Può una storia nata come creepypasta nei meandri del web arrivare fino al grande schermo con una produzione multimilionaria? È il caso di Backrooms, il nuovo horror targato (ovviamente) A24: leggenda del web diventata serie su YouTube, per poi sbarcare al cinema nelle stesse mani di quel Kane Parsons che l’ha resa popolare, dimostrando che finché le case di produzione avranno il coraggio di puntare sulle idee originali e la visione dei creativi, il futuro del genere sarà radioso.
Con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, in tutte le sale dal 27 maggio 2026.
Le Backrooms, da 4chan al cinema

1990: Clark (Chiwetel Ejiofor) è il proprietario di un negozio di mobili senza grandi fortune, frustrato dai propri insuccessi lavorativi e sentimentali e in cura dalla psicologa Mary (Renate Reinsve), mentre cerca di disintossicarsi dall’alcol. Un giorno, per puro caso, scopre nel seminterrato del negozio l’accesso a una dimensione parallela, un’estensione del nostro mondo tanto simile quanto diversa: le Backrooms, lunghe distese di stanze vuote all’apparenza normali e che sembrano dipanarsi all’infinito, ma che rivelano anomalie nella fisica degli oggetti, come nel tentativo di ricordare un sogno sbiadito. Nella frenesia dell’esplorazione, Clark trascina con sé i suoi due assistenti e Mary, scoprendo presto di non essere gli unici ad aggirarsi in quei corridoi.
L’origine della storia delle Backrooms risale allo scorso decennio, quando in vari forum iniziò a circolare l’immagine di una larga stanza vuota, con moquette, fredde luci al neon e pallide pareti giallo spento: su 4chan nacque quindi la creepypasta vera e propria, che si diffuse rapidissima. Nel 2022 il giovanissimo Kane Parsons la trasforma in una serie di cortometraggi su YouTube, realizzata con il software di modellazione 3D Blender, che ottiene una popolarità tale da convincere A24 e James Wan (con la sua Atomic Monster), due dei punti di riferimento della produzione horror contemporanea, a contattare lo stesso Parsons (classe 2005) per dirigerne l’adattamento cinematografico.
Se non è la prima volta che una creepypasta diventa un film – ricordiamo, anche se l’abbiamo dimenticato, il tremendo Slender Man del 2018 – YouTube si conferma ancora una volta come un’accademia importantissima per aspiranti filmmaker indipendenti ed in particolare per l’horror, com’è stato per i fratelli Philippou (Talk to Me, Bring Her Back) e per quel Curry Barker che ha appena sfondato il boxoffice con il sorprendente Obsession.
Backrooms, il riflesso attraverso lo specchio
Le protagoniste indiscusse di Backrooms, ancor prima della componente umana, sono proprio loro, queste “stanze di servizio“, pallido riflesso di ciò che c’è al piano di sopra. Backrooms sfrutta sapientemente un trend largamente diffuso sul web negli ultimi anni, quello degli spazi liminali: non-luoghi pensati unicamente per il transito e quindi associati costantemente alla folla, al rumore, che nel momento in cui ne vengono deprivati e perciò davvero visti assumono tutto un altro aspetto. Il corridoio di un hotel di notte, un parcheggio sotterraneo vuoto: il brivido lungo la schiena di un posto così noto e al contempo così fuori fuoco, che si uniscono a una delle paure più insite ed efficaci della natura umana, l’uncanny valley.
Il nostro cervello è programmato per distinguere, in un atavico istinto di sopravvivenza, l’umano dal non umano, ossia la sicurezza dal potenziale pericolo. L’uncanny valley si inserisce proprio nella sottile terra di confine: qualcosa di abbastanza familiare da poterlo definire ma con quel dettaglio fuori posto che fa drizzare le antenne.
Le scenografie di Backrooms fanno già film a sé, a cominciare già dallo showroom di Clark, tanto grande quanto privo di visitatori, e in cui sembra esserci fin troppo spazio per quei mobili. Quando poi Teseo si avventura nel labirinto, il ronzio statico dell’elettricità e l’apparente ordinarietà di quei corridoi si fanno così insostenibilmente opprimenti e claustrofobici, mentre a meno a mano vengono rivelati dettagli che, semplicemente, non dovrebbero essere lì: geometrie impossibili, mobilio fuso alle pareti e porte sul soffitto, claustrofobiche mura di una sconfinata prigione in cui qualcosa di oscuro è in agguato.

La migliore definizione viene data dal personaggio di Mary: come descrivere un cane a qualcuno che non ne ha mai visto uno, e poi chiedergli di disegnarlo. Rispetto all’anno di uscita del primo corto, oggi ciò assume un doppio significato: non ci è dato sapere se si tratti di una volontaria critica, ma il pensiero va subito ad immagini e video create con intelligenza artificiale, soprattutto nelle prime versioni meno accurate, così verosimili ad un iniziale sguardo, ma che rivelano lentamente le proprie imperfezioni quando le si esamina con attenzione.
In questo asettico Sottosopra si muovono da un lato Clark, un uomo insoddisfatto e sgradevole, che riversa sugli altri tutte le colpe dei propri fallimenti, e dall’altro Mary, che di mestiere aiuta le persone a superare i propri demoni ma che nelle Backrooms (ri)scopre di averne altrettanti acquattati e impazienti di tornare alla luce. Il dedalo di corridoi e tappezzerie, di finestre sul nulla e di alberi di Natale incarna quindi la ripetitività di schemi mentali consolidati di persone che si rifiutano di cambiare e che sono in essi stessi prigioniere, e che al contempo vi trovano sollievo diventando le proprie copie sbiadite.

L’esordio di Kane Parsons a corrente alternata
Chi meglio dell’enfant prodige Kane Parsons poteva portare in scena la propria creatura? Con il supporto di Oz Perkins (Longlegs, The Monkey), anch’egli coinvolto nella produzione, il non ancora ventunenne Parsons non indugia in facili jumpscare né in violenza esagerata, puntando molto di più sull’opprimente inquietudine che sullo spavento puro. Si gioca con la prospettiva in svariate inquadrature soprattutto nel finale, ponendo i personaggi in un dominante punto di fuga, mentre un’intera sequenza girata in found footage omaggia il primo cortometraggio in pieno stile videogioco survival horror (risultando anche la più riuscita). Le citazioni sono molteplici, da Inception a Non aprite quella porta (la cena), con una punta di Lynch e di grottesco body horror.

Gli inevitabili limiti di Parsons – che non ha firmato la sceneggiatura – emergono quando Backrooms si ferma proprio nel momento in cui potrebbe fare un salto in avanti. La struttura narrativa del film è infatti sbilanciata tra una lunga introduzione e un terzo atto affrettato (e più “pop”), con un finale che arriva piuttosto improvviso. La scelta rispettabile di non dilungarsi in spiegoni rischia di scivolare dalla parte opposta, non approfondendo tematiche che lo avrebbero meritato e non spingendo nei punti giusti (oltre all’evidente volontà di proseguire con un franchise): ecco che Backrooms rimane quindi imbrigliato nel suo stesso labirinto, mentre si specchia a tratti un po’ troppo nelle proprie vibes, pur senza sfociare in un eccessivo style over substance.
Difetti che, quantomeno per quanto riguarda l’aspetto registico, possono essere chiaramente imputati all’inesperienza di Parsons e quindi assumere minore rilievo – e nasce anche la curiosità di vederlo all’opera con qualcosa di non suo -, mentre Backrooms si conferma un’altra piacevole sorpresa di questo maggio a tinte (cinematograficamente) horror.
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