Dieci anni sono passati dall’uscita di La La Land, e il musical di Damien Chazelle mantiene intatto il suo fascino continuando ad incantare platee di spettatori che si lasciano ancora incantare dalla più grande fiaba del regista di Providence, dalle sue musiche, i suoi colori e dalla chimica inscalfibile tra Emma Stone e Ryan Gosling. Un inno ai folli e ai sognatori, che Chazelle ha cercato di declinare in una nuova forma nel 2022.
Quel Babylon che, da sua potenziale opus magna, si è rivelato invece una cocente bocciatura da vaste parti di critica e pubblico: quattro anni dopo, però, Babylon mantiene uno zoccolo duro di fedelissimi e chissà che, come spesso è avvenuto in quasi 130 anni di cinema, non venga rivalutato col trascorrere del tempo.
Babylon e La La Land condividono molti più tratti di quanto si possa immaginare ad una prima occhiata. In occasione, quindi, del decimo anniversario del capolavoro di Chazelle, scopriamo insieme perché sono uno il negativo dell’altro.
La La Land e Babylon, here’s to the fools who dance

Sulla carta, se ci si ferma ai risultati, i due film non potrebbero essere più lontani. La La Land è stato un successo universale, conquistando all’unanimità pubblico e critica e portando a casa, tra gli altri, sei Oscar – il premio al miglior film andato a Moonlight sanguina ancora, tra parentesi – che lo hanno cementificato come un instant classic e il film che ha ridefinito il musical nel nuovo millennio, facendo breccia nei cuori di una vastissima audience. Le canzoni sono dosate, perfettamente organiche nella storia e tutte memorabili, dall’iconica Another Day of Sun di apertura alla struggente The Fools Who Dream finale, accompagnate da una componente strumentale allo stesso modo immortale (ci arriviamo).
E Babylon? Quella che al momento rimane l’ultima fatica di Chazelle (sarà in punizione?) si è rivelata un cocente flop al botteghino: appena 65 milioni di dollari, a fronte di un budget di 110 (risultato in cui, a onor di cronaca, ha influito la lieve concorrenza di tale Avatar – La via dell’acqua…); non è andata meglio con il giudizio della critica, che l’ha ritenuto confusionario e kitsch, per dirne alcune.
Le critiche a Babylon sono spesso e volentieri corrette. Il film con Margot Robbie è, semplicemente, esagerato: straborda di eccessi, poiché Chazelle, cercando di dipingere la follia della Hollywood degli anni Venti, finisce per perdere il timone di una pellicola che cerca in tutti i modi di scioccare e di correre costantemente a cento all’ora.
Eppure, risulta difficile volere male a Babylon. È, per così dire, facile affezionarsi al perfetto equilibrio tra nota e celluloide di La La Land (e con questo non si intende assolutamente sminuire il film); Babylon, al contrario, è affascinante proprio nella sua evidente imperfezione, sono i suoi difetti che lavorano tanto quanto i suoi pregi a costruire un risultato a suo modo unico. Proprio come i suoi protagonisti, Chazelle stesso vola troppo vicino al sole, scoprendo quanto intensamente possa ardere la fiamma del successo e quanto amara sia la caduta che lo segue.

La La Land e Babylon condividono lo stesso rovente cuore: la rincorsa ai propri sogni, e ciò che essa comporta. Il primo si muove nell’atmosfera onirica di una Los Angeles sospesa nel tempo, colorata e magica. Un sogno in Technicolor che resta a lungo inarrivabile per la Mia di Emma Stone e, trasversalmente, per il Sebastian di Ryan Gosling, alla ricerca di un modo per riportare il jazz in auge nell’età moderna.
La Hollywood moderna Babilonia del secondo, invece, è ben collocata cronologicamente (1926). Nella grande terra delle opportunità si corre senza freni, e il posto più magico al mondo diventa ben presto un incubo vorace che inghiotte le vite di tutti coloro che vi si lanciano alla disperata ricerca di un posto nel firmamento delle stelle.
Entrambi si aprono con una sequenza travolgente: l’inarrestabile ballo in autostrada sulle note di Another Day of Sun, che è già un classico, da una parte, e la bulimica, estrema festa a casa di Wallach dall’altra, che non lascia tirare il fiato per un secondo. Entrambi ci ricordano il prezzo delle ambizioni: la perenne, impossibile scelta tra amore e carriera, o il costo di dedicare tutta la propria vita alla rincorsa, rimanendo inghiottiti nella spirale di ascesa e caduta.
Cromaticamente, se La La Land è blu, Babylon è rosso, tanto vicino quanto lontano.
Il gioco delle coppie: Mia e Sebastian, Manny e Nellie

Il cuore di La La Land sono, ovviamente, loro: Mia e Sebastian, Emma Stone e Ryan Gosling. Aspirante attrice lei, musicista squattrinato lui: si conoscono, non si piacciono, si incontrano nuovamente e si innamorano follemente, fino a quello sguardo finale, che è un colpo che non passerà mai.
Il cinema ci ha insegnato che l’amore può arrivare ovunque, anche a far scendere Rachel dall’aereo nell’ultima puntata di Friends. La La Land, al contrario, ci ricorda che, spesso, nella vita non è così: a volte l’amore non basta, e che persino in un rapporto perfetto si è costretti a fare un passo in un’altra direzione per inseguire i propri sogni – o un passo indietro per consentire all’altra persona di farlo, viceversa.
Grazie anche alla chimica inarrivabile tra Stone e Gosling, con Mia e Sebastian ridiamo, gioiamo e piangiamo, passando anche per una scena di litigio estremamente realistico, ricordando cosa si deve sacrificare nel viaggio verso i propri obiettivi, e che amare significa anche lasciare andare. Il desiderio del meglio per quella persona prevale, e basta, anche a distanza di anni, un semplice cenno ed un sorriso, più di mille parole.

