Telecamere, telecamere ovunque. Non siamo nella società singaporiana di Stranger Eyes che mette occhi dappertutto come forma autoritaria di controllo, e nemmeno tra le atmosfere inquietanti di Presence di Steven Soderberg in cui la macchina da presa si muove in ogni angolo di famiglia come un fantasma sorvegliante. Gli uccelli del Monte Qaf (Past Future Continuous) scritto e diretto da Morteza Ahmadvand e Firouzeh Khosrovani (e co-prodotto dal team dietro No Other Land e dai nostrani Andrea Segre e Giulia Campagna) si concentra sull’atto più intimista della ripresa, osservando empaticamente una casa da lontano, come farebbe un genitore da un’altra stanza attraverso un piccolo baby monitor, con cui sincerarsi ogni secondo che il proprio amato figlio dorma sogni tranquilli.
Gli uccelli del Monte Qaf, in Concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 82, sarà distribuito prossimamente in Italia da ZaLab Film.
Gli uccelli del Monte Qaf, vicino alla distanza

Maryam è una giovane iraniana, dopo la rivoluzione del 1979 è emigrata ad appena vent’anni superando il confine turco nascosta in pelli di pecora, in direzione Stati Uniti. Così la sua famiglia è rimasta lì confinata nella sua terra, negli atti quotidiani ripetitivi, come ricordo lontano, come immagine sbiadita di una memoria a cui non poter più aggiungere nulla, nemmeno il minimo significato emotivo.
Ai giorni nostri ne Gli uccelli del Monte Qaf Maryam decide di far installare un sistema di videosorveglianza in tutta la loro casa (che è poi anche la sua casa, quella in cui è cresciuta), per osservarli, per vegliarli, per “tenerli in vita con lo sguardo”. Maryam recupera in quelle immagini un’origine genealogica che ogni trasferimento lascerebbe altrimenti incolta, l’idea solo astratta, impraticabile, di tornare, di replicare nell’America non-sua gli stessi gesti che lì da vicino non può più toccare. Quella famiglia l’ha fatta partire per saperla in salvo, ma ora come fa lei a saperli protetti e al sicuro, con il peso della vecchiaia e delle troppe pillole da mandare giù ad ogni ora del giorno?
Gli uccelli del Monte Qaf racconta, tra le tante cose, di un’Iran che cambia tra i tanti fragilissimi fili che ne collegano le memorie, in un’opera ibrida e libera che sfrutta a sua volta tante idee e formati diversi: l’archivio personale, il diario privato che si frantuma, la poesia persiana che risorge nel mito della resistenza (e a cui si ricollega anche il titolo italiano: di un monte leggendario ai limiti della Terra che fa ritornare chi prova a raggiungerlo sempre al punto di partenza).
Sono dispositivi di racconto che si inseguono e si rievocano a vicenda in una modalità filmica che è la procedura mnesica stessa, di libera associazione, di fluido concatenamento. Ma è soprattutto sulla prossimità di quelle telecamere installate dentro una famiglia senza audio che il film dà il suo meglio: il contatto per immagini dove i sensi non possono arrivare, tendendo un occhio tecnologico che funga da carezzevole mano.
Gli uccelli del Monte Qaf, ricordare in diretta

È proprio su queste parti che Gli uccelli del Monte Qaf sembra compiere un’operazione cinematografica radicale: utilizzare il presente delle immagini (della ripresa in diretta, esistente nel momento stesso in cui è trasmessa online) come fosse un archivio intimistico del passato, un found footage digitale che non è trovato, ma è accaduto nel momento stesso in cui è stato visto. Il titolo internazionale in questo senso è lampante: Past Future Continuos, un tempo verbale che in una sorta di neologismo grammaticale traduce il senso anticipatorio di un passato che già esiste, si sta svolgendo nel futuro.
Non c’è presente nel titolo, non c’è nell’Iran e in queste immagini, innanzitutto per una connessione di rete che lì cade spesso improvvisamente, come in tante altre malinconiche relazioni a distanza, di videochiamate oltreoceano al termine della notte, in questo caso però come parte di un’operazione sistematica di governo “per non lasciare uscire nessuna voce”.
Così le immagini si interrompono nel vuoto di un montaggio forzato – in nero, in ellissi temporale – da cui quella distanza prende di nuovo avvio, in un battito di ciglia che è il cinema stesso (non è forse l’oblio un fatale gioco di montaggio?). Cos’è successo nel frattempo? Cos’è accaduto durante la nostra assenza?

