Nel ricco programma dei festival le piccole produzioni indipendenti, soprattutto di registi esordienti, passano spesso in secondo piano, eclissate dai titoli più attesi del concorso principale. Quest’anno alla 82a Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Biennale College Cinema, dedicata ad opere sviluppate e finanziate dalla stessa Biennale, è passato anche Becoming Human (Chiet Chea Manusa), interessantissimo esordio nella finzione del regista cambogiano Polen Ly, già precedentemente premiato documentarista (l’ultimo suo Until the Orchid Blooms, sulla vita indigena in Cambogia, ha partecipato tra gli altri all’IDFA di Amsterdam 2024, il più grande festival di documentari al mondo).
Becoming Human è la storia di due anime sole, Thida e Hai, uno spirito custode e un essere umano, che si incontrano in un cinema fatiscente prossimo alla demolizione, mentre ovunque imperversa una gentrificazione di massa che non risparmia più nemmeno i fantasmi.
Noi di NPC abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Polen.
Affrontare il trauma secondo Polen Ly

NPC: Tu arrivi dal mondo del documentario, spesso di ricerca etnografica e di indagine su problematiche sociali. Come hai trovato invece la storia di Becoming Human?
PL: Sono d’accordo che nei miei lavori ci siano diversi temi che toccano questioni sociali, ma preferisco che restino nel contesto del film senza diventarne per forza il fulcro centrale. Ora ho 36 anni, sono nato e cresciuto in un Paese che ha conosciuto la guerra, così come è accaduto ai miei genitori e alla mia famiglia, che sono dei sopravvissuti. Ho assistito a una società perseguitata dal proprio passato, dal genocidio fino a oggi. La nostra gente è perlopiù molto silenziosa, tendiamo a non esprimere così facilmente i nostri sentimenti gli uni con gli altri.
È per questo che io, come giovane della nuova generazione, continuo a chiedermi: chi sono adesso? Chi sto diventando? Credo che qualunque cosa sia successa ai miei genitori, in qualche modo si trasmetta anche a me inconsciamente, perché continuo ad assistere allo stesso tipo di silenzio. A volte vorrei solo sapere di più, poter conoscere i sentimenti della generazione più anziana. Becoming Human nasce dall’interesse di mostrare due generazioni insieme, in dialogo.
NPC: Cosa rappresentano per te nello specifico queste due generazioni?
PL: Thida rappresenta il fantasma del passato, mentre Hai è un essere umano di una nuova generazione della Cambogia. Lo spazio del cinema abbandonato in cui si incontrano è come una comfort zone, un luogo pieno di fantasia, di sogni e di memoria in cui Thida può restare senza interrogarsi sulla nuova realtà che la circonda. Quando Hai entra, sembra quasi che stia cercando di accedere ai pensieri e alle emozioni di quello spazio. Hai rappresenta la realtà moderna, che è poi quella a cui ho assistito io come regista di documentari affrontando molti problemi sociali del mio Paese e che non sono in molti a conoscere. Hai è ispirato anche alla mia vita e carriera reale.
NPC: È ancora difficile arrivare a questo dialogo?
PL: Quando parli di questioni moderne, la generazione più anziana spesso preferisce non saperne molto. Si pensa che quello che stiamo vivendo noi giovani non sia così importante, soprattutto in confronto alla guerra del passato. In realtà molti giovani stanno affrontando un nuovo tipo di trauma. Nella mia esperienza, ho ricevuto minacce dalle autorità quando ho realizzato documentari che toccavano lo sviluppo sociale e molti giovani oggi sono stati arrestati. Questo trauma moderno spesso è nascosto, non viene affrontato, ma vedo, non solo in me, anche negli altri giovani, che si è formata una certa consapevolezza.
NPC: Prima o poi si riesce ad accettare questo trauma, vecchia o nuova generazione che sia?
PL: In Cambogia molte organizzazioni parlano di “giornate della memoria”. È una cosa positiva, ma mi chiedo: come ricordare? La parola stessa può risultare violenta. Non chiederei mai a un bambino traumatizzato di ricordare. Nel mio film, Thida sputa l’acqua come atto di ricordo, ma per me non è ricordare, è accettare. Accettare il passato significa elaborare il dolore e andare avanti. Anche le parole hanno un impatto: per questo il film è una forma di accettazione.
NPC: Cosa possono fare i giovani in questo senso?
