Così come in letteratura, anche al cinema ci si sta cimentando ultimamente in storie che hanno a che fare con il nostro rapporto con il corpo e il nostro aspetto fisico. Il tema del corpo si fa più forte nel cinema perché l’industria cinematografica si basa molto sull’apparenza fisica. L’esempio più lampante è The Substance di Coralie Fargeat con protagoniste Demi Moore e Margaret Qualley, film che attraverso il body horror – genere lanciato da David Cronenberg – denuncia un ambiente che tiene in considerazione le persone soltanto per il loro aspetto fisico.
L’aspetto esteriore, dunque, è ciò che ci vuole per essere considerati nel mondo del cinema e della televisione: così ci sembra dire The Substance, e così ci sembra dire anche Clayface, ultima uscita targata DC Studios con regista James Watkins, già noto per la regia di alcuni episodi di Black Mirror e di Speak No Evil. Clayface costituisce un altro tassello dell’universo cinematografico dei supereroi della DC Comics che, a differenza dell’MCU, cerca di dare più spessore psicologico e introspettivo ai suoi personaggi, soprattutto ai villains come il Pinguino interpretato da Colin Farrell.
La trama di Clayface
Clayface è incentrato sulla sua seconda incarnazione (tra poco si tornerà sulla questione delle “incarnazioni” di Clayface), ovvero Matthew “Matt” Hagen. Quest’ultimo è la quintessenza dell’attore hollywoodiano: biondo, fisicato e dalla faccia d’angelo. Dopo la fine delle prove del suo nuovo film, Matt assiste assieme ai suoi agenti, al suo businessman e al suo migliore amico Corey all’annuncio della sua candidatura al Premio Oscar in diretta televisiva. Per festeggiare, decide di andare al Vesuvius, locale gestito da Markos Szabo, potente boss locale, e lì incontra Mia Torrez, la fidanzata del boss, con cui trascorre una notte di passione.

Ed è qui che succede tutto: Szabo lo scopre a letto con la fidanzata e gli sfigura il viso. Il boss riesce a insabbiare le indagini e a corrompere chiunque, e per Matt Hagen è la fine di tutto: senza casa, senza lavoro e abbandonato da chiunque va a vivere nelle baraccopoli di Gotham City con una maschera per coprire il viso ormai deforme per via dei falliti interventi chirurgici. Un giorno, però, viene a sapere degli studi delle nanocellule della dottoressa Caitlyn Corr e si offre come cavia per sperimentarle su di sé.
Se inizialmente, però, la sperimentazione va in porto, più avanti nella storia Matt scoprirà che queste cellule, oltre a ridargli un viso rigenerato, gli daranno dei poteri tali da permettergli di cambiare le cose. Il problema, però, è che Hagen è pieno di rancore verso chi lo ha abbandonato e tradito, e ben presto compierà una vera e propria discesa negli abissi del suo animo dove capirà che forse è impossibile lasciarsi veramente tutto alle spalle, e nel provare a soddisfare la propria sete di vendetta rischierà di perdere il proprio sé.
Clayface, un po’ di contesto
Riprendendo la questione delle incarnazioni, gli appassionati di fumetti sanno bene che di Clayface esistono varie impersonificazioni. La prima è quella di Basil Karlo, introdotto nel 1940; la seconda è quella di Matt Hagen, a cui seguono poi Preston Payne, Sondra Fuller, Cassius Payne e Johnny Williams, che delle incarnazioni è l’ultimo Clayface. Matt Hagen è quello da cui questo film parte, ma se il Matt Hagen dei fumetti è un cercatore di tesori, quello del film di Watkins prende ispirazione dalla serie animata del 1992 Batman: The Animated Series.

Il Clayface interpretato da Tom Rhys Harries è, quindi, un attore che, disperato per aver perso tutto dopo essersi ritrovato con il viso sfigurato, prova a rifarsi una vita, ma è animato da una grande sete di vendetta che gli impedisce di lasciarsi tutto alle spalle e che lo rende sempre più un mostro. Matt Hagen, infatti, è la riprova che, soprattutto in un mondo dove a causa delle nuove tecnologie l’apparenza è importante, non siamo noi a controllarla, bensì gli altri: sono la televisione e i social media, infatti, a creare i mostri e a distruggere la vita delle persone.
Clayface, la vicenda di Matt Hagen come denuncia dello showbiz hollywoodiano
Come si è già detto all’inizio, il paragone fra Clayface e The Substance è ciò che viene subito in mente in quanto Matt Hagen ed Elisabeth Sparkle vivono vicende analoghe. Entrambi sono infatti attori di bella presenza che hanno fondato il loro successo sul proprio aspetto esteriore, ma entrambi vengono subito scaricati dall’industria televisiva e cinematografica appena viene meno il loro aspetto esteriore: se Matt Hagen viene sfigurato, Elisabeth Sparkle viene mandata via appena compiuti i cinquant’anni perché considerata troppo vecchia per il suo programma di aerobica.