Ne Gli uccelli del Monte Qaf ritorna il senso accorato del dover crescere con il cuore spezzato tra due culture (che sono poi, come detto, le inquadrature stesse), che già animava lo straordinario Radiograph of a family, nato dalla collaborazione degli stessi Firouzeh Khosrovani e Morteza Ahmadvand, seppur lì in ruoli diversi. Le immagini strappate di quel documentario (che raccontava la storia toccante dei genitori di Firouzeh) correvano parallele senza parlarsi mai, se non nella pura invenzione del cinema – ricreatore, riparatore -, fin dal primo dolorosissimo momento: di una madre che sposa soltanto la fotografia del marito.
Sono infatti le immagini che congiungono, che riavvicinano ciò che la Storia ha allontanato. Sorveglianza domestica ma anche più classico ed effettivo archivio granulato, di tante storie reali confluite in quella poesia visiva, nello stesso comune spazio cinematografico, come lo split screen che riempie Gli uccelli del Monte Qaf, multiple inquadrature silenziose compresenti in un unico frame, affiancate, ma che insieme, in quella forma nostalgica, non esistono davvero nella realtà. Era ciò che rendeva così potente nella sua invenzione cinematografica anche Vortex di Gaspar Noé, due vecchi amanti alla fine della loro esistenza mentale, isolati ognuno nella sua parte di schermo, ormai incompatibili e incomunicabili.
Gli uccelli del Monte Qaf, geografia di una casa mai dimenticata
Ma ne Gli uccelli del Monte Qaf non c’è solo il più classico dei voice over narrante – sull’esilio, sulla lontananza incolmabile -, perché è anche la casa stessa a ricordare, con una voce maschile in controcampo audio che sente in risonanza tutte le sue mura abitate, i passi che la solcano (e l’hanno solcata), i respiri che la inumidiscono (e l’hanno inumidita) di calore umano. Ricorda ostinatamente, come farebbe di fatto ogni memoria che si oppone al suo stesso oblio, al suo «alito del buio»1 come lo definisce la poetessa iraniana Forugh Farrokhzad.

La casa parla nei suoi tanti occhi avvitati al soffitto, (vivi)sezionando ogni spazio che riprende, in memoriam di chi quel luogo l’ha lasciato per sempre, nell’esatta corrispondenza di chi lo abita e di chi non lo abiterà più. Il padre, la madre, un pappagallo regalato dalla distanza per sopravvivere alla solitudine, persino il cortile e il vicolo su cui incombe catastrofico un esterno di realtà (l’eco lacerante di nuove guerre, proteste e bombardamenti, i progetti di chi lì su quella via vorrebbe costruire un’autostrada).
Ogni comparsa ne Gli uccelli del Monte Qaf ha i suoi confini, le sue narrazioni e i suoi movimenti interni, dentro e fuori, tra le mura e i bordi saldi dell’inquadratura che dalle finestre vedono tutto scorrere fuori. In questo Gli uccelli del Monte Qaf ricorda il fumetto Here di Richard McGuire (trasposto con la stessa potenza evocativa anche da Robert Zemeckis nel film omonimo): un unico spazio (qui moltiplicato e scisso in tanti altri) in cui è il tempo stesso ad arredare la scena, in un’operazione di svuotamento che procede man mano che i corpi di chi la abita vengono consumati dalla vecchiaia e dalla malattia, intanto che i mobili vengono portati via da un soffio di vento finale.
Nel silenzio di tante stanze lasciate spoglie sembra ancora di sentire il profumo sinestetico che ha la foto di una famiglia unita. Il ricordo di quel passato che ancora esiste da qualche parte, tra le tende sgualcite, l’intonaco che crolla a terra, la luce che avanza oltre la propria timorosa presenza. Gli uccelli del Monte Qaf prende quel piccolo seme di memoria e lo regala con passione struggente al suo pubblico. Perché tutti possano prima o poi volare.
Pianterò le mie mani in giardino
crescerò rigogliosa, lo so, lo so, lo so,
e le rondini deporranno le uova
nelle pieghe delle mie dita sporche d’inchiostro.
(Forugh Farrokhzad2)
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- Forugh Farrokhzad, Io parlo dai confini della notte. Tutte le poesie, a cura di Domenico Ingenito, Bompiani, 2023, p. 501 ↩︎
- Ivi, p. 655 ↩︎
