«Odio l’estate», il trio è tornato

C’erano una volta Aldo e Giovanni. Poi venne Giacomo, e nacque un trio. Presto “il” trio. Da lì teatro, TV e infine cinema. Una carriera con picchi talmente alti la cui caduta portò tristezza, ma anche uno strano fenomeno social: il culto. Sì, perché mentre Il Cosmo sul Comò (2008), Il ricco, il povero e il maggiordomo (2014) e l’innominabile Fuga da reuma park (2016) segnavano la decadenza di una filmografia al limite dell’irrecuperabile, internet ignorava tutto questo trasformando i fasti del passato in meme senza tempo. La soluzione era dunque dietro l’angolo: tornare all’origine, lì dove un’intera generazione cresciuta a Tre uomini e una gamba (1997) e Chiedimi se sono felice (2000) ha deciso di rimanere, ignorando stanchi revival e attendendo un vero ritorno. È con Odio l’estate che tutto questo sembra avvenire, ritrovando sempre loro: Aldo Giovanni e Giacomo (senza virgola), di nuovo con il regista del successo, Massimo Venier.

Hanno dovuto separarsi un po’ (senza però mai ammetterlo del tutto) per capire che se non è proprio il caso di reiterare all’infinito ciò che ti ha reso famoso, perlomeno bisogna capirlo. E in Odio L’estate, in sala dal 30 gennaio, non c’è la stanca riproduzione del passato (come accadeva in maniera letterale in Fuga Da Reuma Park), bensì la sincerità che lo aveva caratterizzato. Odio L’estate è dunque la formula del trio riattualizzata, privata delle maschere grottesche degli ultimi film e ripercorsa senza troppa autoreferenzialità (comunque presente).

Non mancano però le differenze con i film del successo, una delle quali strutturale e travolgente. L’assenza d’incanto. E no, non è un difetto.

Dicevamo Aldo e Giovanni, poi Giacomo. Divenuti Aldo Giovanni e Giacomo. Questo nella realtà (come raccontata). Mentre in Odio L’estate, seppur si racconti un primo incontro dei tre, sembra più che altro mostrarsi la loro storia più recente. Quella che li vedeva divisi, ognuno per una strada che ha riportato sempre lì: su un set diretto da Massimo Venier. C’è dunque Aldo. Padre di tre figli e fannullone sempre in malattia. Poi Giovanni. Sfortunato negoziante di solette, anch’esso padre e con qualche problema di comunicazione (e forse di impotenza). Infine Giacomo. Il ricco dentista, «Dentist Of The Year». Non si conoscono, fino a uno sfortunato incidente. La casa vacanze che ognuno di loro ha prenotato è la stessa. Per errore dell’agenzia non possono dunque far altro che condividere l’abitazione. Tre uomini diversissimi sotto uno stesso tetto, ma anche tre famiglie antitetiche obbligate alla convivenza. A rivelarsi inaspettato in questo Odio l’estate non è infatti esclusivamente la rinnovata alchimia dei tre, ma anche l’efficacia di comprimari mai così divertenti in un loro film (proprio così: dimenticate Silvana).

Il trio di uomini e padri è infatti anche un trio di donne e mogli, interpretate da Carla Natoli, Maria di Biase e Lucia Mascino. Loro tre la prima grande sorpresa di Odio l’estate, capaci non solo di traghettare alla ricostituzione del tanto atteso trio (portata a compimento dopo quasi un’ora di film), ma anche di definirsi storia a se stante ricca di spunti comici.

La sceneggiatura di Venier, come la sua regia, non insegue morbosamente il trio, e così non cede alle richieste di un pubblico famelico di scene instant cult. Non si fa mancare nulla ovviamente, nemmeno la riproposizione della storica partita di calcio sulla spiaggia da Tre uomini e una gamba (con tanto di Che cos’è l’amor di Capossela), ma ci arriva giocando sull’attesa, sul gustarsi la semplicità di un film che fuor di campagna promozionale è sì il ritorno del trio, ma anche una piacevole commedia.

Ovviamente però, scavalcato il primo tempo, ci si trova nel più caratteristico dei momenti: il camera car con il trio che (seppur con la pacatezza che richiede un rapporto tra semi sconosciuti) si insulta, scherza e strappa alla sala l’attesa risata.

Odio l'estate

La struttura pacata e meno confusionaria dei precedenti film riporta ai dialoghi di Chiedimi se sono felice, in cui il quotidiano virava nello straordinario solo nel momento in cui la commedia sembrava sul punto di venir meno. Qui però allo straordinario non ci si arriva, anzi, si cade all’improvviso in una realtà che mina la commedia. Questa la grande differenza (e novità) per il trio. L’assenza di un incanto. Si scopre quindi il coraggio di non risolvere ogni cosa con il miracoloso svelamento di meccanismi teatrali (come nel finale di Chiedimi se sono felice) o religiosi (Così è la vita). Ai protagonisti di Odio l’estate alcune cose non vanno per il meglio, e quando ci si attende la risata, la battuta o il ribaltamento in chiave comica ci si trova come traditi, colpiti da attimi di realtà che è la carica nostalgica di questo film. L’effetto nostalgia di Odio l’estate non è infatti nel ricordare il passato (ancora una volta: fuga da reuma park), ma nello svelare il presente. Quello di un trio di uomini invecchiati, alle prese con i problemi irrisolvibili di una vita ormai avviata. Giovanni in tal senso è la figura più emblematica, disperato per l’imminente chiusura del suo negozio, preso in giro da un meschino ex compagno di liceo e destinato a non evolvere mai all’interno del film. La sua parte di storia è quella dall’inizio alla fine, e seppur Venier mostri alcune possibilità allo spettatore (come a invitarlo a prevedere un finale che però mai avviene), la risoluzione non arriva e il film si apre a uno spaccato di malinconia. Perché è vero che il trio è tornato e le sue parole sanno di realtà, ma è anche vero che quella realtà non è più quella dei trentenni di chiedimi se sono felice, per cui la vita è un teatro che può sempre andare avanti, bensì quella di sessantenni sui cui avvenimenti ben si sposano le canzoni amare di Brunori Sas. Artista nei cui pezzi, due dei quali inediti, ritroviamo il trio, quello di ora. Sempre divertente, ma sincero con ciò che è diventato.

Leggi anche:
Piccole donne, la rivincita di Greta Gerwig

Odio l'estate

«Partire è un po’ morire» ci dice Aldo a inizio film. «Una minchiata», conclude. E forse lo è davvero, e vale anche per loro tre. Perché quella commedia sincera di fine anni ’90, per molto tempo unico contraltare al regno dei cinepanettoni, e ora forse all’impero dei Zalone, sembra ancora possibile. Aldo Giovanni e Giacomo riescono quindi nel più inaspettato dei risultati, rendendo onore al passato, ringraziando il pubblico e cambiando in itinere la formula che li ha portati al successo. Potrebbe essere un nuovo inizio, o uno splendido saluto. Ma messe da parte le incognite rimane un film che riesce a emozionare e a strappare sorrisi, forse destinati a un rinnovamento di quel culto fermo a quindici anni fa. Quel che è sicuro è che ancora una volta, e forse con un po’ di malinconia in più, il trio ci ricorda che Così è la vita.

Seguici su NPC Magazine

Alessandro Cavaggioni