La paura più grande di tutti è la vecchiaia: è ciò che ci mette di fronte al tempo che passa, che ci ricorda che la morte è nascosta dietro l’angolo pronta a portarsi via i ricordi di una gioventù passata e a costringerci a mettere da parte una vita che a poco a poco non possiamo più vivere. Siamo dunque ossessionati dalla vita e dalla giovinezza, al punto che cerchiamo ogni modo possibile e immaginabile per conservare quel poco che resta della gioventù.
Come cantava Caparezza, molti di noi arrivano a soffrire «una crisi di mezza età, dove “di mezza” si scrive tutto attaccato»: fino alla fine ci dimostriamo incapaci di accettare la vecchiaia, e fra ritocchi estetici e tutto il resto cerchiamo di combatterla riducendoci alla fine come Dorian Gray, ovvero morendo con riflessa allo specchio l’immagine di un vecchio incartapecorito e usurato da una vecchiaia che abbiamo voluto nascondere per troppo tempo.
Su questo tema verte l’ultimo lavoro – qui da produttori esecutivi – dei Duffer Brothers, reduci dal successo di Stranger Things, che recentemente hanno presentato su Netflix The Boroughs – Ribelli senza tempo, una miniserie in otto episodi che nel cast conta attori come Geena Davis e Alfred Molina e che affronta in maniera originale il problema della terza età mostrando come sempre vibes da anni Ottanta.
La trama di The Boroughs
The Boroughs si apre con Sam Cooper, un pensionato introverso e scontroso che non ha ancora superato la morte della moglie Lilly, qui interpretata da Jane Kaczmarek, che assieme alla figlia Claire, al genero e al nipote viaggia verso una struttura immersa nel deserto del New Mexico – che dopo Pluribus di Vince Gilligan sappiamo tutti essere uno scenario adatto a storie fantascientifiche – dal nome The Boroughs, un conglomerato di case di riposo di lusso dove le famiglie mandano a vivere i propri cari che non sono più in grado di accudire.

Qui Sam incontra i suoi vicini di casa: il medico malato di cancro Wally (Denis O’Hare), la giornalista Judy (Alfre Woodard) e suo marito Art (Clarke Peters), una persona hippie dedita alle canne, la procace produttrice musicale Renee (Geena Davis) e il casanova Jack (Bill Pullman). Sam inizia a poco a poco a socializzare con i suoi nuovi vicini, grazie soprattutto a una scoperta inquietante: la presenza di esseri strani, a metà fra ragni e vampiri con un pizzico di Gollum che sembrano uccidere gli anziani della residenza per succhiare quanto resta loro della propria vita.
La residenza di Sam in The Boroughs comincia a poco a poco a farsi più intensa e piena di suspense, soprattutto nel momento in cui scoprirà che la struttura contiene dentro di sé segreti inconfessabili che mostrano l’ossessione dei suoi proprietari,Blaine e Anneliese Shaw, nel sconfiggere la vecchiaia e raggiungere l’elisir dell’eterna giovinezza. Quella di Sam e dei suoi compagni di viaggio sarà un’avventura dentro la terza età, le sue difficoltà e la sua totale accettazione.
The Boroughs, come raccontare la terza età attraverso il weird
Netflix non è nuova a ospitare prodotti che si confrontano con la terza età: abbiamo già assistito, ad esempio, al Metodo Kominsky di Chuck Lorre e alla sua comicità, ma anche a Il Club dei delitti del giovedì e ai suoi delitti della terza età. Con The Boroughs assistiamo a qualcosa di abbastanza inedito che, come sottolineato da vari critici, trae ispirazione principalmente da Cocoon – L’energia dell’universo, film del 1985 diretto da Ron Howard che usa la fantascienza per confrontarsi con il tema della senilità.

C’è chi ha paragonato questa serie tv anche ai Goonies e, sapendo della passione dei Duffer Brothers e degli ideatori della serie Jeffrey Addiss e Will Matthews per gli anni Ottanta, il paragone calza a pennello. Così come I Goonies era un film dove l’avventura nei sotterranei costituiva una difesa del vecchio nei confronti del nuovo che avanza, anche The Boroughs usa gli stilemi del film d’avventura con tanto di scampagnate nei sotterranei per portare i suoi protagonisti a confrontarsi con la senilità e a capire quanto folle sia nasconderla con metodi altrettanto irrazionali che ci illudono di preservare la giovinezza quando in realtà ci avvicinano sempre più alla vecchiaia.
The Boroughs, una storia di gufi nei muri
Un primo incontro eerie Sam ce l’ha con Ed, uno degli ospiti della residenza di The Boroughs che soffre di demenza senile e che fin dall’inizio accoglie il protagonista con i suoi deliri, fra cui la frase «c’è un gufo nel muro». Il gufo qui ricorda il coccodrillo di Peter Pan: rappresenta l’incedere del tempo e della morte che incombe su di noi e la paura di affrontarla, una paura che i registi che si avvicendano nei vari episodi sono stati capaci di rappresentare attraverso una fotografia e un montaggio che riescono ad alternare uno humor da terza età a un horror pieno di suspense.

