Hannah Einbinder e Gillian Anderson in una scena del film Teenage Sex and Death at Camp Miasma a Cannes 79

Cannes 79 – Teenage Sex and Death at Camp Miasma, schermi erotici e altre salvezze

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11 minuti di lettura

Quale sesso può esistere in un corpo che sentiamo come sbagliato? Una prigione dell’eccitazione, un erotismo dell’orrore che usa i simulacri visivi del piacere per liberarci finalmente da ogni desiderio inespresso e inattuato. Film d’apertura Un Certain Regard di Cannes 79, Teenage Sex and Death at Camp Miasma è l’ennesima conferma del talento immaginativo di Jane Schoenbrun, che con appena una manciata di film all’attivo (e un libro in produzione) ha già saputo contenerci tutt* nelle nostre paure più contemporanee, farcele accettare in un abbraccio filmico di gruppo che è sempre accogliente quanto colto, fraterno e irresistibile.

Vincitore della Queer Palm, Teenage Sex and Death at Camp Miasma arriverà nelle sale italiane dal 19 agosto 2026 con il titolo Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte distribuito da MUBI.

Un misterioso luogo che si nutre di immagini

Kris (una strabiliante Hannah Einbinder) è una filmmaker ventinovenne, queer e poliamorosa, che sta lavorando a un nuovo remake del popolare franchise slasher Camp Miasma, saga e mito cult dai connotati museali, che riempie le vetrine di gadget e memorabilia, poster incorniciati e ritagli di giornale. Quando Kris arriva a Camp Tivoli, set originario della serie, ma anche «mondo alternativo privato» (un paesaggio innevato affrescato con fascino pittorico), incontra la misteriosa ed eccentrica Billy (Gillian Anderson), prima final girl di Camp Miasma e ora proprietaria invecchiata di quel luogo recluso che non ha mai smesso di relazionarsi alle proprie immagini del passato.

È in questa permanenza, tra i tanti riferimenti, come anche nei precedenti lavori di Jane Schoenbrun, che Teenage Sex and Death at Camp Miasma richiama in maniera più esplicita gli ambienti oltre-reali di David Lynch (nel photocall qui a Cannes Schoenbrun, Einbinder e Anderson hanno replicato la stessa posa di quello di Mulholland Drive nel 2001): Camp Tivoli riecheggia Twin Peaks, una città-fantasma, qui spopolata, fuori da ogni normalità, lontano dal mondo delle convenzioni e per questo così spiccatamente divertente, ironica, bizzarra, in cui solo lì può apparire verosimile «un buco in fondo al lago da cui vengono i film».

Nell’attorno e nell’altrove a quel microcosmo materico e mediale in cui scavare e cercare come archeologi altre immagini, Teenage Sex and Death at Camp Miasma mette in mostra, in parallelo, una Hollywood di pura formalità estetica, seriosa e istituzionalizzata, a cui Kris con il suo nuovo remake aderisce solo di facciata per vincere la battaglia «con il suo stesso gioco». Un sistema capitalizzato, come lo conosciamo oggi, che cita Wes Craven e i grandi capostipiti del genere più per venderli attraverso fan service che per diffonderne il credo, che usa quote e ruoli di rappresentanza per lavarsi la coscienza e dimenticare la propria storia di misoginia e razzismo, produttivamente più attiva e contemporanea che mai.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma, il cinema è una salvezza

Teenage Sex and Death at Camp Miasma lavora magnificamente intrecciando e mischiando multipli livelli metacinematografici, di film dentro i film, di film a proposito di altri film: dalla traccia ancora teorica del nuovo progetto da girare, che dovrà essere diverso e più attuale rispetto a tutti gli ennesimi prequel, sequel, requel nostalgici abitualmente prodotti da tradizione ogni anno, a quell’indimenticabile originale del passato, magari invecchiato, magari pure offensivo per la comunità da cui ci si sente rappresentati, ma che ancora oggi, dopo centinaia di volte, può ancora essere visto sul grande schermo con occhi nuovi, spalancati come allora, a ripetere le stesse battute imparate a memoria.

Ma in un livello ulteriore la Kris di Teenage Sex and Death at Camp Miasma è soprattutto l’alter-ego plurale di Jane Schoenbrun, del suo percorso di transizione che è avvenuto sostanzialmente per immagini, attraversando fisicamente televisori meccanici e trovando in quel cinema salvifico un rifugio intermediale sicuro in cui nascondere tutto ciò che altrimenti non avrebbe una casa e un posto dove stare. «Ti piacciono i ragazzi o le ragazze?» veniva chiesto in Ho Visto la TV Brillare, «Mi piacciono le serie tv».

