Oggi tutto è immagine: dalle particelle più piccole del cosmo agli eventi più catastrofici e brutali, ma anche i fantasmi, le creature immaginarie. Eppure, anche in quest’epoca di ipervisibilità tecnica e mediatica, il cinema è in grado di abitare l’immostrabile, essere fatto di tutte le immagini latenti o mancanti, soltanto suggerite nei loro punti ciechi, negli errori di montaggio, che riguardano la percezione, i ricordi, il modo stesso di ereditarle come traumi.
Presentato alle Notti Veneziane (Giornate degli Autori) della 83a Mostra del Cinema di Venezia, Memoria del lampo è l’ennesimo affascinante lavoro del regista e artista Riccardo Giacconi. Una riflessione sulla memoria interrotta, sul modo del cinema (e dei suoni del cinema nello specifico) di inseguirla, di non correggerla, ma continuare comunque a tenerne vivo il fuoco, con i contorni illividiti che all’interno saranno per sempre e irreversibilmente riempiti di nero.
Memoria del lampo, ricostruire una storia (inaffidabile) di suoni

«Quello che abbiamo fatto l’abbiamo fatto ridendo, tutto il tempo. Lei aveva paura e questo ci faceva divertire ancora di più. Poi è uscita l’idea del fuoco. Abbiamo raccolto sterpaglie, l’abbiamo legata, e il fuoco l’ha coperta. Si è come sciolta». Così inizia Memoria del lampo, con una confessione di un colpevole senza volto, la sola iniziale puntata del nome. Nessuna immagine a rievocarla, soltanto un narratore-doppiatore dei giorni nostri che ne legge le parole scritte su un foglio bianco in un vecchio cinema adibito a sala di registrazione.
È il giugno del 1982 quando un gruppo di ragazzini uccide brutalmente una quattordicenne su una collina di cipressi dell’Italia centrale. Sibilla (Sibilla Scinti Roger, anche co-sceneggiatrice) è una giovane giornalista radiofonica che arriva oggi in quel paesino per realizzare un servizio che spera di vendere a Radio 3. Per scovare nel paesaggio, nel continuo conversare con la voce di altri e di se stessa, le impronte sonore che hanno segnato per sempre quella comunità, «una macchia, un nonnulla che possa essere sfuggito a tutti per 40 anni».
Dopo Giganti Rosse (Premio miglior documentario al 41° Torino Film Festival), Riccardo Giacconi torna con Memoria del lampo a un’altra investigazione sui modi di ricordare, un meta-documentario (falso documentario?) giallistico e sperimentale, non ai confini del mondo, come da sempre ci ha abituato il cinema di Werner Herzog (a Venezia 83 in Concorso con Bucking Fastard), ma ai limiti della memoria, nei punti ciechi della percezione, tra realtà e finzione. Giacconi inquadra il volto di Sibilla stretto da grandi cuffie, i dettagli analogici dei suoi «attrezzi da acchiappafantasmi», da rabdomante, sempre accesi, direzionati in ascolto, la voce in campo, con cui guardare i suoni accadere, raccontare, leggere, conversare con la gente e i loro ricordi.
Ma Giacconi (nelle orecchie di Sibilla) cattura più spesso in Memoria del lampo silenzi, assenze, rumori di fondo, le frequenze invisibili, nere come il carbone, di un trauma senza immagini assimilato in quel luogo, «una radiazione fossile» – dice il regista nelle sue note – «che ancora risuona nell’aria», la permanenza di un piuccheperfetto – come titolava un suo precedente mediometraggio – ereditabile e trasmissibile.

