Quale sesso può esistere in un corpo che sentiamo come sbagliato? Una prigione dell’eccitazione, un erotismo dell’orrore che usa i simulacri visivi del piacere per liberarci finalmente da ogni desiderio inespresso e inattuato. Film d’apertura Un Certain Regard di Cannes 79, Teenage Sex and Death at Camp Miasma è l’ennesima conferma del talento immaginativo di Jane Schoenbrun, mente geniale e inventiva, che con appena una manciata di film all’attivo (e un libro in produzione) ha già saputo essere profondamente contemporanea, contenerci tutt* nelle nostre paure, poterle accettare in un abbraccio filmico di gruppo che è sempre accogliente quanto colto, fraterno ma irresistibile.
Teenage Sex and Death at Camp Miasma sarà distribuito nelle sale italiane da MUBI a partire da agosto 2026.
Un misterioso luogo che si nutre di immagini
Kris (una strabiliante Hannah Einbinder) è una filmmaker ventinovenne, queer e poliamorosa, che sta lavorando a un nuovo remake del famosissimo franchise slasher Camp Miasma, uno di quelli che riempiono le vetrine di gadget, che fanno incorniciare i poster sulle pareti insieme ai ritagli di giornale e che accumulano videocassette come cimeli da collezione. Quando Kris arriva a Camp Tivoli, set originario della serie, ma anche «mondo alternativo privato», un paesaggio innevato affrescato con un tale fascino pittorico da sembrare quasi irreale, incontra la misteriosa ed eccentrica Billy (Gillian Anderson), prima final girl di Camp Miasma e ora proprietaria invecchiata di quel luogo recluso.
È in questo, tra i tanti riferimenti, come anche nei precedenti lavori di Jane Schoenbrun, che Teenage Sex and Death at Camp Miasma richiama in maniera più esplicita gli ambienti oltre-reali di David Lynch (nel photocall qui a Cannes Schoenbrun, Einbinder e Anderson hanno replicato la stessa posa di quello di Mulholland Drive nel 2001): Camp Tivoli riecheggia Twin Peaks, una città-fantasma, qui spopolata, fuori da ogni normalità, lontano dal mondo delle convenzioni e per questo così spiccatamente divertente, ironica, bizzarra, in cui solo lì può apparire verosimile «un buco in fondo al lago da cui vengono i film».
E questo discorso va letto anche alla luce del modo di Teenage Sex and Death at Camp Miasma di ragionare sul cinema serioso e istituzionalizzato di una Hollywood di pura formalità estetica, a cui Kris con il suo nuovo remake aderisce solo di facciata per vincere la battaglia «con il suo stesso gioco». Un sistema capitalizzato, come lo conosciamo oggi, che cita Wes Craven e i grandi capostipiti del genere più per venderli attraverso fan service che per diffonderne il credo, che usa quote e ruoli di rappresentanza per lavarsi la coscienza e dimenticare tutta una storia misogina e razzista, nemmeno lasciata alle proprie spalle produttive.
Teenage Sex and Death at Camp Miasma, il cinema è una salvezza

Teenage Sex and Death at Camp Miasma lavora magnificamente intrecciando e mischiando multipli livelli metacinematografici: la traccia ancora teorica del nuovo progetto da girare, che dovrà essere diverso da tutti gli ennesimi prequel, sequel, requel nostalgici, che, da tradizione, sono abitualmente prodotti ogni anno, ma ovviamente anche l‘originale del passato, che ancora oggi, dopo centinaia di volte, può ancora essere visto sul grande schermo con occhi nuovi, spalancati come allora, anche se si conoscono le battute a memoria e alcune appaiono persino offensive per la comunità da cui sentirsi rappresentati.