PL: Non voglio dare la colpa a nessuna generazione. Penso che anche noi giovani dobbiamo imparare ad ascoltare il passato, perché ci sono molte cose da sapere. Alcuni giovani non vogliono nemmeno credere che sia esistito un genocidio, oppure non sono disposti ad ascoltare i sentimenti altrui. Ma le persone che hanno vissuto esperienze traumatiche hanno bisogno che qualcuno le ascolti. Con il mio film voglio far incontrare queste due generazioni, per iniziare a parlarne e a confrontarsi.
NPC: È in questa maniera, per riprendere il titolo del film, che si “diventa umani”?
PL: Diventare umani per me significa imparare da entrambe le generazioni, dal passato e dal presente, e andare avanti. L’aspetto fondamentale è proprio l’ascolto, la chiave che può aprire il nostro cuore e la nostra mente, con empatia e compassione. Il trauma ci collega. Ognuno nasconde molte cose dentro di sé. Quando si inizia a condividere quei sentimenti, diventa un modo per essere una comunità. Per questo nel film non ci sono mai conflitti tra i due personaggi, perché continuano ad ascoltarsi, a cercare di capirsi, a donarsi a vicenda. Credo che l’ascolto non sia importante solo per la Cambogia, ma anche per la vita umana nel resto del mondo.
La produzione di Becoming Human
Credits J. Salvi, La Biennale – Foto ASAC
NPC: In Becoming Human Thida e Hai hanno un aspetto puro, quasi innocente, ma dentro quel corpo giovane e levigato covano un dolore più grande. Come hai lavorato su questo aspetto con i tuoi attori? Come li hai scelti?
PL: Per me il punto chiave quando scelgo un attore è la connessione personale, non cerco solo una buona performance o una persona ubbidiente e formale, preferisco una relazione umana. Forse si ricollega al mio lavoro nei documentari: lì bisogna costruire fiducia, prendersi il tempo per farlo. Così anche nella finzione seguo molto l’istinto.
Ad esempio, quando ho scelto Savorn [Serak] per interpretare Thida ho sentito subito affinità con lei. Al primo provino mi sembrava troppo giovane per il ruolo, ma mi ha raccontato tanto del suo passato, della sua infanzia complicata. Abbiamo continuato a incontrarci, più per parlare che per recitare, e si è aperta sempre di più. Quei provini sono stati quasi una forma di terapia. Ricordo che a volte tornavo in stanza e piangevo, ascoltando la sua storia. C’erano molte analogie con il personaggio di Thida. Così ho riscritto parti della sceneggiatura adattandole a lei. Sul set la sua fragilità emergeva spontaneamente: la vedevo nei suoi occhi, nei gesti, nelle espressioni. Era qualcosa di autentico.
NPC: E per Hai?
PL: Anche con Piseth [Chhun] ho cercato la stessa connessione, non mi interessava che avesse vinto premi o che avesse un curriculum prestigioso. Volevo sapere se sapeva ascoltare, se aveva cura degli altri, se era capace di amare. Ricordo bene il primo giorno di set: dopo il primo ciak, quando dissi “cut”, ci guardammo tutti assieme e sorridemmo. In quel momento capimmo che avevamo attraversato un lungo percorso condiviso. Non era più solo una questione di regista e attori, ma una vera connessione, di fratellanza e di sorellanza.
NPC: Sei rimasto in contatto con loro?
PL: Sì, alla fine delle riprese avevamo costruito un’amicizia, quasi un legame familiare, che ancora oggi continua. Voglio assolutamente lavorare di nuovo con loro.
NPC: In Becoming Human è presente un’atmosfera sospesa tra realtà e magia, che viene vissuta dallo spettatore come una vera e propria esperienza immersiva. Come sei riuscito ad ottenere questo risultato?
PL: Sia in fase di scrittura che poi sul set non ho mai cercato consapevolmente di creare un’atmosfera. Scrivendo mi chiedevo solo: cosa vedo? Cosa sento? Poi durante i sopralluoghi iniziavo a immaginare altre cose, ne parlavo con il mio direttore della fotografia Son Doan e ci lasciavamo guidare dal luogo, da quello che sentivamo “giusto”. Molti direttori della fotografia pensano quasi esclusivamente all’immagine, all’inquadratura e alle luci. Son invece ha questa capacità unica di osservare e connettersi innanzittutto con i personaggi, con ciò che hanno dentro, una sorta di “sentimento dentro l’immagine“.
Comunque fin dall’inizio avevo chiaro che le immagini avrebbero dovuto essere fortemente legate allo spazio. Se potessi scegliere un’immagine simbolo, sarebbe quella di un ambiente molto ampio, con i personaggi dentro come piccoli atomi.
