Per recensire Nel Tepore del Ballo bisogna partire da una constatazione per chi scrive ovvia: è fuor di dubbio che Pupi Avati sia un maestro del cinema italiano. Il suo lavoro, capace di fondere l’immaginario e il linguaggio del cinema orrorifico con il paesaggio dell’Italia settentrionale in un cocktail dal sapore originale e inedito per il panorama del cinema di metà anni ’70, ha influenzato in maniera degna di nota il cinema del nostro Paese – basti anche solo pensare a quanto il recente La Valle dei Sorrisi di Paolo Strippoli debba all’opera del regista bolognese.
A fronte dunque di una carriera così brillante e significativa (che è valsa al nostro, tra le altre cose, un David di Donatello alla carriera nel 2025), l’ultimo lavoro del maestro Pupi Avati mette chi scrive in una posizione decisamente scomoda. Questo non soltanto perchè il film, presentato al BIF&ST 2026, non raggiunge le vette di una carriera come quella di Pupi Avati, ma perchè è l’ennesima operazione cinematografica prodotta nel nostro Paese che, a vederla, sa di polvere, di stantio, di raggrinzito – in altri termini, è l’ennesimo film vecchio prodotto in Italia.
Nel Tepore del Ballo è stato distribuito nelle sale italiane da 01 Distribution a partire dal 30 aprile 2026.
Nel Tepore del Ballo, odissea nella melma mediatica italiana
Il protagonista di Nel Tepore del Ballo, Gianni Riccio (Massimo Ghini), è un conduttore televisivo di grande successo. Pur con un passato traumatico alle spalle – sua mamma muore in sala parto, suo papà (Raoul Bova) decede mentre cerca di arricchirsi per mantenere la sua famiglia -, Gianni è riuscito con non poca spregiudicatezza a emanciparsi dalla vita di provincia e ha raggiunto il successo personale e lavorativo. Uno scandalo giudiziario, però, lo travolge, e Gianni si ritrova così senza soldi, senza lavoro e senza affetti. L’unico contatto umano che riesce a ristabilire è quello con la sua prima ex-moglie Clara (Isabella Ferrari), abbandonata dallo stesso per inseguire la sua carriera nel mondo dei media.
Quando però una nota conduttrice TV, nota nel giro come la Morta (Giuliana de Sio), offrirà la possibilità a Gianni Riccio di ritornare in pista, l’ex-conduttore si troverà di fronte a un dilemma morale: dovrà scegliere (di nuovo) tra la vita privata sua e di Clara offerta in pasto ai media nazionali, e ritornare alla popolarità di un tempo all’interno di un sistema marcio.

Al centro di Nel Tepore del Ballo vi è dunque il contrasto tra la vita degli affetti e la vita dei media: il protagonista Gianni Riccio, esposto sin da piccolo al mondo dei media (prima il cinema, in seguito la TV), viene ingurgitato e poi sputato da un sistema che non guarda in faccia nessuno, il cui unico obiettivo è quello di guadagnare. Lo si vede nella spregiudicatezza di Riccio all’inizio del film come in quella della Morta alla fine: il sistema mediale per come lo descrive Avati in Nel Tepore del Ballo è al tempo stesso un’entità astratta e un’insieme concreto di persone, entrambi egoisti ed egoriferiti, che spregiudicatamente fanno i propri interessi con egoismo e cinismo.
L’aspra critica di Nel Tepore del Ballo al mondo televisivo fatto di lacrimucce e di manipolazione – la Morta di de Sio assomiglia spaventosamente a un’incrocio tra Barbara d’Urso di Pomeriggio Cinque e Mara Venier di Domenica In – è sentita e spietata. È anche difficile non leggerci una riflessione personale di Avati sullo stato di degradazione del mondo culturale in Italia, a fronte anche delle polemiche da lui sollevate alla cerimonia dei David lo scorso anno, in cui lamentava pochi finanziamenti al mondo della cultura, soprattutto verso realtà piccole e indipendenti alternative al lato “mainstream” dell’industra cinematografica.
Allo squallore patinato fatto di gambe femminili, lacrime facili e paillettes, Nel Tepore del Ballo oppone la vita di provincia fatta di gente reale con problemi reali. La zia del protagonista – interpretata da Lina Sastri – e l’ex moglie incarnano valori e femminilità contrapposti a quelle più patinati e spregiudicati di Giuliana de Sio. Rientrando a Jesolo (sua città natale) dopo un periodo per lui complicato, l’isolato Gianni riscorpre grazie alle due figure femminili già citate cosa vuol dire costruire legami autentici e personali, non filtrati da interessi meramente economici ma solo da umana vicinanza e affetto.

