Fleabag con il porcellino d'India Hilary

Fleabag, dieci anni con l’iconica (anti)eroina

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12 minuti di lettura

Era il 2016 quando Fleabag, scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge, debuttò sulla BBC. In due stagioni, la serie racconta le avventure – e soprattutto sventure – della protagonista: un’incasinata londinese alle prese con relazioni complicate, lutto e continua ricerca di sé. Dieci anni dopo, rimane una delle serie TV più iconiche di sempre.

Le origini: il debutto all’Edinburgh Fringe

Fleabag nasce come monologo teatrale: nel 2013 Phoebe Waller-Bridge porta la prima versione dello spettacolo all’Edinburgh Fringe Festival, evento dedicato alle arti performative che ricorre ogni agosto nella capitale scozzese. Il monologo viene subito accolto positivamente, attirando il pubblico grazie a una scrittura tagliente e a una performance che va dritta al punto (un po’ come farà poi la serie).

poster dello spettacolo teatrale "Fleabag" di Phoebe Waller-Bridge: dall'originale a varie edizioni dopo

È da subito chiaro ciò che Fleabag non vuole essere: un’eroina perfetta; anzi, piuttosto vuole sdoganare tabù imposti dalla società. La protagonista di Phoebe Waller-Bridge è impulsiva, sessualmente esplicita e profondamente autoironica. Non a caso, Lyn Gardner, critica teatrale britannica, scrisse sul The Guardian: «Some women embrace their inner goddess, but Fleabag has proudly embraced her inner slut».

Persino le recensioni adottano il tono provocatorio dello spettacolo, anche se la provocazione non è mai fine a sé stessa: serve piuttosto a mettere in scena desideri, impulsi e fragilità raramente concessi ai personaggi femminili senza giudizio morale. Il monologo diventa così una serie, e Fleabag una protagonista rivoluzionaria.

They’re always there: la rottura della quarta parete

Phoebe Waller Bridge durante lo spettacolo di Fleabag a teatro.

Un altro lascito teatrale del monologo è la rottura costante della quarta parete: Fleabag si gira verso la telecamera, come se parlasse direttamente a noi, trasformando lo spettatore nel suo complice più intimo. «They’re always there», confessa Fleabag, in un episodio che la vede protagonista di una sessione di psicoterapia, guardando in camera. È uno dei momenti che chiarisce meglio il ruolo della rottura della quarta parete nella serie: non solo un espediente comico o narrativo, ma anche un modo per sentirsi meno sola.

Do it for the plot: come Fleabag sdogana tabù imposti dalla società

La prima stagione segue Fleabag mentre affronta il lutto per la perdita della sua migliore amica, Boo (Jenny Rainsford). Nel corso dei sei episodi, Fleabag la ricorda spesso nel guinea pig café che le due avevano aperto insieme. Il locale diventa così uno spazio sospeso tra lutto e senso di colpa. A questo si aggiunge anche una dinamica familiare profondamente sbilanciata: un padre emotivamente distante, una matrigna dispotica, una sorella presente ma incapace di comunicare davvero e il marito di lei, a dir poco caricaturale. Per fare fronte alla propria realtà, Fleabag adotta dei comportamenti autodistruttivi, che sfociano in sesso occasionale, cinismo e continui sensi di colpa.

Fleabag e Boo al guinea pig cafè.

La seconda stagione, invece, introduce una protagonista cambiata: più consapevole e ormai avviata verso un percorso di crescita. Fin dalla prima scena, la narratrice chiarisce che è passato un po’ di tempo dalle ultime vicende e che è ormai riuscita a sviare dai soliti comportamenti autodistruttivi. Qui Fleabag non cerca solo di sopravvivere, ma piuttosto esplora la possibilità – difficile e contraddittoria – di aprirsi davvero con gli altri.

It won’t pass: Fleabag e il prete

«This is a love story», ci confessa Fleabag, nel primo episodio della seconda stagione. Questa volta Fleabag si innamora del prete che sposerà suo padre (Bill Paterson) con la matrigna dispotica (Olivia Colman): il soprannominato “Hot Priest“, interpretato da Andrew Scott, uno dei personaggi della serie – oltre alla protagonista – a non avere un vero nome.

Fleabag con l'Hot Priest in chiesa.

Ancora più interessante, però, è la sua capacità di vedere Fleabag per davvero: è l’unico a notare i suoi momenti di distacco dalla realtà. Quando lei si gira verso di noi, rompendo la quarta parete, le domanda improvvisamente «Who are you talking to?», lasciando Fleabag spiazzata. «No one», risponde, perplessa e forse un po’ imbarazzata.

In un’altra scena, durante una visita al guinea pig café, si gira direttamente verso di noi, dicendole: «I’m trying to get to know you». La risposta di Fleabag – «Well… I don’t want that» – rivela tutta la paura che la protagonista prova nei confronti della vulnerabilità. Phoebe Waller-Bridge costruisce così un rapporto in cui connessione e paura dell’intimità finiscono continuamente per intrecciarsi.

