Emanuele Maria Di Stefano Gaia Merlonghi interpretano Luca Varani e Marta Gaia nella scena della vasca del film La città dei vivi

La città dei vivi, la vita prima della cronaca

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13 minuti di lettura

Nei casi di cronaca nera la verità mediatica appare sempre prima di esistere, diventando, nell’accezione sensazionalistica di quel true crime tanto popolare al giorno d’oggi, il modo intrinseco di riordinare e drammatizzare vite e vicende di altri, attribuire al male significati, ruoli e alibi: la ricetta di successo per costruire serial killer alla stregua di icone pop e, dall’altra parte, vittime morali predestinate.

Ispirandosi liberamente al romanzo La città dei vivi di Nicola Lagioia sull’omicidio insensato di Luca Varani, il regista Edoardo Gabbriellini cerca ora un’altra prospettiva – deliberata e consapevolmente in controtendenza -, tutta di omissioni e mancanze, che fanno corrispondere alle sottrazioni narrative (degli assassini) i tagli etici di montaggio, le assenze emotive nelle vite dei vivi che sono rimasti. Peccato che molto spesso il film rimanga confinato più nella sua teoria contro-criminologica di chi conosce nel dettaglio il caso, anziché liberarsi nella pratica empatica di chi vuole (ri)scoprirne innanzitutto il lato umano.

Presentato nella sezione Orizzonti della 83a Mostra del Cinema di Venezia, La città dei vivi è uscito nelle sale italiane il 1 ottobre 2026 distribuito da Eagle Pictures.

La città dei vivi, oltre il caso mediatico e mediale

Emanuele Maria Di Stefano e Valerio Mastandrea sono Luca Varani e suo padre nel film La città dei vivi

Il 4 marzo 2016 nel quartiere Collatino di Roma Manuel Foffo e Marco Prato torturano e uccidono brutalmente il ventitreenne Luca Varani. Di quel delitto efferato, presto convertito a osceno caso mediatico che – come recita il cartello a fine film – «scosse il paese per la sua insensatezza», si è scritto e discusso a lungo, sui social e in ripetuti editoriali, cercando spiegazioni, risolvendole più spesso frettolosamente in stereotipi omofobici e luoghi comuni altrettanto disumani, dalla moralizzazione di droghe e prostituzione, alla definizione di un Male tutto generazionale.

In questi dieci anni il caso è stato riadattato liberamente più volte: podcast, inchieste, libri – tra cui appunto La città dei vivi di Nicola Lagioia -, serie tv e spettacoli teatrali (l’ultimo in ordine di tempo curato da Ivonne Capece è debuttato nel 2025 al Teatro Fontana di Milano). Il regista Edoardo Gabbriellini parte proprio da questa sovrabbondanza mediatica e mediale, ripulisce il testo e la cronaca dall’attaccamento morboso al macabro, dall’orrore in presa diretta, dalla volontà clinica di dare senso con clamore a ogni movente mancante.

Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua in una scena di famiglia de La città dei vivi

Del caso Varani in questa versione sostanzialmente etica de La città dei vivi rimane infatti soltanto Luca (il volto tenero e spensierato di Emanuele Maria Di Stefano), il centro gravitazionale e umano attorno cui compaiono e scompaiono man mano suo padre (Valerio Mastandrea), la madre (Simona Senzacqua), l’amatissima fidanzata Marta Gaia (Gaia Merlonghi). Nella vita normalissima che esiste prima della notizia non c’è quasi traccia degli assassini.

Come scrive Tommaso Giartosio su Doppiozero poco più di un mese dopo i fatti del 2016, «ormai, il vero orrore da cui tutti dovremmo guardarci è la banalità della banalità del male». Perché di fronte a certi eventi dovremmo rifiutare di fare quel gioco perverso di tanto true crime contemporaneo, che per puro intrattenimento oggi assembla verità lineari ed estetizzabili, sempre pronte da commentare. Soddisfando quel piacere sadistico di vedere gli altri dal nostro salotto – come titola qui su NPC l’articolo di Ferao Varallo su Primetime, altro titolo veneziano, sul popolare caso di Chris Hansen, cacciatore di pedofili in diretta televisiva. È ancora possibile pensare e produrre un’alternativa?

La città dei vivi, una normalità interrotta

Emanuele Maria Di Stefano e Valerio Mastandrea in una scena del film La città dei vivi

Nella versione de La città dei vivi diretta da Edoardo Gabbriellini – già protagonista indimenticabile di Ovosodo di Paolo Virzì e dai primi anni Duemila anche regista – Luca Varani non risulta mai un predestinato, figlio di scelte sbagliate o sconsiderate – come la cronaca l’ha invece spesso dipinto – che l’avrebbero portato inevitabilmente a quella fine, quasi ad attribuirgliela, a giustificarla, esorcizzandola rispetto alla propria integerrima vita di castità, per essere sicuri che quella fine non ci riguardi mai in alcun modo.

Luca vaga ne La città dei vivi per una Roma fluttuante e naturalistica, di case, tetti e finestre tutte somiglianti, in giornate che si ripetono sempre uguali, senza che nulla sembri accadere mai per davvero. La sua è una giovinezza errabonda e incompiuta, come tante della nostra generazione, senza punti cardinali o di riferimento, sognando in astratto e in tondo il proprio futuro, con l’illusione di avere ancora tempo per tutto: per diplomarsi, per lavorare, per sposarsi e vivere altrove.

