No other choice, un frame del film di Park-Chan wook, regista sudcoreano. Nel frame due personaggi che dialogano, uno ha un guanto da cucina.

Venezia 82 – No Other Choice, ballata di un uomo disperato

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9 minuti di lettura

Il ritorno del maestro del cinema sudcoreano Park Chan-wook (Oldboy, Decision to Leave) era tra gli eventi più attesi della 82a Mostra del Cinema di Venezia. Qui la sua ultima fatica, No Other Choice, è stata presentata in Concorso.

Adattamento di The Ax, romanzo di Donald E. Westlake già adattato da Costa-Gavras in un film omonimo – coincidenza, poi, ha voluto che questo film sia stato presentato lo stesso giorno di Bugonia, adattamento di una pellicola sudcoreana (Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan) diretto da un greco (Yorgos Lanthimos) -, No Other Choice è una riflessione urgente sulle dinamiche del lavoro contemporaneo e dei meccanismi perversi del post-capitalismo in cui siamo costretti a muoverci come disperati, girato con la classica eleganza che caratterizza i lavori del regista coreano ma, al tempo stesso, senza l’incisività che caratterizza i suoi film.

Distribuito da Lucky Red, No Other Choice – Non C’è Altra Scelta uscirà nelle sale italiane a gennaio 2026.

No Other Choice, storia di un lavoro perduto e di un uomo disperato

Man-su (un Lee Byung Hun da Coppa Volpi) è un esperto produttore di carta che, dopo venticinque anni di servizio, viene licenziato a causa di una fusione della sua compagnia con un’azienda americana. I successivi tredici mesi di precariato, passati tra un colloquio di lavoro e l’altro, si chiudono con un’umiliazione ricevuta dal capo della Moon Paper, azienda giapponese alla quale Man-su cerca di lasciare il curriculum; dopo questa esperienza, Man-su prende una scelta drastica per salvaguardare la sua famiglia (sua moglie, Lee Miri, è interpretata da Son Ye-jin) e la loro casa.

Quella di No Other Choice è la storia di un uomo disperato, ritrovatosi dopo una vita costruita su anni di sacrifici e di duro lavoro a rischiare di perdere tutto per dei meccanismi aziendali perversi e volti solo a preservare la ricchezza dei ricchi, ignorando invece i bisogni degli operai e della classe media.

Man-su (Lee Byung Hun) solleva un vaso per piante in una scena del film No Other Choice di Park-Chan Wook.

Messo all’angolo da un sistema post-capitalista che non si cura delle persone che lavorano e dei loro bisogni, Man-su si trova costretto a prendere scelte estreme: la locuzione che dà il titolo alla pellicola, infatti, ha un duplice senso – dal taglio molto ironico – legato sia alla scusa con cui i capi licenziano il protagonista, sia le motivazioni che spingono lo stesso a portare a termine il suo piano per tornare a lavoro. E proprio in quest’ironia si riscontra una delle scelte più intelligenti messe in campo da No Other Choice: evidenziare il lato grottesco della vicenda attraverso la risata.

Il piano di Man-su in No Other Choice, infatti, è talmente eccessivo e violento (in true Park Chan-wook fashion) da risultare inevitabilmente ridicolo agli occhi dello spettatore, testimone di una sequenza di azioni sempre più perverse; il tutto fino ad esplodere in un finale di rara amarezza, in cui diventa chiaro quanto sia stato futile l’estremo tentativo di un uomo di preservare il proprio lavoro in un contesto lavorativo in cui l’essere umano è destinato a scomparire, sostituito da macchinari e intelligenze artificiali.

Tale riflessione, tuttavia, non è urlata né didascalica, piuttosto si inserisce in un film spiccatamente umanista, in cui l’elemento focale rimane sempre la dimensione psicologica dei personaggi in scena. Il paragone con Parasite è e sarà per molti spettatori inevitabile, eppure a differenza del film di Bong Joon-ho No Other Choice evidenzia il senso di disagio, di ridicolo delle azioni compiute con determinazione da Man-su, e il modo in cui essere hanno delle conseguenze sull’intera famiglia dello stesso – il ritorno a lavoro e la vergogna sociale della moglie Lee Miri, i tentativi di piccola criminalità e di ribellione del figlio Yoo Si-won, la sempre maggiore chiusura in se stessa della figlia piccola Yoo Ri-won.

No other choice, un frame dal film di Park Chan Wook con due protagoniste, moglie e figlia del protagonista, sedute a tavola a mangiare.

Il problema non è mai stato che sei stato licenziato, ma come hai reagito a questa cosa!” urlerà ad un certo punto un personaggio di No Other Choice; una battuta rivelatrice, questa, che sottolinea proprio l’interesse del maestro coreano Park Chan-wook verso le reazioni dei personaggi alla società che li circonda, seguiti dalla macchina da presa senza essere giudicati verso una spirale sempre più profonda e viscerale negli antri oscuri della disperazione, che porteranno Man-su a forme di autodistruzione più morale che fisica (il dente cariato, ad esempio), sintomatiche di un marcire interiore che gli viene tuttavia dall’esterno.

No Other Choice, la regia dei dettagli di Park Chan-wook

Coerentemente con uno stile oramai riconoscibile, No Other Choice stupisce per le ardite scelte visive che caratterizzano la regia di Park Chan-wook. Fatta di dettagli rivelatori – una vena sulla fronte, un ramo spezzato, un paio di scarpe dorate, un vaso di porcellana bianca e azzurra, una fossa nel cortile di casa -, di sovrimpressioni ardite – l’immagine di un falò che si sovrappone a quella della casa di Man-su – e di un montaggio altamente controllato nel ritmo e nel tono, l’ultima opera del maestro sud-coreano si presenta come un lavoro tecnicamente raffinatissimo ed elegante.

La regia iper-contemporanea di Park Chan-wook, fatta di grande dinamismo e consapevolezza della macchina da presa, si attesta nuovamente come un punto di riferimento per l’esplorazione della forma cinematografica nello scenario attuale, soprattutto nella grande capacità di integrare le dinamiche di voyeurismo in un mutato contesto di fruizione audiovisiva – di cui il film stesso, peraltro, è ultraconsapevole, vista la grande presenza di schermi, televisori, tablet e smartphone. La grande capacità di No Other Choice, assieme agli ultimi lavori di Park Chan-wook, risiede proprio nel riaggiornare le logiche estetiche classiche e hitchcockiane in un mondo in cui vedere un’immagine oramai è diventata un’azione sempre più presente nelle nostre vite.

Un lavoro, questo, che però si presenta come una naturale prosecuzione dell’evoluzione artistica dell’autore; Park Chan-wook sembra piuttosto privo dell’inventiva estetica radicale che ha caratterizzato i suoi lavori più recenti.

No other choice, un frame del film di Park Chan-wook che raffigura la famiglia del protagonista del film abbracciata in un giardino.

Opera dallo spiccato senso dell’umorismo nero, No Other Choice è una satira amara e spietata del post-capitalismo e della vita lavorativa in questo nuovo contesto, in cui tutti sono disposti ad azioni oscure e impensabili per mantenere saldo il proprio status quo. Nonostante la maestria tecnica e l’abilità di storytelling evidenti, l’ultima opera di Park Chan-wook tuttavia soffre di mancanza di incisività nella costruzione delle immagini rispetto a lavori recenti come Decision to Leave e Mademoiselle. Per questo, No Other Choice non risalta tra i titoli maggiori di un autore che rimane fondamentale per il cinema contemporaneo.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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