Fleabag con l'Hot Priest al guinea pig café.

I look like a pencil: Fleabag e Claire

Uno dei rapporti più interessanti esplorati da Phoebe Waller-Bridge è quello tra Fleabag e la sorella Claire, interpretata da Sian Clifford. Le due si incontrano per la prima volta a una lezione sul femminismo: Fleabag raggiunge Claire tra il pubblico e, rompendo la quarta parete, la presenta. «My sister. She’s uptight and beautiful and probably anorexic, but clothes look awesome on her». È una battuta che definisce immediatamente il loro rapporto: Claire appare controllata, rigida, distante, mentre Fleabag sembra il suo opposto – anche se, in realtà, le due condividono molto di più di quanto vogliano ammettere.

Fleabag e Claire nella 2x6.

Questo è solo il primo di una lunga serie di momenti iconici tra le due. Dopo un periodo di distacco – causato anche da Martin (Brett Gelman), il marito (alcolizzato) di Claire – le due sorelle si riavvicinano, soprattutto nella seconda stagione.

È il caso della scena dei Chatty Wednesdays, in cui Claire – in visita al guinea pig café di Fleabag – risponde seccamente al tentativo di conversazione di un cliente del bar: «I am not a part of this». Oppure, quando Claire si taglia i capelli, esclamando in lacrime «I look like a pencil» (in effetti, un po’ è vero), mentre Fleabag, tra una risata trattenuta e l’altra, cerca di rassicurarla esclamando «It’s French!».

L'iconica scena "I look like a pencil" con Fleabag e Claire.

Nonostante il loro affetto passi quasi sempre attraverso sarcasmo, disagio, conversazioni interrotte, Fleabag e Claire rimangono il centro emotivo della serie. Uno dei momenti più sinceri arriva quando Claire dice alla sorella: «The only person I’d run through an airport for is you». In una serie dove nessuno riesce davvero a comunicare apertamente i propri stati d’animo e sentimenti, quella frase finisce per sembrare una vera dichiarazione d’amore (molto rara tra sorelle).

Women are born with pain built in: il dialogo con Belinda

Una delle riflessioni più lucide – e una delle poche che non viene mai davvero sdrammatizzata – riguarda il corpo femminile. Phoebe Waller-Bridge la affida a Belinda (Kristin Scott Thomas), imprenditrice di successo e vincitrice del premio Best Woman in Business. Il riconoscimento che riceve è un busto femminile dorato modellato sul corpo della madre di Fleabag e Claire, realizzato dalla matrigna: un oggetto che attraversa entrambe le stagioni, passando costantemente di mano in mano, quasi a rappresentare il modo in cui la serie riflette costantemente sul tema.

Fleabag con Belinda nella seconda stagione.

Sedute in un bar nel centro di Londra, le due si confrontano in una delle conversazioni più sincere dell’intera serie. «Women are born with pain built in», afferma Belinda. «It’s our physical destiny». Per la prima volta, Fleabag mette un attimo da parte il sarcasmo per lasciare spazio a una riflessione sul rapporto con il proprio corpo. Belinda, poi, parla della menopausa e di come sia una liberazione: il momento in cui si smette finalmente di sentirsi «a machine with parts». Ancora oggi, resta una delle riflessioni più memorabili della serie – anche perché, come scriveva Mary McNamara, giornalista e critica televisiva statunitense, sul Los Angeles Times, la menopausa continua a essere raramente esplorata nelle narrazioni pop contemporanee.

We’re bad feminists: come essere delle brave femministe

Una delle costanti della serie è la riflessione sul femminismo e sull’essere femminista: in effetti, ci hanno insegnato che forse esiste un modo corretto di esserlo, come se ci fosse una sorta di codice. Phoebe Waller-Bridge sembra inserirsi proprio lì, nello spazio delle contraddizioni: tra come dovremmo comportarci, cosa dovremmo desiderare e ciò che, in realtà, proviamo.

Fleabag nella prima puntata.

Le battute che tradiscono una certa preoccupazione per non adempiere alle regole implicite sono tante. «We’re bad feminists», sussurra Fleabag a Claire durante la lezione sul femminismo, dopo che entrambe hanno ammesso che darebbero cinque anni della propria vita in cambio del corpo perfetto. La seconda stagione, invece, presenta il tema attraverso una lente ancor più ironica. Durante una riunione dei Quaccheri insieme all’Hot Priest, Fleabag afferma: «I sometimes wonder if I would be such a feminist if I had bigger tits», provocando la risata immediata e trattenuta del prete.

Fleabag, infatti, non prova mai a essere d’esempio. Forse è anche per questo che, dieci anni dopo, continua a sembrarci così reale.


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'99 mancata, classe 2000 per tre giorni. Laureata in Lingue, scrittrice amatoriale e pop-culture nerd, di solito parlo e scrivo mischiando le lingue, riflettendo un "lost in translation" costante nella mia testa. Ogni tanto parto per qualche viaggio con lo zaino in spalla, ma quando sono a casa mi trovate sul divano, probabilmente impegnata nell'ennesimo re-watch.

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