NPC: Per il suono invece?
PL: Anche il sound designer di Becoming Human, Vincent Villa – che è uno dei migliori in Cambogia – ha questa capacità unica di ascoltare i personaggi. Il suo lavoro diventa un vero e proprio linguaggio parallelo, una sorta di meta-linguaggio. Abbiamo giocato molto con il silenzio, con gli echi lontani, i rumori di insetti e di uccelli. Volevo creare uno spazio che fosse quasi magico, un cosmo personale per Thida, un mondo ecologico, come una foresta tutta sua.
Per Thida esiste infatti anche un suono della memoria: il verso delle cicale, che le ricorda l’albero su cui saliva da bambina. Così, ad esempio, dopo la scena del ponte, quando Thida decide di non andare più a cercare la sua casa e torna indietro, abbiamo inserito un lungo piano in moto: non c’è nessun rumore della realtà, solo il canto delle cicale che la seguivano.
NPC: Il film è stato sviluppato e prodotto nell’ambito di Biennale College Cinema, un laboratorio internazionale organizzato dalla Biennale di Venezia che promuove e forma cineasti emergenti. Come ti sei trovato? Quali sono state le sfide più grandi?
PL: Con Biennale College è stata un’esperienza meravigliosa. Certo, è stato difficile, ma le difficoltà ci sono in qualsiasi film, anche in uno con 5 milioni di budget. Avevamo tempi molto stretti: circa 9-10 mesi per arrivare pronti a Venezia. Ma io ho preso questa pressione come una sfida positiva. Mi ha insegnato a gestire lo stress, a conoscere me stesso, a trovare soluzioni rapidamente. È stata una base importante per i film futuri.
Per questo devo ringraziare il mio produttore, Daniel Mattes. È stato gentile, mi ha ascoltato tanto. Ha saputo creare una squadra bellissima attorno a me, perché sapeva che era il mio primo lungometraggio, la mia prima volta con una troupe grande. Ha scelto persone gentili, collaborative, e così durante le riprese – che sono durate 20 giorni – mi sentivo rilassato. Andavo sul set ogni mattina con gioia, ero felice di esserci.
NPC: Cosa pensi distingua questo approccio produttivo da quelli canonici?
PL: Con Biennale College ho avuto la possibilità di fare il mio primo film con un budget di 200.000 euro, senza dover passare per i lunghi processi dei bandi, dei fondi, delle attese infinite. A volte ci vogliono 5, 6, 10 anni per trovare i soldi, e nel frattempo ti esaurisci, perdi fiducia. Io invece ho avuto subito questa occasione, senza dover aspettare, e alla fine ho ricevuto un “pacchetto” completo, quasi come un bellissimo regalo, è stato un privilegio.
Trovo anche affascinante che il programma abbia un approccio unico: fin dall’inizio regista e produttore lavorano insieme, per 10 giorni, già nella fase di scrittura. Questo è fondamentale: il produttore deve capire il regista fin dall’inizio, così sa come sostenerlo durante le riprese. Daniel mi ha capito molto bene: in pre-produzione e sul set sapeva già cosa volessi.
La spiritualità per Polen Ly tra luoghi, memoria e fantasmi

NPC: Il regista brasiliano Kleber Mendonça Filho nel documentario Retratos Fantasmas raccontava della sua città, Recife, e di sale cinematografiche chiuse “con una chiave di lacrime” ma ancora assediate da fantasmi senza alcun valore spettrale. Anche in Becoming Human c’è una sala abbandonata che sembra avere una funzione simile. Come l’avete trovata? Esiste per davvero?
PL: Tutte le location del film sono reali, è una scelta che viene dal mio background documentaristico. Il cinema che si vede era molto famoso in Cambogia: compariva anche in alcuni film di 10 o 15 anni fa. Io ci passavo spesso davanti, ma non ero mai entrato. Quando ho scritto Becoming Human ho pensato: “Deve essere lì”. Così sono andato a Battambang, ho fatto delle foto, e mi sono detto che quel posto aveva ancora un’anima.
Nel film forse non si percepisce fino in fondo, ma se entri lì dentro lo senti. È abbandonato, eppure ancora vivo: i vicini ci hanno raccontato che a volte sentono le voci e le risate del pubblico, come se la sala fosse ancora abitata da spettatori felici. Non lo dicevano come fosse un luogo infestato, ma come un posto che conserva la vita di chi ci è passato. Anche l’architettura mi colpiva: ha uno stile vintage bellissimo, molto diverso dai cinema moderni, che oggi sono scintillanti e patinati, ma senz’anima. Non serviva stravolgere nulla: ho chiesto al mio team di fare solo piccoli accorgimenti: pulire, togliere un po’ di spazzatura. Tutto il resto era già lì, pronto da filmare.
