Di tutti i generi cinematografici classici, il noir è senza dubbio quello più ambiguo, le cui regole sono più sfidanti degli altri prodotti delle major hollywoodiane: il bene e il male sono concetti sfumati e meno netti, i tipi umani protagonisti di queste storie – il detective solitario, la femme fatale, i gangster – vivono di passioni e di tentazioni, di violenza e di sesso, l’atmosfera che si respira è meno rassicurante e semplicistica, più cupa e disillusa.
Nella lunga e articolata tradizione del genere – di cui abbiamo già analizzato, in questo Noirvember, Il Bandito di Alberto Lattuada – una pellicola ha saputo mettere a tema e sfidare la complessità che caratterizza il genere noir più di molte altre: L’infernale Quinlan (Touch of Evil), pellicola del 1958 diretta, scritta e interpretata da Orson Welles. Ricordata anche per la sua storia produttiva controversa, l’ultima pellicola americana del regista di Quarto Potere è stata capace di mettere a sistema – attraverso una storia di confini e di soglie varcate, di uomini in cui bene e male convivono simultaneamente – tutto ciò che rende il noir quel genere così anticonvenzionale, così schietto e così irresistibile come lo ricordiamo oggi.
Alle origini di un capolavoro: la travagliata produzione de L’infernale Quinlan
Gli anni ’50 sono stati un periodo particolarmente movimentato per Orson Welles: dopo gli anni ’40 in cui è passato dall’essere un genio precoce per il suo esordio, Quarto Potere, all’essere l’autore di opere particolarmente costose e poco remunerative per le casse della RKO Pictures, come L’Orgoglio degli Amberson, il regista decide di trasferirsi e di lavorare in Europa, dove firmerà alcune opere di modesto successo – un adattamento dell’Otello (1951) e Rapporto Confidenziale (1958). Sarà dopo questi progetti che la Universal lo chiamerà in California per dirigere il suo nuovo progetto, un noir appunto.

A seguito di un modesto successo commerciale di un romanzo crime – Contro tutti di Wade Miller, edito in Italia tra i Gialli Mondadori -, la Universal ne acquisisce i diritti per un adattamento cinematografico puntando ad avere nel ruolo protagonista Charlton Heston, l’indimenticato protagonista del successivo kolossal peplum Ben-Hur di William Wyler. Heston è interessato, ed è proprio lui a fare il nome di Welles per la regia: egli accetta non solo di dirigere la pellicola, ma anche di recitare nei panni del titolare Quinlan – da cui il titolo italiano L’Infernale Quinlan (in inglese il film si chiama Touch of Evil) – e di riscrivere il copione dello sceneggiatore per la TV Paul Monash.
Al termine di un mese di riprese – in cui Welles scriverà un ruolo piccolo ma molto significativo solo per poter far recitare la sua amica, nonché indiscussa diva della prima metà del Novecento, Marlene Dietrich -, L’Infernale Quinlan passa in moviola, e qui (si perdoni il gioco di parole) inizia per Welles l’inferno: l’intero processo di montaggio è caratterizzato da forti divergenze creative tra l’autore del film e i produttori della Universal, culminate in una serie di reshoot ordinati dallo studio e in un montaggio che stravolse completamente la visione del regista.
Welles, dopo aver visionato il materiale montato, mandò alla casa di produzione un promemoria lungo 58 pagine in cui chiedeva una serie di modifiche che permettessero al film di avvicinarsi alla sua personale visione: il memo fu ignorato, e il film uscì nelle sale nella versione voluta dalla Universal. Fu proprio alla base di questa esperienza che Orson Welles decise di non lavorare mai più in America, e così fu: L’Infernale Quinlan è stato l’ultimo film statunitense del regista.

La versione della Universal de L’Infernale Quinlan uscì infine nell’aprile 1958 nell’indifferenza del pubblico americano, mentre oltreoceano il film fu particolarmente amato; oggi il film è considerato una delle vette più alte della produzione del suo regista. Dovranno passare quarant’anni prima che la visione di Welles potesse arrivare sul grande schermo: il montatore Walter Murch (storico collaboratore di Francis Ford Coppola, nonché una figura capitale nei settori del montaggio e del sound design) assieme al produttore Rick Schmidlin nel 1997 ha infatti rimesso mano ai materiali per ricostruire, partendo dal memo scritto da Welles, la visione de L’Infernale Quinlan pensata dallo stesso autore, uscita poi l’anno seguente.
La versione restaurata de L’Infernale Quinlan è la versione oggi in commercio, caratterizzata da un minutaggio maggiore (dai 96 minuti originali agli attuali 111′), nonché da aggiustamenti in termini di montaggio e missaggio sonoro – da quelli più leggeri ad alcuni più evidenti, su tutti la scelta di restituire il piano sequenza di apertura del film senza titoli di testa né senza colonna sonora, e alternare in sede di montaggio le storyline dei personaggi di Heston e di Janet Leigh.
L’infernale Quinlan: una sfida ai confini
Fine anni ’50: una giovane coppia di neo-sposini ha appena attraversato il confine tra Messico e Stati Uniti, quando un’automobile di un facoltoso imprenditore statunitense esplode davanti ai loro occhi. Il neo-marito è in realtà l’agente speciale messicano Ramon Miguel Vargas (Heston), che si mette subito a seguire le indagini dell’increscioso incidente, capitanate dal rispettato e “infernale” ispettore capo Quinlan (Welles). Da qui prende avvio una complicata matassa di crimini, intrighi e complotti, che fanno tutti capo alla famiglia messicana Grandi, seguita dallo stesso Vargas a causa del loro coinvolgimento nel narcotraffico – la stessa famiglia che sembra voler inseguire Susie (Leigh), la neo-sposina statunitense di Vargas.