Ma la Kris di Teenage Sex and Death at Camp Miasma è soprattutto l’alter-ego plurale di Jane Schoenbrun, del suo percorso di transizione che è avvenuto sostanzialmente per immagini, attraversando fisicamente televisori meccanici e trovando in quel cinema salvifico un rifugio intermediale sicuro in cui nascondere tutto ciò che altrimenti non avrebbe una casa e un posto dove stare. «Ti piacciono i ragazzi o le ragazze?» veniva chiesto in Ho Visto la TV Brillare, «Mi piacciono le serie tv».
Come in Resurrection, l’idea di cinema a cui ambisce Teenage Sex and Death at Camp Miasma è infatti una macchina organica che vive e che muore a seconda della capacità di immaginare, fatta di schermi scintillanti e vitali, come nel già citato Ho Visto la TV Brillare e We’re All Going to the World’s Fair, capaci di prendere le punchline promozionali dei film, toglierne l’aura pubblicitaria e farne la prossima nuova sceneggiatura di vita personale.
Questo tipo di cinema non pulsa soltanto di accademicità e queer theories (tra i primissimi titoli della filmografia di Kris viene citato un remake di Psycho dalla prospettiva della tenda), ma richiede di sporcarsi le mani nel fare, perché alla fine, come dice Billy, è soltanto questione di «carne e fluidi», con il sangue finto e caricaturale che zampilla da fontane e teste mozzate, in un’esperienza diretta delle cose di cui Jane Schoenbrun, anche in Teenage Sex and Death at Camp Miasma, rivendica costantemente l’urgenza.
Il sesso per rifondare un nuovo mito slasher queer

Fin dal titolo lunghissimo, Teenage Sex and Death at Camp Miasma si occupa di sovvertire l’iconografia classica del sesso adolescenziale, quel tabù che per convenzione si teme e si sogna nello stesso istante, si idealizza e ci delude, ci traumatizza fino a rimanere impresso sotto pelle per sempre. Ma per chi il proprio corpo l’ha già scoperto sotto il filtro della disforia come un contenitore non conforme, quel sesso rappresenta piuttosto un’entità maligna, «una distrazione», che diventa possibile e realizzabile soltanto dissociandosi da se stessi, guardandosi dall’esterno, come in un’altra dimensione parallela.
In fondo, la final girl stessa, donna-ruolo della tradizione slasher, che il sistema patriarcale avrebbe voluto emancipare negli anni ’70 salvandola per castità e purezza, viene struprata da quel cinema, sul set e all’interno delle sue storie, in cui persino l’arma efferata del delitto possiede valenza fallico-penetrativa. Un processo transfobico dello sguardo che vede sempre alternativamente il desiderio come possesso e rifiuto dell’altro, e in cui lo spettatore è costretto a sua volta a identificarsi in modo esclusivo in chi uccide o in chi è ucciso, ora con il freak omicida, ora con la vittima sacrificale di una società offensiva più grande.
Teenage Sex and Death at Camp Miasma ci dice invece che è nella condivisione non-binaria di uno sguardo plurale e comune (they/them come i pronomi che usa Jane Schoenbrun) che quel sesso torna a diventare possibile ed eccitante, in cui essere contemporaneamente, senza alcuna contraddizione, sia assassino che assassinato, chi guarda e chi è guardato. Non a caso il serial killer protagonista di Camp Miasma dalla testa a forma di cubo-televisore-proiettore e il nome paradigmatico Little Death – traslazione del francese petite mort che indica lo stato d’abbandono, privo di difese, del post-orgasmo – è sesso e morte allo stesso tempo, piacere e fine insieme, una macchina erotica che «siamo convinti di aver creato noi», ma è lei ad averlo fatto.
«Se diventa troppo reale puoi sempre spegnerlo». Ed è questa forse la ragione per cui continuiamo ad amare il cinema, a rivedere le stesse immagini centinaia di volte, ancora e ancora, senza mai stancarci, salvandoci ognuna di esse, dalla morte all’orgasmo. Teenage Sex and Death at Camp Miasma dimostra che questo cinema, in questa forma desiderante ed erotica, non potrà morire mai.
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