Nella sezione Orizzonti dell’82esima edizione del Festival di Venezia è stato presentato il nuovo film di Carolina Cavalli Il rapimento di Arabella, con protagoniste Benedetta Porcaroli e la debuttante Lucrezia Guglielmino. Dopo un folgorante debutto nel 2022 con Amanda, commedia triste dai toni morettiani, la giovane regista Carolina Cavalli torna nelle sale con un film che si muove nella giusta direzione della sua maturazione artistica. Dal 4 dicembre 2025 al cinema, distribuito da Piper Film.

Holly e Arabella
Il rapimento di Arabella inizia con ben due prologhi, uno per protagonista: assistiamo all’incontro fra Holly, giovane adulta disincantata che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, e la piccola Arabella, una furbissima ragazzina di otto anni figlia di un padre che la trascura (Chris Pine). Le due si incontrano nel parcheggio di un fast food e si sentono immediatamente attratte l’una dall’altra: Arabella vede nella ragazza un modo per allontanarsi e punire il padre della sua negligenza, mentre Holly si convince di aver incontrato una versione di sé stessa proveniente dal passato grazie ad uno strano fenomeno fisico per cui “lo spazio e il tempo si incagliano.”
Credits: Aleksander Kalka, La Biennale di Venezia- Foto ASAC
Inizia così un sentito road-movie: Arabella si allontana dal padre assecondando le fantasie della nuova amica e Holly finisce per inavvertitamente rapire la piccola con l’idea di portarla da una ballerina amica di sua madre che quando era bambina aveva riconosciuto il suo “essere speciale” e aveva provato a convincerla a ballare da professionista; quel sogno sfumò quando Holly finse di zoppicare solo per divertimento, convincendo inavvertitamente la ballerina Granatina che non avesse il corpo adatto per la danza. Ora, con una versione di sé stessa ancora plasmabile a portata di mano, Holly è decisa a realizzare il suo sogno retroattivamente.

Guardarsi dentro è complesso, spesso fa male e comporta l’alienarsi dal mondo circostante, almeno nella prima fase dell’introspezione. Tutto sembra soverchiante e tutto ci racconta di quei momenti della nostra infanzia che ci hanno cambiato la vita senza rendercene conto. Il rapimento di Arabella è la rappresentazione visiva del processo di guarigione affrontato in qualsiasi percorso di terapia: rimettersi in contatto col proprio bambino interiore e accettarlo per chi è, piuttosto che per chi vorremmo fosse.
Il Rapimento di Arabella e lo stile di Carolina Cavalli
Al centro di Il Rapimento di Arabella sta questo: i sogni infranti che ogni adulto si porta dietro. Cavalli è particolarmente brava nel comunicare il senso di assoluto abbandono provato dai suoi protagonisti e per Holly questa solitudine coincide con la perdita dell’innocenza necessaria per credere ancora nelle proprie aspirazioni. “Tu ballerai, così finalmente tutti ti ameranno” dice ad Arabella, che della danza classica non vuole sapere nulla. “Noi siamo una generazione di caduti in trappola” aggiunge la Porcaroli in una delle scene finali: Carolina Cavalli riesce così ad intercettare quel profondo disagio giovanile che ha strozzato le aspirazioni delle ultime tre generazioni.
Questo sguardo sul mondo dell’infanzia in opposizione a quello degli adulti non può non richiamare alla mente i complessi rapporti familiari che popolano i film di Wes Anderson. I Tenenbaum (2001) in particolare sembra apertamente dialogare con Il rapimento di Arabella per via della loro comune tesi: esistono tanti bambini costretti a comportarsi da adulti che spesso devono interagire con adulti incapaci di non comportarsi come bambini. Il disagio di Holly è profondo, radicato nella sua estrazione borghese -come era anche per la titolare protagonista di Amanda– e nell’incomunicabilità che permea il mondo contemporaneo.
Credits: Andrea Avezzù, La Biennale di Venezia – Foto ASAC
Ma oltre a Wes Anderson, evocato anche dalla costruzione di immagini spesso simmetriche, la recitazione comica deadpan indica una lontana parentela con il cinema del finlandese Aki Kaurismäki: personaggi alieni interagiscono in situazioni al limite dell’assurdo, cercando calore e conforto nelle rispettive stranezze. Di sottofondo rimane un attanagliante senso di malinconia, che Cavalli rende manifesta in Il Rapimento di Arabella attraverso lunghi monologhi-invettiva della sua protagonista: Benedetta Porcaroli si fa alter-ego abrasivo e insofferente per la sua regista come Michele Apicella lo era per Nanni Moretti.
Per quanto il salto in avanti rispetto ad Amanda sia evidentissimo sia in termini produttivi che autoriali, continua a mancare qualcosa da questa miscela: divertente a tratti, commovente sul finale, nuovo nelle forme -ovviamente secondo gli standard italiani- Il Rapimento di Arabella è la conferma che la voce di Carolina Cavalli sia importante e fresca, ma ancora in fase di maturazione. Aspetteremo con trepidazione di vedere cosa la regista ci riserverà per il futuro.
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