Wake Up Dead Man - Kives Out (Rian Johnson, 2025)

Wake Up Dead Man, ritorno nel mondo di Benoit Blanc

13 minuti di lettura

A tre anni di distanza dall’ultimo capitolo torna al cinema il detective privato Benoit Blanc (Daniel Craig), protagonista di una delle rare saghe cinematografiche originali per il cinema degli ultimi anni, quella di Knives Out. Dopo la ricca famiglia protagonista del primo capitolo (Cena con delitto – Knives Out) e il manipolo di riccastri del secondo (Glass Onion – Knives Out), questa volta il regista e sceneggiatore Rian Johnson (Looper, Star Wars – Gli ultimi Jedi) ci porta nella congrega oscura e misteriosa protagonista di Wake Up Dead Man – film che mantiene lo spirito che ha reso i primi due film un piccolo culto, pur iniziando a mostrare la formula narrativa dietro i macchinosi delitti al centro di questa saga.

Wake Up Dead Man – Knives Out è uscito nelle sale italiane il 26 novembre 2025 e approderà sulla piattaforma di Netflix il prossimo 12 dicembre 2025.

Di cosa parla Wake Up Dead Man – Knives Out?

Protagonista di Wake Up Dead Man è il giovane e zelante parroco Jud Duplenticy (un incredibile Josh O’Connor, in una delle sue migliori prestazioni), arrivato in una piccola comunità nello stato di New York guidata dal monsignore Jefferson Wicks (Josh Brolin) – uomo di chiesa anticonvenzionale nei modi e nelle pratiche. Dietro la facciata di apparente devozione, tuttavia, Jud scopre una comunità composta da individui singolari e problematici, tutti in rapporti sospettosamente servili verso il parroco di riferimento.

Tra gli altri c’è la misteriosa perpetua Martha Delacroix (la sempre divina Glenn Close) e suo marito Samson Holt (Thomas Haden Church), la devota avvocata Vera Draven (Kerry Washington) e il suo fratellastro, l’aspirante politico Cy Draven (Daryl McCormack), il disperato medico di paese Nat Sharp (Jeremy Renner, protagonista peraltro di una memorabile gag di Glass Onion), l’autore di best-seller à la J. K. Rowling Lee Ross (Andrew Scott) e la talentuosa violoncellista stroncata sul nascere Simone Vivane (una sottoutilizzata Cailee Spaeny). Ognuno di loro nasconde un passato oscuro che li ha portati verso una devozione quasi cieca verso il monsignore dai metodi poco ortodossi.

Quando, tuttavia, nel bel mezzo della funzione del Venerdì Santo, il monsignore viene assassinato davanti ai suoi devoti parrocchiani, la comunità scossa dall’accaduto si rivolta contro il giovane Jud, il cui conflitto con il monsignore non era un segreto. Solo con l’arrivo di Benoit Blanc (Craig) e l’aiuto dell’ispettrice capo Geraldine Scott (Mila Kunis) si potrà risolvere l’intricato caso e riscattare il nome del giovane parroco Jud – afflitto dall’incapacità di relazionarsi alla comunità locale.

Josh O'Connor in Wake Up Dead Man - Kives Out (Rian Johnson, 2025)

Non ci azzarderemo a rivelare molto altro della trama di Wake Up Dead Man, poiché – come per ogni buon giallo che si rispetti – gran parte del divertimento sta nello scoprire passo dopo passo gli indizi, le ipotesi e le rivelazioni che l’indagine porta con sé. Quello che però possiamo dire è che Wake Up Dead Man prosegue ed espande la formula avviata dal capostipite della saga nel combinare il classico whodunit a elementi di commedia e di commento sociale. La formula creata da Johnson è oramai rodata e perfettamente funzionante, anche se in quest’ultimo capitolo forse si respira fin troppo.

L’imprevedibilità dei primi due capitoli è – almeno in parte – perduta, visto che lo spettatore è oramai ben a conoscenza dei meccanismi narrativi che si nascondono dietro i capitoli della saga. Anche qui vi è una storia corale di una piccola comunità accomunata da un passato nascosto; vi sono legami e relazioni tra i singoli individui più ambigui di quanto non si possa credere all’inizio; vi è un personaggio che sfida lo status quo del gruppo e che, per questo, viene considerato scomodo e potenzialmente pericoloso; vi è, infine, un crimine apparentemente impossibile da risolvere, che Blanc con spirito deduttivo e olistico riesce a sbrogliare proprio a partire da questa comunità sotto indagine.

E se Wake Up Dead Man non è completamente prevedibile, in parte è dovuto anche all’estrema densità narrativa e tematica che caratterizza il film. La premessa e la dinamica dell’omicidio, infatti, sono particolarmente articolate in quest’ultimo capitolo della saga (non a caso il più lungo: si superano le due ore e venti di durata!), al punto che in certi passaggi lo spettatore meno attento può perdersi tra le numerose informazioni che il film dà.

Non che tutto questo mini in maniera significativa l’esperienza e il divertimento dati dalla visione del film: Johnson continua a saper scrivere opere divertenti sia come gialli sia come commedie, in cui lo spettatore è al tempo stesso intrattenuto e intrigato, divertito e turbato. Quello che, però, Wake Up Dead Man segnala è che il ticchettio del meccanismo dietro la narrazione sta diventando un po’ difficile da ignorare, data la formulaicità della costruzione (non un male di per sé: d’altronde gran parte dei gialli è costruita su meccanismi sempre uguali a loro stessi).

