Nei tanti racconti d’infanzia, riscritti a posteriori con il filtro della nostalgia, si tende spesso a idealizzare e addolcire quell’età in cui tutto sembra ingigantito e puro, pronto all’uso dei propri sensi e delle proprie prismatiche illusioni. Con Le bambine (titolo internazionale Mosquitoes), Valentina e Nicole Bertani, all’esordio della prima co-regia insieme, intraprendono invece una via più inventiva e personale: non abbandonano l’incanto acrobatico della scoperta, ma dentro la brutalità e la crudezza del mondo degli adulti rifondano una vera e propria mitologia invertita della meraviglia ad altezza di bambina, il moto indomabile e feroce della tenerezza che trabocca fuori dagli angoli più insospettabili di vita e di paura.
Unico film italiano in Concorso al Festival di Locarno 2025, Le bambine è uscito nelle sale italiane l’11 giugno 2026 distribuito da Adler Entertainment.
Le bambine, fuggire negli anni ’90

Estate 1997. Linda (Mia Ferricelli) ha otto anni e si è appena trasferita insieme alla giovanissima madre Eva (Clara Tramontano), affascinante e pericolosa, dalla ricca villa isolata della nonna a un quartiere borghese di Ferrara, grottesco e stravagante, pieno di zanzare, pettegolezzi e curiosi occhi guardinghi. Quando in strada Linda conosce due sorelle quasi sue coetanee, Azzurra (Agnese Scazza) e Marta (Petra Scheggia), comincia un viaggio iniziatico sensoriale, una caccia al tesoro tra gli indizi dispersi del proprio complice e inquieto mistero di crescita.
Le sorelle Bertani, con il prezioso contributo della co-sceneggiatrice Maria Sole Limodio, raccontano ne Le bambine il terreno immaginifico di un’esperienza alternativa e sbilenca, un Sottosopra fieramente sgraziato, una plancia di gioco senza caselle, in cui correre e scorrere sempre, come zanzare assordanti, fuori dai bordi, dentro pozzanghere attraversabili e il dovere morale di sporcarsi. Dalle cacche per terra da rovistare cercando bulbi oculari di vetro a una sessualità dispiegata tra le stelline come precoce magia del piacere dentro un body azzurro fluo. «Puoi essere bello solo se sei strano» dice Linda sullo sfondo di un cortile cementificato in cui si fuma di nascosto e nel buio le droghe anestetizzano i corpi come profondi buchi neri.
I mitici e rumorosi anni ’90, precisi e databili nel corrispondersi emotivamente nell’accumulo per eccesso di simboli, icone, dispositivi e immaginari (il tamagotchi, il Grillo Parlante, Sailor Moon, il gelato Piedone) rappresentano ne Le bambine l’utopia di una memoria che ha anticipato la catastrofe, un tempo di transizione immune o forse in attesa di nuovi mostri e cattivi, prima della noia permanente delle periferie accatastate al sole di Una sterminata domenica di Alain Parroni, prima delle tante fiabe nere senza vezzeggiativi dei fratelli D’Innocenzo, in cui subire la condanna a essere figli nella città dei figli sbagliati, a diventare madri delle proprie madri, nate soltanto per «cercare qualcuno che potesse prendersi l’orrore al posto nostro», come si diceva in Dostoevskij.

Sarebbero quindi in teoria quei narratori adulti gli antagonisti di cui aver paura, viziosi e inaffidabili, grandi per ingombro più che per responsabilità anagrafica. Ma Le bambine cambia prospettiva, inverte il punto di vista, lo mantiene in un movimento vertiginoso e non-binario dal lato dissestato della strada. Così Linda può decidere di ignorare il richiamo stregonesco che la lega alla madre, e così un’altra madre, infermiera con l’hobby delle bambole, scopre che «non esiste una bambola più bella di un corpo umano». Così Carlino (Milutin Dapčević), babysitter queer, bambina cresciuta sulla carta, identità fluida con il mito di Lady Diana, si trasforma nel modo luminoso di abitare le scomodità, in un senso di appartenenza che è sempre magnifica stortura.
Come nel cinema umanissimo e umanista di Sean Baker, le sorelle Bertani si rivolgono ai loro personaggi, anche i più sbagliati e respingenti, con empatia e affezione, perché le dipendenze e gli egoismi mimano forse altre assenze emotive precedenti. In senso ampio quelle bambine sono palindromiche come l’Aviva protagonista del film di Todd Solondz, perché leggibili nelle loro infinite variazioni da un verso e da quello opposto, in un continuum di età e di esseri umani – uomini, donne e bambini – che anche quando grigi e stanchi, sottilmente prossimi al precipizio del nero, rimangono comunque colorabili di altri sguardi, sgargianti e fluorescenti, come le lucciole scintillanti in un’afosa notte d’estate.
Le bambine, sovvertire la fiaba, rifondare l’infanzia

Rispetto a un cinema contemporaneo sempre stirato, smagliante e immacolato, l’emancipazione della crescita, sembrano dirci le sorelle Bertani, passa invece da una libertà violabile della forma, il modo irripetibile di scegliere un’inusuale vicinanza da cui osservare cose, persone e situazioni, coreografare il caos e il disordine, ritrovare la propria smisura e sovradimensione. Il formato quadrato diventa allora ne Le bambine stretto al punto giusto per allargare lo sguardo (come in Mommy di Xavier Dolan, altro umanista della macchina da presa), una polaroid mai sbiadita che funziona da lente d’ingrandimento, uno spazio selezionato in cui ogni regista-bambina-esploratrice può riscoprire l’infanzia come ha osservato per la prima volta un dettaglio dopo l’altro, oltre.
Già l’esordio in solitaria di Valentina Bertani, La timidezza delle chiome, ibridava la riscrittura documentaria di due incontenibili gemelli di origine ebraica (che ricompaiono qui come guest star), con inserti mascherati d’archivio in 1:1, (s)formati di supporti e immagini digitali, sequenze in caduta libera su Google Earth insieme a chat in sovraimpressione a tutto schermo, in un gesto di zapping continuo eseguito direttamente sulla memoria. Le esistenze lì arruffate dei due giovani fratelli Josh e Benji, brulicanti di vita, di tempo che passa e deve essere conquistato, si trasformano ne Le bambine in un trittico indimenticabile di piccole e scomposte eroine, la stessa sorprendente energia vitalistica e sperimentativa che attraversa nei passaggi di vita una pluralità di linguaggi e significanti.

Quando Gianni Rodari prescriveva in Grammatica della Fantasia il ribaltamento della fiaba, celebrandone l’errore e la variazione creativa, vedeva infatti in quella sovversione tutta la verità dell’infanzia, il suo valore pedagogico, il suo autentico principio semiotico. «Se un bambino scrive nel suo quaderno “l’ago di Garda”, ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo “ago” importantissimo […]. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?»1.
Le sorelle Bertani rimettono in gioco, in una partita irresistibile che è profondamente immaginifica e collettiva, un’infanzia che allo stesso modo si trasforma in mitologia della disobbedienza e della trasgressione, la resistenza tagliente ai preconcetti, un modo filmico e narrativo di essere punk e selvagge, crescendo fuori dalle traiettorie già tracciate, con il superpotere di essere state e rimanere sempre, ancora oggi, quelle bambine. Urlarlo al mondo, attraversando lo schermo, i bordi, il tempo.
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- Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 2001, p. 34 ↩︎
