Il Rumore delle Cose Nuove (Paolo Genovese, 2026)

ROFF 21 – Il rumore delle cose nuove, intreccio di destini borghesi

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Autore di alcuni dei più grandi successi del cinema italiano recente come Perfetti Sconosciuti o FolleMente, Paolo Genovese torna al cinema con il suo ultimo lavoro, Il rumore delle cose nuove, dramma corale che ha aperto la 21a Festa del Cinema di Roma. Attraverso il racconto di sette destini che s’incrociano nella Milano di oggi, il nuovo lavoro del regista romano esplora le dinamiche nascoste e pericolose nelle relazioni odierne, fatte di non detti e di gabbie in cui i personaggi si costringono, senza particolari esiti felici.

Il rumore delle cose nuove uscirà nelle sale italiane il 12 novembre 2026 distribuito da 01 Distribution.

Il rumore delle cose nuove, destini incrociati a Milano

Il Rumore delle Cose Nuove (Paolo Genovese, 2026)

Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Genovese ed edito Einaudi, Il rumore delle cose nuove racconta la vita di sette personaggi, le cui vicende sono tra loro intrecciate in modalità differenti e inaspettate. Andrea (Stefano Accorsi) e Andreina (Vittoria Puccini) vivono un momento di crisi poiché lui vuole un figlio, ma lei si rifiuta di concepirlo. Tutto cambia nella loro vita di coppia quando Andrea incontra per caso Viola (Claudia Pandolfi), attrice caduta un po’ in disgrazia che, dopo anni di tentativi col marito sound designer Ralph (Lino Musella), è riuscita ad avere il tanto agognato figlio – il loro superficiale idillio, tuttavia, è ben lontano dall’essere ciò che sembra.

Per una pura casualità, Ralph conosce Alba (Emanuela Fanelli), donna povera e incolta sposata con un marito violento e abusante, Umberto (Edoardo Pesce); tra i due nasce un’inaspettata e tenera amicizia. Sarà proprio questo legame che Alba instaura con Ralph, nonché quello con Elio (Claudio Santamaria), uno strano uomo misantropo a causa della sua disabilità, che consentirà alla donna di iniziare a immaginarsi un futuro migliore per sé stessa. I destini di questi sette personaggi, apparentemente collegati in maniera esile l’uno all’altro, finiranno con lo scontrarsi in un tragico evento che cambierà la vita di tutti loro e il loro futuro.

Nell’adattare il suo romanzo, Paolo Genovese narra le vicende ordinarie di un gruppo di uomini e donne, principalmente borghesi, che si scontrano con le gabbie che hanno costruito attorno a loro stessi, grazie alle relazioni che hanno instaurato e al loro approccio alla vita. I sette individui protagonisti de Il rumore delle cose nuove sono chiamati a confrontarsi, nel corso dei dodici anni che la narrazione copre, con la loro natura di esseri ambigui e umani, in cui orgoglio e timore, violenza e desideri, menzogne e sotterfugi s’intrecciano senza soluzione di continuità.

I protagonisti de Il rumore delle cose nuove affrontano dolori e perdite, separazioni e compatibilità, tradimenti e nuovi amori in un intreccio di vite che racconta il complicato tessuto di relazioni in cui l’individuo è immerso e col quale è chiamato a confrontare sé stesso e la propria moralità, ma anche le nuove possibilità affettive che gli si spalancano. Nelle nuove e continue relazioni che s’instaurano tra i diversi personaggi si intravedono destini nuovi e dinamiche diverse, possibilità nuove di felicità tra personaggi tristi e complicati, incapaci di cambiare il loro destino coniugale e affettivo ormai in crisi se non attraverso nuove forme di escapismo sentimentale.

L’umanità raccontata da Paolo Genovese ne Il rumore delle cose nuove, pur nella sua piattezza in termini di classe sociale – solo Umberto e Alba appartengono al sottoproletariato, gli altri cinque personaggi rientrano pienamente nell’alta borghesia milanese -, insegue una complessità in cui caratteri eminentemente negativi si fondono a pulsioni umane e benevole, tra chi è violento in casa ma per lavoro aiuta bambini malati terminali e chi, mosso da istinto paterno, inizia a perseguitare un’intera famiglia infiltrandosi al suo interno in modalità sempre più equivoche e moralmente riprovevoli.

