Ottobre: le giornate si accorciano, il sole cala e spuntano le zucche. Si sa, è il mese dell’orrore per antonomasia: in occasione, anche, dell’uscita del Dracula di Luc Besson e del Frankenstein di Guillermo Del Toro, vi accompagniamo verso Halloween riscoprendo i capostipiti del genere, i mostri classici della Universal.
1941: dopo un decennio di produzioni il filone è ben affermato e nei cinema arriva L’Uomo Lupo, tra le ultime creazioni originali del primo grande ciclo, antecedente all’ondata di sequel che sarebbe arrivata di lì a poco. George Waggner modella il folklore in una nuova storia non adattata da romanzi: riscopriamo insieme uno dei più suggestivi lavori dedicati a quella che è tra le più famose leggende europee.
L’Uomo Lupo, il mostro tragico

L’Uomo Lupo ha un’impostazione apparentemente semplice: Larry Talbot (Lon Chaney Jr.), uomo moderno e razionale, torna dagli Stati Uniti al castello di famiglia in Galles per riconciliarsi col padre (Claude Rains). Qui, però, le sue convinzioni scientifiche si scontreranno con le credenze locali sui lupi mannari e dovrà fronteggiarle lui stesso, quando una notte viene morso da un lupo che si scopre essere Bela (Bela Lugosi), uno zingaro trasformato: la vita di Larry viene stravolta, divenendo lui stesso la pericolosa bestia braccata dal villaggio.
Con L’Uomo Lupo la Universal continua la sua fortunata tradizione dei mostri umani. Al pari di Imhotep de La Mummia o della Creatura di Frankenstein, Larry Talbot è infatti condannato a diventare mostro: se il primo veniva maledetto per amore, e il secondo veniva semplicemente creato dal nulla e le sue azioni non erano che un riflesso della crudeltà subita, Larry entra in contatto con la maledizione del lupo per salvare una ragazza aggredita da Bela stesso. Larry Talbot non è un assassino per scelta, ma un uomo che si trova a perdere il controllo e non ha più raziocinio delle proprie azioni.
Ogni volta che si risveglia dopo la trasformazione è devastato dal senso di colpa.
La storia tragica di Larry diventa metafora dell’uomo civile che viene dominato dal proprio lato animalesco, sopraffatto dalla bestia dentro di sé, triste anticipazione di quell’America che a fine anno sarebbe entrata in guerra, ferita dal “morso” giapponese a Pearl Harbor. A ciò si aggiunge l’amore per Gwen (Evelyn Ankers), la prima ad istruirlo sui miti del licantropo, e per la quale diventa una minaccia.
L’Uomo Lupo, la prima fiaba dark al cinema

Curt Siodmak, lo sceneggiatore, era un intellettuale tedesco di origine ebraica fuggito dal nazismo nel 1937: nel lupo mannaro ha riversato il senso di fatalismo e di persecuzione che aveva vissuto personalmente, riflesso in Talbot che diventa preda e che viene cacciato dagli abitanti del villaggio, che vogliono porre fine alle morti violente che egli sta – involontariamente – disseminando. Siodmak inserisce anche un riferimento esplicito all’ebraismo con la stella a cinque punte delle vittime designate dal lupo, e compone la famosa poesia:
Anche l’uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l’aconito, e la luna piena splende la sera.
Versi che sono il simbolo della condizione simultanea ed inevitabile di vittima e carnefice di Talbot.

L’atmosfera de L’Uomo Lupo gioca un ruolo fondamentale. La figura dello zingaro, la luna piena, la nebbia e la foresta sono elementi archetipici che rendono L’Uomo Lupo una vera e propria fiaba nera. Il bosco, in particolare, è diventato un instant classic per le scene notturne, grazie all’impatto visivo incredibilmente suggestivo dovuto alla nebbia artificiale e lattiginosa, gli alberi cupi e opprimenti e la profondità scenografica teatrale, con piani multipli di buio e controluce.
John Landis, per dirne uno, si sarebbe in seguito ispirato proprio a L’Uomo Lupo (lui che diresse anche Un lupo mannaro americano a Londra) per il leggendario videoclip di Thriller di Michael Jackson nel 1982: l’estetica retro-horror del cimitero riprende in pieno la foresta de L’Uomo Lupo, e lo stesso Jackson si trasforma in lupo mannaro nel film-nel-film.
Lon Chaney Jr., il primo Lupo

Lon Chaney Jr condivideva con Larry Talbot il complicato rapporto con il padre, il grande attore del cinema muto Lon Chaney Sr: visse nell’ombra della sua fama fino alla svolta proprio con L’Uomo Lupo, ruolo che tornò ad interpretare in altri quattro film e a cui apportava una tristezza e un’amarezza ben più reali di quanto si potesse pensare – tanto da finire nel vortice dell’alcolismo una volta terminato il contratto con la Universal. Curiosamente, Chaney ha interpretato almeno una volta i quattro mostri principali della major: il lupo mannaro, Dracula, Frankenstein e la Mummia.
Una delle chiavi del successo pop del suo licantropo fu certamente il fenomenale trucco di Jack Pierce, che aveva già creato il volto della Mummia, di Dracula e di Frankenstein. Pierce utilizzò strati di pelo applicati a mano, lattice e cera per modellare il viso di Chaney, mentre le trasformazioni furono realizzate con dissolvenze multiple: Chaney restava immobile per ore mentre il trucco veniva aggiunto progressivamente, e ogni fase veniva fotografata. Iconica la prima trasformazione, in cui vengono inquadrati solamente i piedi dell’uomo che divengono progressivamente zampe da lupo.
The Wolf Man è stato fondamentale nel fissare le regole del mito moderno del licantropo, mischiando finzione e leggende popolari: la luna piena come innesco, il morso contagioso, il bastone o proiettile d’argento come unica arma letale, la trasformazione dolorosa e inesorabile. Si fa così ponte tra l’horror espressionista degli anni Trenta e quello più psicologico degli anni Cinquanta (citando più volte la schizofrenia e l’instabilità come vere condizioni di Talbot), creando da un lato una delle figure più riconoscibili dell’horror – rivista anche nei più recenti Wolfman (2010) e Wolf Man (2025), e che tornerà il prossimo anno con Werwulf di Eggers – e dall’altro suggellando la tradizione Universal del mostro tragico.
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