Ecco allora la memoria del lampo del titolo: il fenomeno per cui «durante un evento importante la nostra memoria viene marcata come da un segnalibro», in cui è possibile ricordarsi esattamente dov’eravamo, cosa stavamo facendo. Nella storia del mondo hanno funzionato in questa maniera, per esempio, gli attentati dell’11 settembre 2001, a cui tutti, con la memoria, hanno in qualche modo preso parte. Durante quell’evento, il più fotografato della storia dei media, le immagini giornalistiche erano così tante e moltiplicate da dare l’impressione di déjà vu, di una diplopia, di una visione raddoppiata – per dirla come Clément Chéroux1.
Nel microcosmo sfumato e senza coordinate geografiche di Memoria del lampo, Giacconi amplifica questo discorso, raccontando dello scollamento traumatico tra immagine e suono, tra presente e passato (dall’omicidio di allora si passa al terremoto di oggi), in rimandi, ribaltamenti, depistaggi, falsi ricordi anacronistici e rimembranze radiofoniche che si smentiscono e si contraddicono nello stesso momento in cui vengono registrate. Come per i sospetti sonori soltanto presunti di Un semplice incidente (si può riconoscere il proprio carceriere soltanto dal rumore inconfondibile della sua protesi?) ci sono immagini latenti intrappolate negli occhi di chi non ha potuto guardare.
Così Sibilla, non estranea per discendenza – capiamo – a quella vicenda, viene accolta da un’amica d’infanzia di sua madre, la abbraccia a lungo, senza averla però mai vista prima. Così allo stesso modo la protagonista arriva davanti a una casa in mattoni color ocra ma che ci viene descritta, in voce, in discordanza percettiva, come celeste, con uno spaccio di alimentari al pian terreno del tutto assente invece nelle immagini. Ma più spesso l’esperienza descrittiva-diaristica in voice-over di Sibilla rimane soltanto in Memoria del lampo uno schermo completamente nero. «Voglio solo una cosa: sentire le loro voci. Avere una prova fisica, sensibile della loro esistenza».
L’irrappresentabilità della cronaca in Memoria del lampo
Giacconi sembra ribaltare e decostruire il principio ordinativo di tanti podcast true crime contemporanei – che da decalogo di storytelling drammatizzano fonti e ripuliscono voci originali di serial killer, vittime e testimoni oculari – rivelandone fin dal principio la fallacia metodologica, la presunzione illusoria di unica verità assoluta e lineare da dare in pasto al proprio avido pubblico ascoltatore.
Memoria del lampo (che conferma ancora una volta l’assottigliarsi e l’inconsistenza della linea di demarcazione tra realtà e finzione) tiene dentro infatti tutti i fuoricampo, i take sbagliati, i ridoppiaggi, la voce rotta e incespicata di chi ricorda, le brusche interruzioni di montaggio con cui riavvolgere il nastro e la pellicola, coinvolgendo lo spettatore in diretta nel processo di (ri)costruzione e registrazione della memoria e quindi anche, di conseguenza, del film stesso (vengono in mente i frammenti smontati e risignificati fuori sincrono di Enrico Ghezzi).

«Evocarla senza parlare di lei» dice Sibilla in Memoria del lampo in riferimento alla ragazza uccisa – che, come detto, capiremo essere anche “questione di famiglia” -, e quindi distanziarsi dalla morbosità della cronaca, dalle storie che diventano fattacci popolari da commentare, con il tifo morale da stadio, lo schieramento da boia dei social – quello che abbiamo visto in tanti episodi analoghi più o meno recenti, soprattutto di giovani fatti passare per indifendibili mostri (si pensi all’omicidio Varani, proprio in questi giorni di Mostra riproposto nell’adattamento filmico de La città dei vivi a cura di Edoardo Gabbriellini, sulla storia umana prima di diventare notizia).
Scriveva Roland Barthes che «la fotografia traumatica è quella su cui non vi è nulla da dire: la foto-choc è, per sua struttura, insignificante: nessun valore, nessun sapere»2. Era quel gesto telecomandato degli spietati assassini di Funny Games di Michael Haneke, che rompendo la quarta parete, in un rewind del film stesso, necessitavano proprio di quelle immagini, per perpetuare ancora, da copione, la stessa violenza su schermo contro un’innocente famiglia borghese, vanificando ogni possibilità di riscatto. Ma nel suo riavvolgimento etico del nastro, Memoria del lampo ci dice invece che a volte basta ascoltare, in quello che è in sé un atto di resistenza e di salvezza anche ottica e oculare. Per avere qualcosa da dire prima di mostrarlo.
Seguici su Instagram, Facebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!
