Oggi più che mai il cinema sente il bisogno di ripensarsi. Come conseguenza dei cambiamenti e delle innovazioni tecnologiche, oltre che della crisi economica che l’intero settore sta attraversando, diventa sempre più frequente vedere al cinema film che riflettono sulle proprie modalità di rappresentazione, soprattutto su come esse cambiano. Solo negli ultimi mesi, infatti, abbiamo visto opere che riflettono sul senso dell’autorialità nell’era di Netflix e nell’epoca della maturità del mezzo (Amarga Navidad di Pedro Almodòvar) e film che si ripensano per intero a fronte della possibile fine della settima arte (Resurrection di Bi Gan). Raramente, però, si riflette su quanto le immagini odierne al cinema siano orrende.
Questo è il fulcro del Dracula di Radu Jude – un maestro contemporaneo del cinema d’autore e della provocazione. Attraverso una messinscena allo stesso tempo barocca e tracotante, povera e respingente, il regista rumeno sfrutta il celebre classico di Bram Stoker per riflettere sui legami tra immagini contemporanee, politiche culturali della società globalizzata e derive politiche di estrema destra. Nel farlo, però, non ha paura di mettere in scena un caleidoscopio di tre ore fatto di immagini approssimative, volgari e visivamente orrende, spesso generate tramite l’intelligenza artificiale: è proprio tramite questa bruttezza generalizzata inflitta al suo pubblico che Dracula espone gli orrori di una società sempre più volta verso la sua fine.
Dracula di Radu Jude è stato distribuito, dopo un breve passaggio nelle sale italiane, sul servizio di streaming IWonderFULL dal 29 giugno 2026.
Radu Jude moltiplica Dracula

Il Dracula di Radu Jude non adatta direttamente il romanzo come aveva fatto, tra gli altri, Francis Ford Coppola: il testo di Stoker è al tempo stesso un pretesto e una matrice narrativa che il film ripete all’infinito. La cornice narrativa di questo Dracula, infatti, vede per protagonista un regista rumeno (Adonis Tanța) incaricato di dirigere un adattamento cinematografico del celebre romanzo di vampiri. Per supplire alla sua crisi artistica, il regista chiede a un’intelligenza artificiale di realizzare un film che sappia incontrare il gusto del pubblico commerciale.
La macchina esegue i suoi ordini e gli genera ben sedici versioni del film che ha richiesto, ognuna differente dalle altre per genere e approccio al materiale di partenza, ma tutte accomunate dalla bruttezza e dalla rozzezza nella realizzazione. Nel corso delle sue tre ore di durata vediamo diverse variazioni sul tema del vampiro più famoso della Storia: tra le altre, vale la pena citare una versione girata come fosse un film muto; una girata come se fosse un musical; una in cui Dracula è un capitalista proprietario di una fabbrica che sfrutta i suoi dipendenti, e un’altra in cui è un politico conservatore che invoca la protezione della patria dagli stranieri.
Il provocatuer rumeno – realizzando il primo adattamento del romanzo di Stoker girato in Transilvania da un regista rumeno – moltiplica così la narrazione del romanzo di Stoker in variazioni infinite e in modalità completamente originali, inaspettate e perfino sacrileghe rispetto al materiale di partenza – il primo minuto del film consiste di inquadrature realizzate con l’IA in cui varie versioni del personaggio di Dracula, guardando “in macchina”, dicono la stessa battuta: “Sono Vlad l’Impalatore, Dracula. Succhiatemi il cazzo!“.