L’immagine evocata dal titolo – un ballo caloroso e sentito tra due giovani amanti – racchiude in sé nella sua dolcezza una dimensione di familiarità, di ardore e di verità che la fredda, meschina, finta e patinata immagine televisiva non è in grado di evocare e di restituire.
È tra questi due poli opposti che la vicenda di Nel Tepore del Ballo si districa. Il protagonista Gianni Riccio si trova così a dover scegliere tra vita e carriera, tra la realtà e lo spettacolo patinato e fatiscente. Il conflitto interiore di un protagonista (che non può ricordare Enzo Tortora, e non può non creare un paragone con la recente serie TV Portobello di Marco Bellocchio) spregiudicato e al tempo stesso riconosce il marciume del sistema in cui si trova incastrato è reso da Pupi Avati con grande maestria, in quelli che son senza dubbio i momenti più alti della pellicola.
Il maestro bolognese, infatti, sfrutta con grande efficacia l’immaginario orrorifico in Nel Tepore del Ballo per restituire la conflittualità del protagonista verso il mondo squallido che lo circonda: una voce di una morta che riverbera grazie ad un mangiacassette, la tintura per capelli (simbolo ulteriore del mondo finto dei media) che cola nella doccia sembrando macchie di sangue – in un’inquadratura che cita poco velatamente Psycho di Alfred Hitchcock. Immagini, queste, che restituiscono al tempo stesso il terrore di Avati verso il mondo mediale odierno e la reazione fisica, corporea del protagonista al quello stesso mondo. Peccato che queste siano tra le poche intuizioni felici dell’opera.
Del cinema italiano vecchio

Dal resoconto finora delineato di Nel Tepore del Ballo credo che risulti abbastanza evidente quale sia il limite principale dell’ultimo lavoro di Avati: la sua vecchiaia.
Vecchia è la critica ai media – Avati sceglie di parlare di televisione nel 2026, in un mondo in cui la realtà mediale è infinatamente più complicata fatta di supporti, linguaggi, questioni, etiche molto diverse e più complicate; vecchia è la messinscena nel suo complesso – lo standard di Avati, soprattutto in termini di fotografia e di montaggio, pare immutato da quando il supporto cinematografico principale era la pellicola, che aveva una resa decisamente differente rispetto a quella delle macchine da presa digitali; vecchia è la recitazione – la cui qualità (tolta per l’umana pietas di Ferrari e la qualità luciferina e camp di De Sio, capaci col loro evidente talento di dare verve al cast) è altalenante quando non televisiva.
È qui opportuno evidenziare l’evidente bias nella percezione di chi scrive: un venticinquenne che studia cinema a tempo pieno e scrive per una realtà digitale giovane come questa. Basta anche solo una rapida occhiata al trailer per capire che il pubblico di riferimento di Nel Tepore del Ballo non sia chi vi scrive né chi mi legge, ma un gruppo di persone anagraficamente più adulto. Ciononostante, al netto delle qualità evidenti che il film possiede e di questo bias di visione, è difficile non assorbire l’ultimo lungometraggio di Pupi Avati senza percepire una certa patina polverosa a rivestirlo nella sua interezza.
Il vero problema, tuttavia, non è neanche che Nel Tepore del Ballo sia un film vecchio (anche perché ha dalla sua, come già evidenziato, delle qualità notevoli): è che questo film di Pupi Avati è l’ennesimo film vecchio prodotto nel nostro Paese.

Il panorama cinematografico italiano (mi si permetta la citazione) è un paese per vecchi: questa l’amara constatazione che il venticinquenne che scrive ha avuto guardando Nel Tepore del Ballo. Al nostro cinema mancano evidentemente prodotti che possano parlare con un linguaggio nuovo a pubblici nuovi, che non siano gli anziani e le persone di mezza età che abitualmente riempiono le sale per questi film. Quelle poche opere che riescono in questo senso a distinguersi – penso, per parlare di film recenti, a Tienimi Presente di Alberto Palmiero o Un Anno di Scuola di Laura Samani – sono o derivative (Palmiero) o ignorate (Samani); in entrambi i casi, tuttavia, rimangono eccezioni.
Lungi dal prendersela con il regista (che, anzi, riesce anche con un film minore a mettere in evidenza la sua sensibilità nella messinscena), Nel Tepore del Ballo concentra su di sé molti dei problemi che l’industria cinematografica italiana possiede: una visione del cinema e del suo pubblico antiquata, budget ridotti (e conseguenti problemi sul fronte tecnico), scarsa capacità di leggere e interpretare il presente.
Pur con evidenti pregi, riuniti soprattutto nelle intuizioni brillanti del suo regista e nella partecipata recitazione di Ferrari e de Sio, Nel Tepore del Ballo pare sublimare lo stato di un’industria incapace di rinnovarsi sul serio, cristallizzandosi in forme, estetiche e visioni di mondo che si fanno sempre più sorpassate e antiquate. Per quanto sembri ingiusto “prendersela” con un film di Pupi Avati – ora come allora autore al di fuori dalle logiche mainstream del cinema italiano -, è proprio la qualità di outsider del suo regista che genera allarme in chi scrive: se anche un regista iconoclasta, atipico e indipendente del nostro cinema recente produce opere così stantie, c’è da preoccuparsi dello stato di salute generale del cinema tutto.
Alla luce della stravittoria ai David de Le Città di Pianura di Francesco Sossai – svoltisi poco prima della stesura di questa recensione – chi scrive può esser più ottimista rispetto allo svecchiamento della settima arte nel nostro Paese. Uno svecchiamento, si spera, simile a quello che il maestro Pupi Avati con opere straordinarie come Le Case Dalle Finestre Che Ridono (1976) fu ai suoi tempi complice.
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