Se, però, la vicenda di Sparkle si incentra principalmente sulla paura di invecchiare, quella di Matt Hagen si fa denuncia più forte dal punto di vista sociale e mediatico. Il fatto che Hagen possa cambiare forma e sembianze soprattutto quando si trova in uno stato psichico alterato è allo stesso tempo un’accusa verso la società in cui stiamo vivendo. La triste tragedia di Matt Hagen ci sembra dire, infatti, che quello che siamo è determinato dal modo in cui gli altri ci vedono, una verità insabbiata proprio da chi manipola la nostra percezione di noi stessi.
Matt fa fatica, infatti, a far emergere la verità su quanto accaduto la notte in cui ha incontrato Mia Torrez proprio perché, una volta sfigurato, non serve più all’industria cinematografica, e quindi diventa più facile renderlo colpevole proprio perché non dispone più di quel potere mediatico che gli dava la bellezza del proprio volto, un potere che gli è stato conferito anche da chi ha tratto profitto dalla sua bella faccia.
Clayface, un uomo alla ricerca di se stesso
La tragedia di Matt Hagen diventa, così, ancora più tragica: non soltanto ha perso fascino, carriera e ricchezza, ma ha anche perso se stesso. Matt può cambiare identità e sembianze quando vuole, ma il problema è che non riuscirà mai a trovare la sua identità in quanto ogni volta, anche quando ha il suo viso normale, trova sempre una versione di se stesso in cui non si riconosce e di cui non ha nessun controllo. Come disse Bishop Berkeley, esse est percipi: essere è essere percepiti, e il Matt Hagen che esiste è quello percepito da altri, che è ogni volta diverso dalla sua versione precedente.

Tutti i crimini che Matt arriverà a commettere assumendo sembianze diverse non sono altro che un modo per dirci che, anche se proviamo a mantenere una parvenza di benessere, bellezza e positività, quell’apparenza non mostra veramente chi siamo, poiché semplicemente indossiamo un vestito che altri hanno cucito per noi. Qui si torna alla proverbiale maschera pirandelliana, dove la nostra identità non è tanto determinata da quello che facciamo, quanto da come gli altri vedono noi e interpretano le nostre azioni.
Le scene di Clayface in cui Hagen urla davanti allo specchio sono tante perché esprimono una consapevolezza che non permetterà mai a Hagen di stare veramente bene e di ricominciare: lui – e come lui tutti noi – non è altro che la somma di tanti modi in cui la gente lo vede, e la crisi d’identità sta nell’impossibilità di riuscire a far combaciare quello che noi vogliamo che gli altri vedano di noi e come loro alla fine ci concepiscono. Come Vitangelo Moscarda, anche Clayface alla fine è uno, nessuno e centomila, e la sua vendetta non si placherà mai perché segno di una crisi identitaria che non avrà mai fine.
Uno, nessuno, centomila Matt Hagen
Dopo i successi televisivi e cinematografici di The Penguin, Lanterns e Joker (anche se quest’ultimo rispetto ai primi due è molto slegato rispetto all’universo DC), Clayface è la riprova che, a differenza del Marvel Cinematic Universe, il DC Universe è capace di regalare personaggi psicologicamente complessi e tragici allo stesso tempo, personaggi le cui sfumature di chiaroscuro sono frutto di un malessere e una sofferenza profondi sperimentati nel corso della propria vita.
Il malessere di Matt Hagen/Clayface è quello non solo di chi viene considerato soltanto per il proprio aspetto, ma anche di chi viene giudicato proprio per la sua apparenza. Non sarà un film originale né registicamente né narrativamente parlando, ma Clayface è comunque un film forte per la sua capacità di comunicare in maniera semplice la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, incapace di controllarla a causa di mezzi comunicativi che con pochi fraintendimenti ci trasformano in mostri da allontanare.
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