Polen Ly esordisce nel cinema di finzione con Becoming Human (Chiet Chea Manusa), un folgorante film metafisico su tutti i fantasmi rimasti senza case da infestare. Presentato e prodotto da Biennale College nell'ambito della 82 Mostra del Cinema di Venezia

Venezia 82 – Becoming Human, la crisi dell’essere fantasmi

/
11 minuti di lettura

I cinema stanno scomparendo, e con essi gli spiriti che ne sorvegliano la sacralità, costretti a reincarnarsi in nuove vite, nuove famiglie milionarie, nuovi immaginari artefatti e inconcilianti. Becoming Human (Chiet Chea Manusa) è l’interessante esordio nella finzione del regista cambogiano Polen Ly su un’aggressiva gentrificazione di massa che non risparmia nemmeno le anime impalpabili dei fantasmi più antichi e leggendari.

Becoming Human è stato sviluppato e prodotto nell’ambito di Biennale College Cinema e presentato nell’omonima sezione alla 82a Mostra del Cinema di Venezia.

Becoming Human, un incontro alla fine del tempo

Thida (Savorn Serak) e Hai (Piseth Chhun) sono i protagonisti di Becoming Human, l'esordio di Polen Ly. Si incontrano in un vecchio cinema abbandonato prossimo alla demolizione. Lei è uno spirito custode, lui un giovane giornalista. Insieme indagano cosa significa essere umani, in un mondo privo di spiritualità.

Thida (Savorn Serak) è una guardiana fantasma, dai tratti candidi e levigati di giovane ragazza. Presenzia un cinema fatiscente ormai prossimo alla demolizione, ma un nuovo progetto edilizio milionario la costringe ad andare via, senza immagini o immaginari attraverso cui legarsi ossessivamente ad un qualche luogo intimo e personale. La salvezza di Thida è Hai (Piseth Chhun), un giovane giornalista mortale e corporeo che tra quei detriti polverosi un giorno riaccende con l’incenso un vecchio altarino, ripristina la tradizione dimenticata, ripopola per un momento quel cinema della sua antica sacralità.

Così in Becoming Human due anime sole si incontrano, il fantasma diventa visibile all’umano, non per una maledizione o una magia oscura dalle tinte sovrannaturali, ma per il semplice riaffiorare del rispetto nei confronti di una spiritualità radicata ma in quel tempo presente invece ignorata.

La realtà affrescata da Polen Ly è infatti quella di una Cambogia iperreale – come la chiamerebbe Baudrillard – in cui l’uomo è più infestante delle sue creature immaginarie, rampicante in ogni angolo (non più vuoto) di cielo in cui abbattere montagne, fabbricare lussuosi edifici torreggianti per i ricchi, mai per i più poveri. È lì che la metropoli in costruzione – tra cantieri, escavatori, colate di cemento – regala ancora la mera illusione di uscire dal proprio torpore esistenziale, attraverso il raggiungimento impossibile – lassù tra i grattacieli – di uno status sociale opulento e ancora idealmente appagante.

Becoming Human, tra uomini e fantasmi: una metamorfosi

Thida (Savorn Serak) e Hai (Piseth Chhun) in una scena di Becoming Human, l'esordio di Polen Ly. I due attori cambogiani intepretano uno spirito custode di un vecchio cinema in rovina e un giovane giornalista orfano. Insieme indagano cosa significa essere umani, in un mondo privo di spiritualità.

«Essere un fantasma non è così male, nessuno può farmi del male» dice Thida. Ma intanto dall’indifferente burocrazia le viene ricordato che, dopo quel cinema, sarà costretta a reincarnarsi in una famiglia di milionari, in un’esistenza immolata alla prospettiva venale, e con la totale negazione, invece, di ogni altra dimensione spirituale. Perché nell’incessante verticalizzazione incontrollata la crisi sociale e urbanistica ricade anche sui fantasmi stessi, costretti ormai fuori moda a domandarsi quotidianamente in quale universo – umano, disumano, inumano – abbia ancora senso sedimentarsi.

In Becoming Human il regista Polen Ly, già premiato documentarista, riprende quel cinema metafisico e onirico che vede nel trascendente la via di accesso al reale (inquadrature rallentate, il tempo che sfuma nell’inafferrabile trance, il contatto stretto tra mondi dalle percezioni ipnotiche e opposte). Da Apichatpong Weerasethakul a Carlos Reygadas. I fantasmi abitano la nostra contemporaneità, sono parte integrante non solo di una cultura, ma di luogo fisico ed esistente a cui sono di diritto assegnati.

Ma in Becoming Human quei fantasmi sono sfrattati esattamente come tutti gli altri, escono dal perimetro delle nostre vite perché in una società dell’oggetto senza più contemplazione non c’è più posto per tutto ciò che è al di fuori della materia concreta e prefabbricata. E così anche la natura eterna e illimitata di Thida risuona come condanna, non poter porre una fine a quella desolazione, testimonianza in ogni reincarnazione forzata della definitiva apocalisse umana.

Savorn Serak in una scena del film Becoming Human, folgorante esordio metafisico di Polen Ly interpreta su uno spirito fantasma che sorveglia un vecchio cinema in rovina. Il film è stato prodotto e presentato nella sezione Biennale College Cinema della 82 Mostra del Cinema di Venezia

Esattamente con questa dinamica, nel Pinocchio nerissimo di Guillermo del Toro l’archetipo del burattino che sogna di diventare bambino viene tradito. Nato non dall’amore di Geppetto, ma da un lutto irrisolto sfociato nell’alcolismo più doloroso, Pinocchio, con i chiodi storti e sporgenti, rivendica fieramente la sua non-umanità. Rifiutando in infinite reincarnazioni quel corpo in carne e ossa a cui il mito l’ha da sempre costretto, Pinocchio sceglie altro rispetto alla brutalità di un mondo (il fascismo in quel caso) che sente meno umano degli umani.