Sono soltanto fugaci i momenti di felicità di Luca (e dei comprimari) ne La città dei vivi: una corsa a perdifiato, il tempo prezioso col padre sul suo furgoncino dei dolciumi, i tira e molla con la fidanzata Marta Gaia, a lasciarsi e rimettersi insieme dopo ventiquattro ore appena. Così, nel trasporto vertiginoso e seducente del momento, anche gli incontri segreti e pericolosi, le festicciole a base di sesso e droghe, i soldi stessi (veloci e facili) hanno come unico fine quello di sbancare la giornata, condividere per una volta con Marta Gaia una cena di lusso e ribaltare la routine quotidiana della solita pizza di sempre.

Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi sono Luca Varani e la fidanzata Marta Gaia nel film La città dei vivi

Il deragliamento dalla normalità avanza a un passo dalla strage ne La città dei vivi, come accadeva anche in Dark Night di Tim Sutton ed Elephant di Gus van Sant (rispettivamente ispirati alla sparatoria di massa di Aurora del 2012 e al massacro della Columbine High School del 1999), con i ruoli, gli spazi e le morali di abitanti, adolescenti e comparse di fatto sempre intercambiabili nei loro presagi di fine. Perché chiunque avrebbe potuto essere l’assassino.

Ma nel rifiuto categorico di questa narrazione focalizzata soltanto sui potenziali carnefici, Gabbriellini suggerisce piuttosto l’idea pervasiva che chiunque avrebbe invece potuto essere la vittima, se a una strada se ne fosse presa un’altra, se quel giorno il bus non fosse passato, se nell’incipit paradigmatico si fosse scelto in adozione un altro bambino tra i presenti, rispetto ai due lasciati a piangere (i due assassini?). Eppure è capitato proprio a Luca.

Così La città dei vivi non smette di gravitargli attorno, omette tutto il resto, mantiene vivo ciò che oggi vive solo nell’assenza, interrompendo in stacchi improvvisi di montaggio l’infinita storia dei se della sua vita (e di qualsiasi altro Luca verosimile tra le tante ucronie e sostituzioni possibili), perché la vita interrotta è stata e sarà sempre soltanto la sua. La realtà brutale è arrivata a distruggere ogni ipotetico effetto farfalla. Al cinema rimane il dovere etico di scegliere in che modo (ri)portarlo in vita, a tutte le vite che Luca avrebbe potuto essere.

La città dei vivi, alla teoria manca la pratica

Valerio Mastandrea interpreta il padre di Luca Varani nel film La città dei vivi

Gabbriellini sceglie allo stesso modo di non riprendere lo svolgimento della scena trucida dell’omicidio, la isola, la taglia fuori, la confina al luogo in cui è successo qualcosa di aberrante, che eticamente non andrebbe mostrato, che continuamente in questi anni si è invece continuato a vedere e autopsiare. «In vita sua aveva visto case brutte, scalcinate, squallide, abbandonate a se stesse, ma questo appartamento aveva una caratteristica che nessuna trascurezza o cattivo gusto avrebbe potuto infondere: trasudava malvagità.»1

La città dei vivi cerca allora nella negazione della cronaca proprio il passaggio filmico più etico, attorno al durante morboso che tutti conoscono, tra il prima e il dopo, tra i riflessi e i loro vuoti, non soltanto nel passaggio dalla vita alla morte, ma nell’interruzione continua e confusa – anche in montaggio – di una quotidianità che non riesce più a vivere, del corpo di un giovane che dovrebbe (e vorrebbe) ancora crescere. Un prima e un dopo che riguardano anche l’opinione pubblica, la stampa giornalistica, le tante narrazioni qui lasciate fuoricampo, che prima ignare del normale scorrere della vita si sono successivamente accalcate alla ricerca spasmodica di dettagli, di storie e persone da buttare col sangue in prima pagina.

Ma il limite e il paradosso de La città dei vivi è proprio che rimanga imbrigliato in questa teoria, nelle sue intenzioni nobili e ideali, nel timore di prendere una qualsiasi posizione estetica (oltre che etica) potenzialmente attaccabile sulla vicenda e la sua eredità: sia essa una distanza consapevole da vite su cui non si ha alcun diritto di giudizio (a rischio indifferenza), sia il modo forzato di aggiungere pathos, dramma, sentimentalismo (a rischio pornografia del dolore).

Emanuele Maria Di Stefano interpreta Luca Varani nel film La città dei vivi

La città dei vivi rimane a metà. Non affronta mai davvero per immagini empatiche i tanti punti di vista dei suoi personaggi, le sfumature, le asperità, i sottotesti sociali e soprattutto umani del libro, della storia (di ogni storia), che qui nel suo ostinarsi a risultare sempre inoffensiva e dritta rischia di peccare di genericità, affiancando alle omissioni (sacrosante) altrettanti accenni vaghi ma essenziali (la famiglia di Luca, la sostanziale presenza della metropoli romana, l’omofobia dilagante – e una certa incapacità nel rappresentare la comunità queer al di fuori di droghe e identità represse).

Fare insomma del cinema ne La città dei vivi una teoria quanto una pratica. Come il montaggio di Jacopo Ramella Pajrin, quello sì affascinante quanto funzionale, che dalla scena canonica del delitto sfuma sui tavoli attorno a cui non riuscire più a mangiare, le magliette ripiegate, le coperte sotto cui ossessivamente riascoltare gli ultimi messaggi audio. A cercare di parlare ancora di cose normali, di ricucire al prima – nella vita, e non solo nel cinema – un dopo sopportabile.


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  1. Nicola Lagioia, La città dei vivi, Einaudi, 2020, p. 322 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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