NPC: Dietro si nasconde sempre l’ombra della gentrificazione e dell’urbanizzazione incontrollata…
PL: In Cambogia stiamo affrontando uno sviluppo rapidissimo che ha cambiato moltissimo il paesaggio, non solo nelle città ma anche nelle campagne e nella natura. E io penso che sia una catastrofe per la terra, perché, spiritualmente parlando, quei paesaggi, quei luoghi, hanno una memoria. Uno spazio non può essere dimenticato così. Capisco che servano spazi per lo sviluppo, per costruire infrastrutture, per migliorare la vita della gente. Ma allo stesso tempo dobbiamo preservare ciò che è importante per la nostra memoria. E dal punto di vista ambientale la situazione è gravissima: deforestazione, laghi naturali distrutti, villaggi evacuati.
NPC: E non è neanche un problema circoscritto alla Cambogia.
PL: È vero, accade ovunque. Lo posso capire: l’essere umano vuole progredire, migliorare. Ma che cosa significa davvero “migliorare”? Vuol dire cambiare sempre, provare sempre qualcosa di nuovo? O a volte non sarebbe meglio imparare a fare buon uso di ciò che già abbiamo, invece di distruggere continuamente per rifare? Questo continuo cambiamento è molto preoccupante, non solo per la natura, ma anche per gli esseri umani. Soprattutto per i diritti umani, per la giustizia. Chi trae beneficio da questi cambiamenti? Se una società non ha giustizia, si crea violenza, non solo fisica ma anche mentale. E questo è allarmante.
NPC: Questa trasformazione non ha risparmiato nemmeno i fantasmi, che nei momenti finali della loro esistenza sono del tutto ignorati. Come ti sei rapportato a questo concetto?
PL: In Cambogia, da sempre, pratichiamo rituali, non solo come credenza ma come forma di rispetto verso la terra e lo spazio. Ricordo quando girai un documentario in un villaggio indigeno nel nord della Cambogia: la loro terra era stata sommersa da una diga idroelettrica. Gli abitanti tornarono al villaggio allagato per benedire gli spiriti, perché credevano che anche lo spirito degli alberi e della terra soffrisse per quella catastrofe.
Questo mi ha fatto riflettere: quando costruiamo una casa o prendiamo possesso di un terreno, facciamo un rituale per chiedere protezione agli spiriti. Ma quando una casa viene distrutta, non esiste un rituale per salutare o condividere il dolore con loro. Da qui nasce l’idea del film: una storia d’invenzione che cerca di rispondere a una domanda personale – dove vanno gli spiriti quando un luogo viene distrutto e nessuno si ricorda più che esistono? Forse anche loro soffrono, ma non lo sappiamo.
NPC: In questo senso c’è una scena molto divertente dove Thida fa la fila in un ufficio per reincarnarsi, in un vero e proprio processo burocratico, con impiegati, pratiche e protocolli. Allora i fantasmi non sono poi tanto diversi da noi?
PL: Non è qualcosa che venga dalla tradizione o dalla mia cultura: è una mia fantasia, anche un po’ ironica, per riflettere sul fatto che a volte sembriamo egoisti quando lasciamo un luogo senza neanche dire addio agli spiriti che l’hanno abitato, e così loro sono costretti alla stessa burocrazia. Volevo ironizzare su certe realtà del mio Paese.
Il cinema della libertà secondo Polen Ly

NPC: In una scena di Becoming Human Thida e Hai sono seduti all’interno del cinema abbandonato e guardano scene di vecchi film sul telefono. Il cinema resiste ma attraverso nuovi mezzi. Com’è cambiata la nostra percezione?
PL: Mi viene in mente un articolo di qualche mese fa, una citazione di Martin Scorsese. Diceva che oggi la maggior parte delle persone guarda il telefono mentre è al cinema1. Mi preoccupa un po’ questa nuova era tecnologica. Anche ai festival ho visto spettatori tirare fuori il telefono e guardare altro. E allora ti chiedi: il regista ha fatto un film noioso? A volte non si dà al cinema una possibilità, non si dà a una scena il tempo di farsi osservare. È come se il nostro cervello avesse sviluppato l’abitudine di dover toccare lo schermo del telefono per controllare ogni cosa. È complicato.