A partire da un romanzo di consumo, Welles con L’Infernale Quinlan non si limita ad adattarlo, ma lo trasforma in uno dei più grandi noir di tutti i tempi, un film capace di mettere a tema e sistematizzare tutte le caratteristiche che rendono il genere quello che è. L’intero film, difatti, si gioca attraverso una serie di confini e di dualismi che vengono superati, rimarcati su tutti dal confine geografico nei cui pressi l’intera vicenda: la macchina all’inizio viene caricata con dell’esplosivo in territorio messicano e, una volta superato il confine, finisce per esplodere negli Stati Uniti.
Questo momento fondamentale per la narrazione viene messo in scena ne L’Infernale Quinlan attraverso un piano sequenza che prima mostra la macchina, poi segue la coppia Heston-Leigh mentre superano il confine con gli USA. Più che una semplice scelta stilistica – coerente con lo stile ampolloso e pieno di Welles -, questo celeberrimo piano sequenza trasfigura l’operazione stessa de L’Infernale Quinlan: attraverso due dei suoi personaggi principali Welles mette a tema il superamento di confini, di categorie, di dualismi e opposizioni – elemento fondamentale del genere noir, in cui si va “al di là del bene e del male”, al di là del morale e dell’immorale, in un mondo di non facili categorizzazioni fatto di estremi e pulsioni viscerali dell’animo umano.
Questo superamento di dualismi si riscontra in modo evidente ne L’Infernale Quinlan nell’opposta categorizzazione dei due volti della legge: da un lato Vargas – giovane uomo messicano, appena sposato con una statunitense, fedele allo Stato cui risponde, mosso dalla logica e con una bussola morale ben salda e definita, sicuramente l’unico personaggio nell’opera che cerca quantomeno di fare del bene -; dall’altro Quinlan – presentato qui in Italia sin dal titolo come luciferino: un anziano statunitense dal passato a dir poco tormentato, vedovo di moglie, ferito alla gamba a seguito di un inseguimento finito male, veterano dal pugno di ferro che è mosso principalmente dall’intuito più che dalla ratio, un ex-alcolista rispettato da tutti con conoscenze anche con il mondo della criminalità.

La conflittualità tra Quinlan e Vargas, tra due modelli di rispetto della legge, attraversa tutto il film, mosso in un mondo fatto di corruzione, di immoralità e di depravazione: negli Stati Uniti raccontati da Welles e fotografati con chiaroscuri indimenticabili da Russell Metty – capaci di restituire il senso di cupezza e di angoscia che attraversa la pellicola – dominano gli anfratti più oscuri dell’animo umano, le pulsioni sensuali e di dipendenza (ovunque pullulano strip club, spacciatori, sostanze allucinogene e figure ambigue come quella di Tanya, la già citata Dietrich). L’America raccontata da L’Infernale Quinlan è, dunque, un luogo in cui il bene e il male sono ormai concetti superati, nel più classico degli stilemi del noir.
All’epoca de L’Infernale Quinlan lo stile di regia wellesiano ha ormai raggiunto da tempo la maturità: l’opulenza della messinscena dell’autore di Quarto Potere – caratterizzata da piani sequenza virtuosi e da un uso consapevole di profondità di campo – trova la sua piena concretizzazione nell’indimenticabile confronto finale, in cui il suono di un registratore riverbera e simula un’eco naturale, segnalando così una sempre maggiore naturalizzazione degli strumenti tecnici nel lavoro della polizia. Il confronto finale tra i due protagonisti, tra i due modi di vivere e interpretare la legge, getta una luce di speranza – sia pure macchiata col sangue.
Considerato non solo una delle vette del cinema di Welles ma anche uno dei migliori film noir della storia del cinema, L’Infernale Quinlan incapsula al suo interno la contraddittorietà di una società corrotta, il superamento di qualsiasi categoria morale di un mondo – quello americano – in cui il crimine, il sesso e la dipendenza dilagano in ogni dove.
Welles, alla sua prima e unica esperienza con il noir (da regista; da attore non si può infatti trascurare la sua indimenticabile performance ne Il Terzo Uomo di Carol Reed), lascia il segno con un’opera che non solo capisce profondamente il suo genere, ma lo sistematizza, lo mette a tema, lo segna, insomma, in maniera indelebile di modo che chiunque gli sia seguito non possa non rifarsi al suo esempio quando vuole creare un mondo cupo e sospeso, un mondo senza legge né bene né speranza.
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