onirismo. La Bola Negra funziona in questo senso come un romanzo d’appendice a puntate che ora si prende tutta la prima pagina, martirizza ogni narrazione possibile e passata con lo spirito dell’avventura, travolgente e incontenibile.
Se i tormentati Sonetti dell’amore oscuro di Lorca sono rimasti per quasi cinquant’anni impubblicati per pudore di famiglie ed eredi, La Bola Negra affronta con nuove forme estetiche da grande pubblico l‘importanza di creare nuova memoria, di vedere la letteratura come l’insieme di parole che devono restare: partire da tutte quelle omosessualità cancellate e interrotte, sotterrate sotto la neve, e, identificandosi in ogni storia precedente, continuare a raccontare e raccontarsi queer.
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