NPC: In tutta questa velocità c’è ancora spazio per il cosiddetto slow cinema, un cinema contemplativo che si prenda il suo tempo?
PL: Per me non è necessario definire cosa sia il “cinema lento” o “veloce”, non voglio chiudere il cinema in una scatola e me in un’etichetta. Per me tutto ruota attorno al raccontare storie e al modo in cui osservi la vita delle persone. In Cambogia vedo spesso giovani registi che pensano di dover girare film lenti per essere considerati autoriali, ma non è così. Anche un film veloce può essere cinema d’autore. E, per essere sincero, a volte mi capita di vedere film commerciali “veloci” ma che a me sembrano lentissimi, perché spesso non mi danno abbastanza valore per seguire davvero la storia e i personaggi.
NPC: È così che il cinema diventa anche uno strumento per aiutare a rielaborare il trauma?
PL: Il cinema è molto potente, perché in maniera diretta incarna insieme suoni e immagini in movimento, permettendo alle persone di avere più tempo per accedere alle emozioni degli altri. È quasi come una seduta di terapia: sei lì, in una sala o a casa da solo, in silenzio, sei presente e ti metti in ascolto di qualcuno sullo schermo. Non devi parlare: ti basta sederti, ascoltare e osservare. È questa la forza del cinema.
NPC: Il cinema è ancora in grado di cambiare la realtà?
PL: Sono convinto di sì, ma non solo nel mio Paese. Come dicevo prima, il cinema ha il potere di condividere storie, è un ponte che ci porta dentro mondi che non avevamo mai interrogato o immaginato. I registi indipendenti, però, vengono spesso criticati. Dal governo, soprattutto. Quando un regista fa un film che contiene una critica sociale, viene percepito come un attacco, come se volesse combattere contro le istituzioni. Ma io, onestamente, dal profondo del cuore, amo il mio Paese. È proprio per questo che faccio questi film: perché amo i paesaggi, amo la gente. Se non li amassi, non rischierei di girare film su questi temi. Criticare per me significa cercare soluzioni.
Vorrei che registi, artisti e governo si sedessero insieme, non per vedersi come nemici, ma per discutere. Un artista non è un aggressore, è qualcuno che porta qualcosa per aprire una discussione. Io non voglio dare un’immagine negativa del mio Paese, voglio solo parlarne, discutere. Siamo esseri umani, non siamo mai perfetti. E parlarne è sempre meglio.
NPC: Trovo molto affascinante come la questione generazionale di cui parlavi prima si possa applicare anche al cinema cambogiano stesso. Penso a Rithy Panh che ha vissuto il genocidio in prima persona e ne ha fatto un tema essenziale per il suo cinema. Poi c’è la generazione successiva: quella a cui appartieni tu, Davy Chou (regista tra gli altri di Diamond Island e Ritorno a Seoul e che in Becoming Human è produttore associato) o Kavich Neang (a Venezia 78 con White Building e qui anche montatore). Pensi che il cinema possa offrire anche una nuova forma di solidarietà produttiva?
PL: Rithy Panh rappresenta una generazione di registi che scava nelle ferite del passato. Gli sono grato, perché ha mostrato storie che la maggior parte dei giovani non aveva mai sentito. Ma io, Kavich, Davy e il nostro team di Anti-Archive (ndr: la casa di produzione dietro Becoming Human) rappresentiamo di più il mondo contemporaneo. A me interessa fare film sulla storia della Cambogia ma dalla prospettiva dei giovani: come ci sentiamo riguardo al passato, come lo percepiamo. Vorrei che il cinema cambogiano avesse in questo senso un’industria indipendente più forte, che in questo momento invece è ancora piccola. Molti registi vogliono guadagnarsi da vivere, e non posso biasimarli: è difficile sopravvivere da indipendenti.
NPC: Prima della dittatura e del genocidio, negli anni ’60 il cinema cambogiano ha vissuto un grande boom produttivo, tanto da essere stato definito “età dell’oro“. Pensi che sia ancora possibile una nuova “età dell’oro”?
PL: La gente chiama il passato “età dell’oro”, ma a me non piace quel termine. Sì, fu un boom per il cinema, ma la società aveva anche molti problemi di cui non si parlava: i diritti delle donne, la violenza domestica, le disuguaglianze sociali. Quando idealizziamo il passato diventa poi un’illusione che fosse tutto perfetto. È vero che quei maestri del cinema hanno creato opere uniche con la tecnologia limitata che avevano a disposizione, lo apprezzo, ma oggi in Cambogia e nel Sud-est asiatico non desidero un’altra “età dell’oro”.