Questa moltiplicazione delle sezioni del film mette a tema una delle caratteristiche più evidenti dello scenario visuale contemporaneo, la riproduzione all’infinito delle stesse immagini: come al cinema si riadattano sempre le stesse proprietà intellettuali e si portano su schermo sempre più frequentemente personaggi già noti o immagini standardizzate fatte per piacere agli algoritmi, così online è facile trovare sempre le stesse foto (di qualità tendenzialmente bassa) che ritraggono gli stessi posti, gli stessi tramonti, gli stessi eventi, le stesse persone.
Jude così adatta al cinema la sensazione anestetizzante e narcotica dell’esposizione a ore e ore di doomscrolling sui social. Il suo film, infatti, è pensato sì per costruire provocatoriamente delle immagini che possano piacere al pubblico del cinema commerciale, ma anche per restituire il tedio, la bruttezza e la grossolanità di quelle stesse immagini create per esser consumate rapidamente sui nostri schermi portatili al fine di asservire un processo di rifocillamento continuo dell’algoritmo e di fruizione immediata e acritica di contenuti brainrot.
IA al cinema, tra povertà tecnica e problemi etici
Una delle caratteristiche estetiche più evidenti del Dracula di Radu Jude è l’eterogeità delle immagini di cui è composto: nello stesso film coesistono immagini riprese con macchine da presa professionali, video realizzati con l’iPhone, immagini realizzate tramite IA e filmati d’archivio rimontati e ricontestualizzati.
Questo approccio così disomogeneo all’immagine caratterizza tutta l’ultima produzione di Jude: lo si poteva già vedere nel film Sesso Sfortunato o Folle Porno, film vincitore dell’Orso d’Oro alla Berlinale 2021 e nel successivo Do Not Expect Too Much From The End Of The World, forse il suo capolavoro in cui, a una classica regia da cinema d’autore, il regista rumeno oppone clip di classici del cinema rumeno e video in cui vengono impiegati massicciamente i filtri di Snapchat.

L’autore rumeno, dunque, non è nuovo a questo uso ludico e giocoso delle nuove tecnologie audiovisive e al loro inserimento all’interno del cinema. In questo senso, nessuno più di Jude sembra il regista più adatto (o quantomeno, il più incline) a sperimentare un uso così massiccio dello strumento dell’IA per la produzione di immagini filmiche – pur non essendo il primo a farlo, pensiamo ad Aggro Drift di Hamony Korine che integra tale strumento invece degli effetti visivi in CGI e a At Least I Will Be 8 294 400 Pixel, corto di Marco Talarico presentato alla Settimana della Critica 2024, dove ha vinto il premio al Miglior Contributo Tecnico.
Le immagini generate tramite lo strumento dell’intelligenza artificiale generativa pervadono l’intero film in modalità sempre diverse – a volte occupano un’intera sezione del film, altre volte ricostruiscono le immagini più difficili da realizzare a causa di creature fantastiche o contenuti fin troppo espliciti per poter essere filmati, altre ancora vengono generate immagini quasi solo per soddisfare un certo ed esibito gusto della bruttezza.
È infatti proprio nella loro generale rozzezza e povertà tecnica che Jude trova interesse nelle immagini generate dall’IA. In Dracula, infatti, queste immagini rimodulano in maniere grottesche e incomplete delle immagini già esistenti, rubandone l’iconografia e ricreandola con una povertà estetica non trascurabile 1 e marcatamente evidenziata dalla messinscena tracotante e provocatoria di Jude. L’AI slop imperversa nella pellicola e divora l’immaginario cinematografico con le sue immagini deformi, con la sua tecnica assai povera e con un immaginario povero e monco.
Radu Jude inserisce tali immagini – appare chiaro durante la visione – proprio per riflettere sulla modalità in cui queste figure rimasticate e sputate da una macchina stanno pian piano sostituendo nel nostro orizzonte visivo e mediale le riproduzioni tecniche, tipiche della fotografia e del video. L’impasto audiovisivo omogeneo del Dracula di Jude finisce per comprendere anche le immagini generate dall’IA proprio per mettere alla berlina il loro essere ormai parte integrante del mediascape odierno, della modalità in cui concepiamo, vediamo e pensiamo il mondo – ovvero, attraverso l’immaginario vomitato da un algoritmo.

