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Last Night in Soho

Last Night In Soho: la Londra crepuscolare di Edgar Wright | Venezia78

Wright offre a Venezia un thriller psicologico che confronta due generazioni

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6 minuti di lettura

La quarta giornata di Venezia 78 si apre con Last Night In Soho di Edgar Wright, settimo film del regista britannico, presentato nella sezione Fuori Concorso. La sua firma pop, intrisa di sfumature eclettiche e contemporanee, è celebre per pellicole come Scott Pilgrim Vs. The World (2010), con protagonista il Michael Cera di Juno, e Baby Driver – Il genio della fuga (2017), guidata dal promettente Ansel Elgort (Divergent, Il Cardellino, Billionaire Boys Club). Wright valorizza dunque la giovane Hollywood con storie appetitose, giocate su un’estetica policromatica e raffinata. Tuttavia, al contrario della maggior parte delle sue produzioni, per il Festival scommette tutto con un brillante cast al femminile.

Le protagoniste della sua Soho notturna sono Eloise e Sandie, rispettivamente interpretate da Thomasin McKenzie (Jojo Rabbit) e Anya Taylor-Joy (La Regina Degli Scacchi, Emma). Due nomi promettenti dell’iperuranio attoriale millennial, che tessono le fila di una fiaba onirica dalle tinte horror, affacciata sulla Swinging London. Proprio quella dimensione dei magici 60s, costellata da capi d’abbigliamento variopinti e incastonata nella battaglia rock tra Beatles e Rolling Stones, forgia il cuore di una storia godibile e ipnotica. La suspense crescente, valorizzata da una vincente colonna sonora, costruisce l’architettura di un gioco surrealista che si lascia gradualmente scoprire.

Un incubo psicologico alimentato a luci neon

Last Night In Soho

Un incubo alimentato a luci neonè l’espressione con cui Anya Taylor-Joy ha descritto perfettamente il cuore del film. Tuttavia, si potrebbe aggiungere l’aggettivo psicologico per la parabola votata alla follia che investe la storia di Eloise. Una giovane ragazza di campagna, trasferitosi a Londra per studiare moda e ammaliata dall’inconfondibile sapore nostalgico dei Sixties. Lei, orfana di madre e cresciuta insieme alla nonna, ha coltivato la sua propensione artistica tra vestiti dalle fantasie vistose e vinili dei Kinks e di Petula Clark. Tutto in lei rilascia un’aura vintage, in un personaggio solitario e fiabesco che non si ritrova nel marasma universitario dello studentato.

Per questo Eloise sceglie un vecchio appartamento di Soho, dalla prima notte scrigno di strani incubi. In questi dimora la misteriosa Sandie, hit girl della Londra anni ’60 con il sogno di diventare una cantante. La sua storia, inizialmente idilliaca tra i locali notturni della città e le scintillanti speranze del futuro, ispira Eloise, che ne fa la sua musa stilistica e attitudinale. Ma lentamente, la storia romantica di Sandie si impregna di violenza e dolore, in una dimensione orrorifica che affolla la mente sempre più perturbata e confusa di Eloise. Quest’ultima esperisce sul suo corpo tutto il vissuto di Sandie, finché le diventa impossibile separarsi da quella creatura nella sua testa.

Last Night in Soho ci porta su una giostra caleidoscopica

Sandie è realmente esistita? E se sì, qual è il prezzo da pagare per conoscere un torbido passato? Queste sono le domande a cui Wright cerca di dare una multiforme risposta. Come in un labirinto di specchi, il regista conduce lo spettatore in un gioco disambiguante, deliziandolo con una peculiare impronta estetica. Last Night In Soho, infatti, ipnotizza con affamate luci a neon, in un ambiguo arcobaleno notturno dove tutto può succedere. Al tempo stesso gode nel rievocare gli anni Sessanta, un periodo molto amato dal regista, attraverso un ricco tessuto musicale che si sposa con la danza a ritmo di swing e le affascinanti geometrie dell’abbigliamento.

Il risultato è un pacchetto di estrema piacevolezza gestuale e sonora, affine alla libertà estatica della scena in cui Margot Robbie, nei panni di Sharon Tate, balla in Once Upon A Time In Hollywood (2019). Perché Wright, laddove procede con cautela sulla storia, pronto a sferzare l’attacco destabilizzante al momento giusto, osa con il suo tocco sfrontato e irresistibile alla regia. Ecco dunque che non mancano richiami alla cinematografia hitchcockiana nelle vesti di Psycho (1960) e nell’eredità elettrica imbracciata dalla serie TV Bates Motel. Quest’ultimo riferimento in particolare ci permette di cogliere, in Last Night In Soho, la via di congiunzione tra passato e presente. Tra un’eleganza che più non ci appartiene e una venalità futurista in evoluzione.

Con due protagoniste stellari, Wright offre a Venezia un thriller psicologico di largo accoglimento che confronta due generazioni attraverso i volti nella Hollywood contemporanea. Tra fantasmi, psicosi e allucinazioni, in una rete di dubbi e false piste, Last Night In Soho incolla il pubblico allo schermo con la voglia di interrogarsi sul caleidoscopico intreccio alla Wright. Ma forse non vi abbiamo raccontato tutto.


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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