Voglio invece costruire uno spazio sicuro per i registi, con la libertà di esprimere ciò che osservano nella società. Abbiamo la tecnologia, abbiamo i fondi, ma non abbastanza libertà di parlare di certe questioni “scomode”. Ed è pericoloso, perché il cinema non può esistere senza libertà. Quindi forse non dovremmo puntare a un’età dell’oro, ma a un’età della libertà. Molti film del passato erano ispirati alle fiabe con valore morale. Ma oggi preferisco che i giovani parlino della realtà della società, anche se in forme fantastiche o horror, purché affrontino il presente e quello che accade nella mente delle persone.
NPC: Tu invece come hai scelto il cinema?
PL: Forse è stato il cinema a scegliere me. Sono nato in campagna. Mio padre, farmacista, voleva che diventassi medico. Ho iniziato a studiare a Phnom Penh dove molte lezioni erano in francese. Per imparare la lingua frequentavo l’Istituto Francese in cui c’era anche una mediateca di DVD. Così ho scoperto film europei, documentari, storie semplici che non avevo mai visto, perché in TV davano sempre le stesse soap opera.
Nei cinema della capitale invece proiettavano principalmente horror, ma non mi piacevano. Così andavo nei negozi di DVD pirata, erano molto famosi all’epoca (intorno al 2010): per 50 centesimi noleggiavi un film. Così scoprii The New World di Terrence Malick. Dal poster pensavo fosse un film romantico, invece era qualcosa che non avevo mai visto prima, fu una rivelazione. Fin da quando sono bambino ho sempre amato molto la natura, e questo si riflette anche nei miei film: la poesia del paesaggio, il legame tra i personaggi e l’ambiente. Iniziai a filmare con una videocamera tascabile e poi montando al computer. Ho imparato così: guardando film e provando a farli.
NPC: Quali sono i DVD o comunque i film che ti sono rimasti più impressi di quel periodo?
PL: Scherzo spesso dicendo che quei negozi di DVD pirata erano come il “ripostiglio” della Criterion Collection. Dopo aver scoperto The New World, mi immersi in tutto Malick: La rabbia giovane, I giorni del cielo, The Tree of Life. Andavo dal proprietario del negozio e gli chiedevo se poteva procurarmi altri film oppure cercavo i titoli su internet e glieli segnalavo. Così ho anche scoperto Gianfranco Rosi, il primo che vidi fu Fuocoammare, poi Sacro GRA e Below Sea Level. Mi colpirono molto perché non avevo mai visto documentari con quella forma: non erano interviste convenzionali, mi riconosco nel suo modo semplice e diretto di connettersi con i personaggi e con i luoghi.
NPC: Nuovi progetti all’orizzonte?
PL: Ho in testa milioni di idee. Ho una cartella sul computer che ho chiamato “script ideas”, dove metto tutto quello che mi viene in mente. Con il primo lungometraggio mi sono reso conto che ora ho fiducia in me stesso, e questo mi dà voglia di sperimentare di più. Nello specifico ho già due progetti in mente. Il primo è una sorta di docu-fiction che voglio sviluppare insieme a due artisti performativi cambogiani. Voglio mettermi alla prova perché sento che il cinema può ancora aprire linguaggi nuovi, più astratti e sperimentali.
Il secondo invece è il mio prossimo lungometraggio di finzione. Anche questo lo immagino in una forma vicina al surrealismo e al realismo magico, come Becoming Human. Questa volta però voglio concentrarmi di più sul rapporto tra l’essere umano e la fiducia, in un mondo invaso da bugie. Viviamo in un’epoca in cui tecnologia e intelligenza artificiale influenzano profondamente il nostro modo di percepire la verità. Oggi l’AI, tra i tanti aspetti positivi, porta con sé anche menzogne e inganni. Ho già scritto un trattamento.
Siamo molto curiosi di seguire Polen Ly nella sua carriera, intanto Becoming Human, dopo la première a Venezia 82 è già stato selezionato al Festival di Busan e al BFI che si terrà a Londra ad ottobre 2025.
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- Per approfondire le dichiarazioni di Martin Scorsese a cui fa riferimento Polen: https://www.theguardian.com/film/2025/jun/06/martin-scorsese-no-longer-watches-films-in-cinemas-due-to-audience-bad-behaviour ↩︎