L’horror della serie, va detto, non è molto invasivo e non è costituito da immagini piene di sangue e violenza come ci si aspetterebbe dai Duffer Brothers dopo Stranger Things. È un horror più metafisico, incentrato sulla paura esistenziale dei protagonisti: Sam che non riesce ad accettare la morte di Lilly al punto da immaginare di vederla sia in sogno che nel corso della giornata; Wally che non riesce ad accettare il suo cancro e i coniugi Shaw che non riescono a tollerare che la loro giovinezza – che nasconde molto di più, ma su questo non ci si pronuncerà – sia destinata a scomparire per sempre.
La paura dei personaggi di The Boroughs non è dovuta alla vecchiaia in sé, ma è causata soprattutto dai rimorsi e i sensi di colpa che si porta con sé e a cui nessuno è riuscito a porre rimedio: Sam si sente in colpa per la morte di Lilly, Wally per non essere riuscito a guarire persone che ha visto morire a causa, ad esempio, dell’AIDS, e Judy e Art si sentono ad esempio in colpa per non essere stati in grado di essere presenti l’uno per l’altra. Confrontarsi con la vecchiaia significa per loro scendere a patti con i propri errori, cosa che in un primo momento risulta difficile fare per i protagonisti.
The Boroughs, lottare per accettare il tempo che passa
La vecchiaia è così vissuta come qualcosa che non ci permette di ritornare sui propri passi e correggere quanto di sbagliato abbiamo commesso, ma anche come qualcosa che ci nega ogni possibilità di amare di nuovo. Una chiave di lettura importante ci viene data, però, da Bruce Springsteen, le cui canzoni costituiscono la colonna sonora di Sam e sua moglie Lilly. Più precisamente lavora in questo senso la canzone Thunder Road, che in realtà narra di una speranza giovanile di fuga da una realtà vecchia e soffocante ma che costituisce un elemento importante per comprendere ciò per cui Sam e i suoi amici stanno lottando all’interno di The Boroughs.
La strofa che si presenterà qui di seguito infatti può essere letta anche in chiave senile rovesciando il vero significato della canzone, che così da inno alla giovinezza diventa un invito a superare le paure della vecchiaia:
So you’re scared and you’re thinking
That maybe we ain’t that young anymore
Show a little faith, there’s magic in the night
You ain’t a beauty, but hey, you’re alright
Oh, and that’s alright with me

Ciò che dice questa strofa, che Sam canterà in una scena cruciale della serie arrivando addirittura a commuoversi, è che, nonostante il buio che la morte e la vecchiaia portano con sé, c’è sempre della magia: quella dell’amore, che resta con lo scorrere del tempo e che non cancella i ricordi di quanto di bello si è vissuto assieme a qualcuno, che anche se non siamo più giovani e belli ci ricorda che siamo comunque a posto, in quanto abbiamo comunque vissuto momenti indimenticabili che ci hanno fatto stare bene.
L’amore e la condivisione sono ciò che, dunque, aiuta i protagonisti ad accettare la vecchiaia e a guardare avanti nel futuro: Sam imparerà che, nonostante la morte di Lilly, l’amore per lei non è mai cambiato, e così tutti gli altri, come Renee, che impara a darsi una seconda possibilità e ad accogliere l’amore come uno strumento per combattere la vecchiaia e vivere una seconda giovinezza.

Parlando di amore, i protagonisti di The Boroughs imparano così ad amare la vecchiaia, a rinunciare a qualsiasi promessa di elisir di eterna giovinezza. Imparano a vedere la vecchiaia come un nuovo inizio, un’ultima fase della propria vita prima della fine dove nulla è impossibile e dove i propri sogni possono ancora realizzarsi con l’unica condizione di non chiudersi a riccio in se stessi, ma di aprirsi alle nuove sfide che l’ignoto della vecchiaia ci offre.
The Boroughs, essere nuovamente giovani nella vecchiaia
Delicato, malinconico ed eerie: con queste tre parole possiamo descrivere The Boroughs, un prodotto sci-fi che risente molto dell’influenza della cultura pop degli anni Ottanta, ma che affronta con leggerezza, serietà e un certo gusto per il perturbante l’annosa questione della terza età. Questa serie tv prodotta dai Duffer Brothers ci insegna come la vecchiaia non sia una vera e propria pietra tombale sulle nostre vite, la cronaca di una morte annunciata, ma una nuova possibilità di vita, un nuovo inizio per poter rimediare alle occasioni mancate e per poter tornare ad amare di nuovo.
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