Wake Up Dead Man e il potere dello storytelling

Daniel Craig e Josh O'Connor in una scena del film Wake Up Dead Man - Kives Out (Rian Johnson, 2025)

Se la costruzione narrativa è evidentemente formulaica, ciò che diventa sempre meno prevedibile con i vari Knives Out è la scelta dei temi da affrontare. Johnson, infatti, costruisce dei misteri che si legano a doppio filo con la contemporaneità, col mondo che circonda le comunità in cui si insinuano tali crimini e misfatti. Se il primo film rifletteva sulla questione delle classi sociali e dell’immigrazione negli Stati Uniti mentre il secondo sullo strapotere dell’1%, Wake Up Dead Man sposta la questione su diversi nodi del nostro presente, dal potere delle organizzazioni religiose e la loro influenza sulla comunità fino al valore della verità in un mondo dominato da menzogne e narrazioni, da fake news e da dicerie online.

Tutti i vari richiami al presente, tuttavia, si iscrivono all’interno di una più grande riflessione sul potere dello storytelling, e sulla sua importanza nel mondo odierno. Wake Up Dead Man è, difatti, infestato di narrazioni: dai richiami espliciti al genere giallo (soprattutto quello dello scrittore statunitense John Dickson Carr, il cui Le tre bare è un dichiarato e citato modello per la pellicola) all’attività di influencer filo-trumpiano di Cy, che riprende in continuazione e posta sui suoi social tutto ciò che capita nella congrega, senza dimenticare la presenza di uno scrittore di fantascienza in declino – il personaggio di Lee Ross, la cui reputazione sembra essere rovinata dalla narrazione online di un avvicinamento alle politiche di estrema destra.

La stessa scena iniziale di Wake Up Dead Man esplicita questa dimensione narrativa: Benoit Blanc, seduto su una poltrona di fianco al caminetto, legge il resoconto degli avvenimenti che hanno coinvolto la parrocchia per come li racconta Jud. La più grande narrazione presente all’interno del film di Johnson, tuttavia, è proprio la religione: approcciata con grande laicismo da parte dell’autore, il cristianesimo viene visto come una grande narrazione carismatica che attrae a sé fedeli per il potere dei valori che porta – non ultimo la possibilità di ricominciare, la capacità del perdono e la possibilità di affrontare un passato oscuro.

Josh O'Connor e Daniel Craig in Wake Up Dead Man - Kives Out (Rian Johnson, 2025)

Di fondo, è questo ciò che attrae il personaggio di Jud in Wake Up Dead Man alla carica clericale – la possibilità di superare un passato doloroso fatto di rabbia e di egoismo per una vita più rigida e dedita agli altri; è questo poi che porta gran parte dei personaggi della congrega ad attaccarsi alla narrazione allarmista e terrorizzante del monsignore Wicks (il caso più evidente è quello di Simone Vivane, costretta per una malattia cronica in sedia a rotelle e forzata ad abbandonare la sua carriera da violoncellista). La narrazione religiosa diventa, agli occhi di Johnson, grazie ai potenti valori che la caratterizzano un luogo di speranza cui aggrapparsi.

Proprio in questo riconoscere il grande valore e impatto che le narrazioni possiedono – non solo quella religiosa, si veda la fede cieca di Blanc nella razionalità posta come contraltare della tensione religiosa degli altri personaggi – risiede il cuore della riflessione di Wake Up Dead Man: oggi più che mai le narrazioni – nonché i simboli e i valori che portano con sé – sono il veicolo attraverso cui leggiamo e interpretiamo la realtà, siano esse vere o false poco importa.

Una diceria sul passato di una madre, una rivalità tra i due pastori di una comunità, la parabola di San Paolo sulla via di Damasco: abbiamo sempre bisogno di aggrapparci ad una storia – vera o finta che sia – per leggere il mondo che ci circonda e dargli un senso.

Girato con la grande perizia tecnica che caratterizza tutti i lavori di Rian Johnson (particolarmente interessanti qui sono i giochi di luce con cui la fotografia di Steve Yedlin riesce a restituire la presenza o l’assenza di Dio sulla scena), Wake Up Dead Man vive il paradosso di essere al tempo stesso una grande riflessione sul potere simbolico dello storytelling e il film più “debole” della saga di Knives Out a causa di una formulaicità ormai evidente e un mistero fin troppo complesso.

Eppure, al netto di questi difetti, grazie anche a un cast in ottima forma e a una sceneggiatura dai tempi comici sempre azzeccati – che contiene peraltro uno dei personaggi migliori della saga, ovvero il giovane prete di Josh O’Connor, che racchiude in sé tutto il complesso tormento di un uomo messo in crisi nella sua spiritualità da una comunità che lo ripudia e da un passato burrascoso – Wake Up Dead Man rimane un’opera middlebrow pienamente riuscita e godibile, fatta di divertimento, di intrigo e di una suspense ben tenuta. Come gli altri capitoli della saga, si rivela dunque una produzione irresistibile di cui non si può fare a meno – almeno fino all’arrivo del prossimo capitolo…


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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