Pur approcciando dunque l’uso di questa tecnologia per scopi di satira e di riflessione estetica, Dracula di Radu Jude pone comunque in essere un problema di natura morale ed etica: quanto è giusto usare al cinema la tecnologia dell’IA, anche se per scopi satirici e di critica?
Questa domanda nel panorama odierno si fa sempre più importante e urgente. Nelle ultime settimane rispetto a quando si sta stendendo questa recensione, infatti, si sono verificati tre eventi importanti per il rapporto tra cinema e IA: la presentazione all’ultimo Festival di Cannes del documentario di Steven Soderbergh John Lennon: The Last Interview, ampiamente criticato proprio per aver fatto uso di immagini generate per via IA; l’accordo di finanziamento stipulato tra A24 e DeepMind, sussidiaria di Google AI; e infine l’abbandono da parte di Amazon MGM Studios di Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino incentrato su alcuni giorni della vita di Sam Altman, CEO di OpenAI2.
In un momento storico in cui i rapporti tra l’industria cinematografica e le compagnie di tech sono sempre più stringenti e saldi, e in cui prendere una posizione critica su questi fenomeni in rapidissimo sviluppo risulta rischioso per un artista, come nel caso di Guadagnino, l’impiego di immagini generate con l’IA risulta quantomeno discutibile da un punto di vista etico – senza peraltro considerare le già note critiche verso questa nuova tecnologia rispetto all’ingente utilizzo di energia (cosa decisamente riprovevole soprattutto nel momento storico attuale in cui la crisi climatica è una realtà sempre più concreta) e rispetto all’impiego di opere d’arte protette da copyright per l’addestramento delle IA, portando quindi a una forma massiva di furto di proprietà intellettuale.

Il Dracula di Radu Jude si pone al crocevia di queste questioni, oggi sempre più fondamentali, in una posizione non facile: da un lato, l’atteggiamento assai critico verso la tecnologia che impiega è evidente nel film e coerente con le riflessioni del suo autore, il quale pare inserire l’IA in modo sensato nei termini di economia del film; dall’altro, tuttavia, un uso così spropositato di queste forme estetiche moralmente ed eticamente ambigue rafforza soltanto i dubbi e le perplessità di chi è già critico verso questa tecnologia.
Radu Jude, d’altro canto, da buon provocateur col suo Dracula sembra porre una domanda prima ancora che offrire una risposta. Sta a noi spettatori approcciarci al film proprio per riflettere in maniera complessa e non semplicistica rispetto a una questione così stringente per la nostra società in questo momento storico.
Dracula: una società deformata e votata all’autodistruzione
L’operazione messa in campo da Radu Jude segue pienamente lo spirito che ha reso il suo cinema così riconoscibile nel panorama del cinema autoriale contemporaneo. Con lo sguardo disincantato e grottesco sul mondo contemporaneo che caratterizza il regista, Dracula descrive la parabola di un mondo sempre più alla deriva, vista attraverso la degenerazione della Romania (e non solo) contemporanea, da un punto di vista culturale oltre che politico.

Il film di Jude, infatti, traccia una linea marcata e audace tra il personaggio di Stoker, la degenerazione culturale e il dilagare delle politiche di estrema destra nel mondo. Come, infatti, Dracula – personaggio della letteratura britannica che si è appropriata degli scenari della Romania rurale dell’Ottocento – succhia il sangue alle sue vittime, così l’immaginario estetico pluriforme e caotico del contemporaneo ruba, riadatta e cita da opere già esistenti in un loop postmoderno infinito che porta a dei simulacri di baudrillardiana memoria. Allo stesso tempo, tra questi significanti estetici senza più significato, le politiche estremamente conservatrici si appropriano proprio di questi strumenti di comunicazione e di queste icone culturali tradizionali per rafforzare i propri messaggi e i propri valori.
Elemento non secondario e fondamentale della pellicola di Jude è la sofisticazione del discorso, la quale può passare assolutamente inosservata data la natura esteticamente povera e l’insistita volgarità della messinscena e dei contenuti – molte delle storie e delle immagini proposte dal regista rumeno presentano contenuti assolutamente volgari, che non risparmiano continue e rimarcate scene esplicite di sesso e di nudità a volte fine a sé stessa.
L’intelaiatura della struttura narrativa, infatti, più che ispirarsi al romanzo di culto di Bram Stoker, si richiama esplicitamente al Frankenstein di Mary Shelly (per la natura disorganica e disomogenea della sua struttura) e, in maniera più sottile, al Decameron boccaccesco (per il ritratto della contemporaneità fatto di licenziosità e fantasia). Intessuti all’interno del Dracula di Jude, tra un’immagine realizzata con l’IA e una ripresa realizzata mediante iPhone, vi sono difatti richiami a opere culturali di rinomata foggia, che siano cinematografiche – come i già citati lavori di Coppola – o letterarie – su tutti vengono richiamati tre classici della letteratura rumena: In treacat di Nicolae Velea, Povestea Poveștilor di Ion Creangă e Vampirul di G.M. Amza e Al. Bilciurescu.