Come in Resurrection, l’idea di cinema a cui ambisce Teenage Sex and Death at Camp Miasma è infatti una macchina organica che vive e che muore a seconda della capacità di immaginare, fatta di schermi scintillanti e vitali, archivi pulsanti e consumabili, oggetti digitali, culturali e folkloristici, come nei precedenti We’re All Going to the World’s Fair e A Self-Induced Hallucination, che convergono, conciliano e connettono tra specchi e portali riflessi le prossime nuove sceneggiature di vita personale, in cui ritrovarsi alleati di coetanei e antenati mediali.

Questo tipo di cinema non pulsa allora soltanto di accademicità e queer theories (tra i primissimi titoli della filmografia di Kris viene citato un remake di Psycho dalla prospettiva della tenda), ma richiede di sporcarsi le mani nel fare, perché alla fine, come dice Billy, è soltanto questione di «carne e fluidi», con il sangue finto e caricaturale che zampilla da fontane e teste mozzate, in un’esperienza diretta delle cose di cui Jane Schoenbrun, anche in Teenage Sex and Death at Camp Miasma, rivendica costantemente l’urgenza.

Il sesso per rifondare un nuovo mito slasher queer

Fin dal titolo lunghissimo, Teenage Sex and Death at Camp Miasma si occupa di sovvertire l’iconografia classica del sesso adolescenziale, quel tabù che per convenzione si teme e si sogna nello stesso istante, si idealizza e ci delude, ci traumatizza fino a rimanere impresso sotto pelle per sempre. Ma per chi il proprio corpo l’ha già scoperto sotto il filtro della disforia come un contenitore non conforme, quel sesso rappresenta piuttosto un’entità maligna, «una distrazione», che diventa possibile e realizzabile soltanto dissociandosi da se stessi, guardandosi dall’esterno, come in un’altra dimensione parallela.

In fondo, la final girl stessa, donna-ruolo della tradizione slasher che il sistema patriarcale avrebbe voluto emancipare negli anni ’70 salvandola fino alla fine per castità e purezza, viene struprata dall’idea simbolica che quel cinema rappresenta, sul set e all’interno delle sue storie, con l’arma efferata del delitto che possiede soltanto valenza fallico-penetrativa. In quel mondo rigido e netto desiderare significa alternativamente possedere o rifiutare l’altro, in un processo transfobico dello sguardo in cui lo spettatore è costretto a sua volta a identificarsi in modo esclusivo in chi uccide o in chi è ucciso, ora con il freak omicida, ora con la vittima sacrificale di una società giudicante più grande che etichetta corpi e mostri alla stessa maniera1.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma ci dice invece che è nella condivisione non-binaria di uno sguardo plurale e comune (they/them come i pronomi che usa Jane Schoenbrun) che quel sesso torna a diventare possibile ed eccitante, in cui essere contemporaneamente, senza alcuna contraddizione, sia assassino che assassinato, chi guarda e chi è guardato. Knife+Heart titolava il capolavoro queer di Yann Gonzalez: Eros più Thanatos, un coltello tramutato in dildo attraverso il cuore, nella sua massima estremizzazione, una somma, una compenetrazione di opposti.

E così allo stesso modo anche in Teenage Sex and Death at Camp Miasma il serial killer protagonista dalla testa a forma di cubo-televisore-proiettore e il nome paradigmatico Little Death – traslazione del francese petite mort che indica lo stato d’abbandono, privo di difese, del post-orgasmo – è sesso e morte allo stesso tempo, piacere e fine insieme, una macchina erotica che «siamo convinti di aver creato noi», ma è lei ad averlo fatto.

«Se diventa troppo reale puoi sempre spegnerlo». È forse questa la ragione consensuale per cui continuiamo ad amare il cinema, a rivedere le stesse immagini centinaia di volte, ancora e ancora, senza mai stancarci, salvandoci ognuna di esse, dalla morte all’orgasmo. Proprio come Resurrection, anche Teenage Sex and Death at Camp Miasma dimostra che questo cinema, in questa forma desiderante ed erotica, non potrà morire mai.


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  1. per approfondire: Caden M. Gardner, Willow C. Maclay, Corpses, Fools and Monsters: The History and Future of Transness in Cinema, Repeater, 2024 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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