Così in Becoming Human Polen Ly si oppone alla classica accezione (desiderabile e invidiata) che vorrebbe l’uomo sopra tutti e tutto. Perché è un homo homini lupus che costruisce contro tutti e tutto, che sacrifica nel capitalismo sfrenato la sua natura profondamente relazionale e così di fatto anche interrompendo quel fisiologico passaggio che dall’io vorrebbe sempre diventare un noi.

Eccezione di questo mondo alla deriva, Thida e Hai si scoprono insieme, nella loro natura antitetica, in un rapporto condiviso a doppio senso, di incontro e scambio, che in mezzo alle rovine della memoria (cinema dismessi, case rase al suolo, templi sacri diroccati) fa dissolvere quel millenario sogno proibito dell’immortalità (oggi più che mai scientificamente possibile1) che da sempre ossessiona invece la storia narcisistica dell’umano.

Becoming Human, costruire ovvero distruggere

Polen Ly esordisce nel cinema di finzione con Becoming Human (Chiet Chea Manusa), un folgorante film metafisico su tutti i fantasmi rimasti senza case da infestare, a causa di una massiva gentrificazione di massa. II film è stato presentato e prodotto da Biennale College nell'ambito della 82 Mostra del Cinema di Venezia

Già A Ghost Story di David Lowery, capolavoro di cinema minimalista americano, raccontava ontologicamente cosa significhi essere un fantasma: l’entità minima con lenzuolo in testa, che non fa paura, infesta soltanto per amore disperato, per un corpo cancellato, per un edificio evaporato. Lì la casa di un uomo morto si trasformava nei secoli in mille costruzioni diverse (una fattoria, un appartamento per feste e sbronze, un ultimo definitivo grattacielo ipertecnologico). Ma lì il fantasma rimaneva, non si scollava da quelle quattro mura, anche quando queste erano (de)cadenti, distrutte, perché permaneva un’essenza primordiale, una memoria spaziale dentro cui farsi scorrere ancora il tempo addosso.

Ciò che fa la differenza in Becoming Human è proprio la perdita per i luoghi delle loro intrinseche fondamenta immaginifiche, l’assenza di uno spazio o di un tempo a cui legarsi morbosamente, persino come fantasmi. Perché in Cambogia da un giorno all’altro si è privati senza apparente motivo della propria casa, per lasciare spazio a sontuose ville con piscina, a pantagruelici centri commerciali multifunzione, lasciando di conseguenza i vecchi abitanti alla condizione di vagabondi esistenziali, senza più niente da guardare, senza nulla a cui rimanere legati come amanti viscerali.

È una crisi che, fin dalla premessa narrativa del film, riguarda anche i templi sacri e rituali del cinema (che il giovane Hai fotografa prima della definitiva demolizione): il telo illuminato da lontano che dovrebbe prendere vita in una sala buia davanti al suo pubblico, e ora invece in Becoming Human scompare mestamente strappato e accartocciato dietro l’ennesimo progetto edilizio, perché, come in Holy Motors di Leos Carax – epocale poema visivo su cosa possano dirci ancora il cinema e le sue immagini – «non c’è più nessuno a guardare».

Becoming Human, una questione storica

Savorn Serak in Becoming Human di Polen Ly interpreta lo spirito fantasma che sorveglia un vecchio cinema in rovina. La crisi sociale della Cambogia riguarda infatti anche le anime spirituali in via di reincarnazione

Ma andando più alla radice di Becoming Human ciò che realmente determina la catastrofe spaziale a cui assistono passivamente Thida e Hai è innanzitutto la mancata risoluzione del trauma della guerra, quell’atroce genocidio di massa per mano di Pol Pot che in un istante ha cancellato via intere esistenze, tra cui, non a caso, anche quella di Thida, più di 50 anni prima. Rithy Panh lo raccontava magistralmente con soli pupazzi di plastilina nel suo meraviglioso L’immagine mancante – “non è un’immagine, o l’insieme di una sola immagine, ma l’immagine di un insieme”.

Anche in Becoming Human presente e passato infatti coincidono invece di susseguirsi, in un unico tempo inafferrabile privo di qualsiasi memoria collettiva perché nessun tempo si è incastrato a costruire un senso, una cronologia materiale, un inconscio morale, di Stato. “Sapere troppo è un peso” ripete sommesso Hai.

I crimini contro l’umanità sono sempre una questione generazionale, perché hanno sempre in qualche modo a che fare con la paura e il trauma di altri, con un tempo che si perpetua al di fuori di se stessi, come se ogni persona nascesse in un luogo ereditando, senza alcuna scelta (come un fantasma appunto), tutto l’orrore che è esistito prima. Becoming Human invita in questo senso a guardare e guardarsi ancora, rintracciare la propria storia con il sacro tra le mani, comprendersi nella limitatezza della vita come fatti di una memoria di fantasmi più grande, non importa se indecifrabile. È in quel mistero dell’incontro che si annida ancora un futuro di speranza.


Seguici su InstagramFacebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club

  1. Si vedano a tal proposito gli studi più recenti del premio Nobel per la chimica Venki Ramakrishnan, il cui il saggio Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità (Adelphi, 2025) ne rappresenta la più recente trattazione ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.