Il Manny di Diego Calva e la Nellie di Margot Robbie non possono raggiungere, per forza di cose, la profondità del rapporto tra Mia e Sebastian. Un po’ perché Babylon è un film più corale (ricordiamo anche il terzo protagonista Brad Pitt, più Jovan Adepo e Li Jun Li), un po’ perché la loro storia è molto più da manuale hollywoodiano, voluto richiamo alla Golden Age in cui è ambientato.
Due aspiranti attori che bramano di diventare star e far parte di qualcosa di più grande, che nel corso degli anni si prendono, si amano, si danneggiano e si trascinano a vicenda sempre più in basso, scoprendo quanto profondo e oscuro sia il lato oscuro della Luna a cui tanto hanno aspirato.
Manny e Nellie sono molto più archetipi – l’ingenuo sognatore e la stella autodistruttiva – che personaggi stratificati, come lo stesso Jack Conrad di Brad Pitt, il divo che diventa obsoleto col passaggio al sonoro. Nella loro minore complessità servono però allo scopo del grande affresco-baraonda che è Babylon, e che mantiene proprio per questo il suo fascino.
Justin Hurwitz, la mano tra La La Land e Babylon
Un altro trait d’union fondamentale tra La La Land e Babylon è, ovviamente, il compositore Justin Hurwitz. Compagno di college e amico di Chazelle, ha firmato la colonna sonora di tutti i suoi film, senza mai sbagliare una nota, con una connessione in particolare proprio tra quelle dei due film di cui parliamo oggi.
Creare un musical di successo significa correre sul filo di un rasoio, o sulla corda di un violino che dir si voglia, estremamente affilato: bilanciare le parti cantate in maniera che risultino al contempo memorabili ma non esagerate, organiche ma non onnipresenti.
In La La Land le canzoni sono solamente sei, nessuna delle quali sembra mai un riempitivo: ognuna ha il suo ruolo preciso nel proseguire la storia e nel fare da specchio alle emozioni dei protagonisti. Perfino Start a Fire, cantata da John Legend, ha il suo scopo proprio nel suo essere la più pop del lotto e distinguersi musicalmente rispetto alle altre: il simbolo dell’allontanamento di Sebastian da tutto ciò che ha amato fino a quel momento.
Dalle sopracitate Another Day of Sun e The Fools Who Dream, passando per Someone in the Crowd, A Lovely Night e, naturalmente, City of Stars, premio Oscar alla miglior canzone, ogni pezzo è a suo modo travolgente, che sia per la gioia, per la nostalgia o la speranza, ed è rimasto scolpito nella memoria dei fan a distanza di anni. È un requisito fondamentale per ogni musical di successo, qualcosa che titoli come il piccolo gioiello Tick Tick Boom! (2021) e il magnifico I Peccatori dello scorso anno hanno capito, e che invece è stato tra le ragioni del cocente insuccesso di Joker: Folie à Deux (2024).
La parte strumentale di La La Land ha un peso specifico enorme, pari a quella cantata, e crea un’indimenticabile atmosfera fiabesca che trova qui un altro punto di contatto con quella di Babylon. A cominciare dai temi dei protagonisti: il romantico Mia & Sebastian’s Theme, che trova il suo corrispettivo nel Manny and Nellie’s Theme, simile ma più ritmato.
Brani come Ain’t Life Grand di Babylon s’intrecciano musicalmente con Epilogue di La La Land, spiccando in una colonna sonora che compensa l’assenza di canzoni con una varietà enorme di emozioni, dal nostalgico, al sentimentale, allo scatenato (come dimenticare la travolgente Voodoo Mama della scena di apertura?). Dalle luci sfavillanti di Hollywood ai fiumi di alcol e droga delle feste private, passando per oscuri scantinati di pericolosi gangster, il comparto strumentale è probabilmente l’unico in cui i due film rivaleggiano ad armi pari.

La La Land e Babylon sono, infine, due grandi, appassionate lettere d’amore al Cinema, che sia al massimo splendore del Technicolor musicale degli anni Cinquanta (ma arrivando fino ai lavori di Fred Astaire e Ginger Rogers di vent’anni prima) o all’epoca d’oro dei grandi divi del cinema muto degli anni Venti.
A livello oggettivo non c’è dubbio che il confronto penda molto più da una parte che dall’altra. Lo scopo di questa riflessione non è però decretare il migliore (e non c’era di certo bisogno di noi): La La Land e Babylon rappresentano due facce dello stesso dollaro, così vicini e così lontani, ma molto uniti nel loro cuore. Entrambi sono un manifesto dell’importanza di inseguire i propri sogni, del prezzo che ciò comporta, e della nostalgia che rimane quando la musica finisce e si aprono gli occhi, mentre il sole sale all’orizzonte. Forse non sarà durata molto, ma what a run it has been.
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