Questa ricchezza di riferimenti e di opere intrecciate all’interno del film rende l’operazione sicuramente più ricca e traccia una continuità con i precedenti lavori del provocateur rumeno, soprattutto col precedente Do Not Expect Too Much From The End Of The World. Dracula, infatti, pare continuare la riflessione sull’apocalisse già evocata nel titolo dell’opera precedente: il nichilismo di Radu Jude, già pienamente espresso nel suo capolavoro, non è minimamente attenuato e traspare più evidentemente che mai dalla stessa realizzazione povera e rozza, colta e volgare del film.
L’orrore dell’immaginario cinematografico contemporaneo in Dracula, con le sue immagini grossolane e respingenti, sembra quasi dare forma all’apatia e alla bruttezza del mondo in cui viviamo, sempre più confuso e sempre più vicino alla fine.
In quest’ottica, Jude realizza così forse uno dei ritratti più veritieri, più accorati e disperati del nostro tempo: un’opera che sfida ed esaspera lo spettatore solo per costringerlo a guardare in faccia alla realtà, sempre più alla deriva e sempre più pericolosa, in cui siamo immersi. Dracula, così, sfrutta proprio quegli immaginari che permeano la nostra quotidianità per evadere dal mondo doloroso e agonizzante in cui viviamo, per far cadere il velo di Maya e, attraverso la finzione, mostrarci la follia e la bruttezza che ci circonda tutti i giorni, mostrarci un mondo che pare dirigersi sempre più inesorabilmente verso la sua catastrofica fine, nell’indifferenza generale di persone annebbiate dai simulacri brainrot che abitano i nostri smartphone.

Volgare e colto, rozzo e raffinato, divertente e inquietante, Dracula di Radu Jude è un film multiforma, caotico, complesso, denso, giocoso e inclassificabile: un’opera che al tempo stesso esaspera lo spettatore e lo fa riflettere, lo rincoglionisce con il linguaggio del brainrot online e lo fa divertire, costringendolo a guardare in faccia l’orrore del nostro tempo e la bruttezza delle immagini che produciamo. Dracula finisce così per essere un cortocircuito di immagini, di estetiche, di opere culturali e di media al tempo stesso debordante e demente, idiota e raffinato, acuto e nichilista.
Il vero mostro, sostiene con questa sua opera il maggiore provocatore del cinema d’autore contemporaneo, non abita le immagini del cinema dell’orrore: sono le immagini stesse ad essere e a sintetizzare tutto ciò che di orrido oggi ci sia.
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- È doveroso dover far notare che questo film è stato realizzato tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, quando le immagini generate tramite IA non avevano la qualità tecnica ed estetica cui siamo abituati già solo dopo un anno dalla prima presentazione del film: in questo periodo la tecnologia è talmente migliorata da arrivare a creare immagini fotorealistiche e personaggi dal character design verosimile a quelli dei prodotti d’animazione CGI che si vedono in televisione e al cinema, come dimostrano i personaggi dell’italian brainrot diventati virali l’anno scorso o quelli di Fruit Island divenuti popolari lo scorso inverno. ↩︎
- Durante la stesura di questa recensione è stata resa nota l’acquisizione dei diritti internazionali del film da parte di NEON, la quale vuole puntare sul film per la prossima stagione dei premi – rendendolo così un candidato di prim’ordine agli Oscar 2027. ↩︎