Il rumore delle cose nuove rappresenta, così, per Genovese il tentativo di esplorare le complicate relazioni di un’umanità altrettanto complessa, che inciampa e sbaglia eppure in tali errori riesce a vivere pienamente. Tale tentativo, tuttavia, appare ben lontano dal risultare riuscito.

Il rumore delle cose nuove, un racconto confuso e patetico

Il Rumore delle Cose Nuove (Paolo Genovese, 2026)

Paolo Genovese è probabilmente l’unico regista italiano in grado di realizzare opere fondate sul cosiddetto high concept, ovvero idee universali, facilmente comunicabili e di grande semplicità e immediatezza: cosa succederebbe se a una cena tutti i commensali condividessero i messaggi e le telefonate con il resto della tavolata? Cosa succede nella testa di un uomo e di una donna al loro primo appuntamento? È proprio l’high concept, questa unione di semplicità e immediatezza, che rende il suo lavoro riconoscibile e di successo. Il rumore delle cose nuove, di contro, non ha nulla di tutto questo.

Costruito attraverso una narrazione non lineare che presenta gli eventi attraverso un continuo saltare in avanti e indietro nel tempo, Il rumore delle cose nuove risulta un racconto inutilmente intricato non solo negli eventi, ma anche nella presentazione degli stessi, impostata per svelare man mano la complessità supposta dei suoi protagonisti attraverso dettagli e retroscena fino a quel momento inediti. Il risultato di questa impostazione, tuttavia, finisce per generare confusione attorno a una narrazione che, in fondo, non è così diversa da moltissimi altri film drammatici prodotti nel nostro Paese.

Le vicende de Il rumore delle cose nuove non sono altro, a ben vedere, che drammi borghesi costruiti attorno a tradimenti, incomprensioni e incomunicabilità delle coppie moderne (salvo il caso del personaggio di Alba, interpretata da un’Emanuela Fanelli nel suo miglior ruolo drammatico, che presenta l’arco narrativo decisamente più complesso e delicato tra precariato e violenza domestica). La supposta ricerca di complessità nei personaggi, data la loro quantità per un abbastanza ristretto spazio narrativo, si traduce spesso in contraddizioni superficiali, incapaci di scavare veramente a fondo nella complessità della vita contemporanea come il film vorrebbe. Il materiale narrativo ricalca, insomma, molti dei drammi di Gabriele Muccino, senza l’immediatezza e il portato generazionale che caratterizzano il suo lavoro.

Non aiuta alla riuscita della pellicola la scrittura a opera dello stesso Genovese assieme a Igor Artibani, talmente seriosa da risultare involontariamente comica in più passaggi, non ultimo il tragicissimo climax in ambulanza che ha scatenato l’ilarità della proiezione festivaliera. Neanche sotto il profilo tecnico Il rumore delle cose nuove appare particolarmente brillante: la regia risulta blanda e senza guizzi, se non pil continuo ricorso alla macchina a mano; il montaggio è costruito su continue dissolvenze in nero per passare da una scena all’altra; la fotografia, rivestita di una patina grigia che mira a restituire la gravitas delle vicende, oltre che il grigiume del capoluogo lombardo, appare spenta e senza alcuna vita, un po’ come la pellicola nel suo complesso.

Nel tentativo di staccarsi dall’immagine di regista di commedie di successo per approcciarsi a quella di autore drammatico, Paolo Genovese firma uno dei suoi film peggiori, incapace di entrare in dialogo con qualsiasi forma di realtà o di complessità contemporanea lasciando spazio a stereotipi e archetipi narrativi di cui il nostro cinema è ormai pieno, riproposti senza una vera originalità e pregnanza. In un Paese in cui il dramma familiare è talmente presente nel tessuto culturale e cinematografico da insinuarsi persino nelle nostre opere di genere, Il rumore delle cose nuove non è solo incapace di rinnovare un tale canone fin troppo ingombrante, ma non risulta neanche particolarmente godibile sul più immediato piano narrativo e tecnico.

Non bastano una narrazione non lineare e delle buone performance di alcuni membri del cast a innalzare il livello di originalità e di pregnanza di un’opera. A Il rumore delle cose nuove, tuttavia, manca qualcosa di ancora più profondo: l’autenticità. L’ultima fatica di Genovese, nel tentativo di costruire un’opera più impegnata e riflessiva, confonde l’attenzione verso l’umana condizione con il dramma, il pathos: il risultato è, a ben vedere, un film incapace di risultare autentico, vero, sincero, impegnato com’è nel presentarsi profondo e riflessivo.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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