Presentato nella sezione Gran Public della 21a Festa del Cinema di Roma, Elsinore – già vincitore dell’International People’s Choice Award allo scorso Toronto International Film Festival – mette in scena la storia di Ian Charleson e il conflitto tra la sofferenza del suo corpo malato di AIDS e lo sforzo fisico di portare sul palcoscenico l’Amleto. Una pellicola però dal sapore vetusto e accomodante nel parlare di HIV, di omosessualità e del trauma di una generazione.
Elsinore sarà distribuito nelle sale italiane il 28 gennaio 2027 da Lucky Red.
Elsinore, il corpo malato tra palcoscenico e vita

Londra, 1989. Ian Charleson (Andrew Scott) è un attore conosciuto principalmente per aver preso parte a Momenti di gloria, la cui colonna sonora lo perseguita come memento mori del suo unico ruolo noto. L’attore in realtà ha ben altre aspirazioni: sogna di recitare a teatro «la più grande parte che si possa recitare», ovvero l’Amleto di Shakespeare. Proprio quando arriva l’occasione di interpretare la parte – il regista Richard Eyre (Johnny Flynn) gli chiede di rimpiazzare l’attore Daniel Day-Lewis, che senza spiegazioni abbandona improvvisamente il palco del National Theatre -, Ian scopre delle macchie viola sul suo corpo: i primi segni dell’AIDS che in pochi mesi corromperà il suo corpo.
Ian avvia così la terapia, guidata dalla pioniera di studi sull’HIV, la dottoressa Margaret Johnson (Olivia Colman), che prevede il riposo assoluto del paziente. L’attore, di contro, alterna ai cicli di terapia le prove sfiancanti della tragedia shakespeariana. Elsinore traccia così il ritratto di un uomo conteso tra la sua malattia e la vitalità provata sul palcoscenico, tra la sua queerness segreta e il genocidio di omosessuali rappresentato dalla malattia – di cui si fa fiero e pubblico oppositore nella pellicola Derek Jarman, interpretato da David Dawson -, tra la costrizione del corpo e la forza di volontà della mente.
Diretto da Simon Stone, Elsinore racconta una storia di malattia e di resistenza, attraverso la vera storia di Ian Charleson che ha combattuto con i limiti imposti dal proprio corpo per realizzare il suo sogno di vivere sul palcoscenico la storia tragica di amore, di morte e di famiglia di Amleto. L’opera shakespeariana ha un ruolo a ben vedere marginale all’interno della pellicola, come richiamo a motivi universali che riverberano nella storia di Charleson – la morte, l’amore, il teatro.
Proprio in questo elemento si ravvisa, tuttavia, uno dei limiti del film di Simon Stone, vale a dire il didascalismo dell’intera operazione. Elsinore, difatti, non prende alcun rischio in termini sia narrativi sia di messinscena, ma ripropone gli stilemi del biopic senza alcun guizzo né idea originale. Il suo racconto è molto tradizionale nel mettere in scena le difficoltà di un’impresa importante ed epocale, e nel richiamarla alla tragedia shakespeariana (uno spettacolo che, come sostiene Richard Eyre nel film, contiene l’intera esperienza umana) – come attesta un finale che in questa sede non si rivelerà -, evidenzia un didascalismo che lascia profondamente insoddisfatti.
Elsinore, racconto dallo sguardo morboso e accomodante

Se l’approccio all’impresa personale di Elsinore è particolarmente didascalico e innocuo, più preoccupante è il modo in cui la pellicola tratta il tema della malattia. Il conflitto centrale del film di Simon Stone, difatti, non risiede tanto nella psicologia di Ian Charleson, nella sua tenacia mentale nell’affrontare la condizione e lo stigma di una persona malata di AIDS, quanto nel suo corpo malato e decadente. Ciò che viene raccontato del personaggio al centro della pellicola è soltanto la sua sfida al decorso della malattia per poter calcare le scene.
Elsinore sceglie così di focalizzarsi principalmente sulla narrazione del corpo tumefatto e marcescente, come sottolineato dalle inquadrature che insistono sulle macchie viola, sui corpi omosessuali in ospedale, sui dettagli medici e anatomici che restituiscono il lato più immediato e spettacolare della malattia. La pellicola di Stone non indaga il trauma personale o collettivo dell’AIDS all’interno della comunità queer dell’epoca, né appare interessata ad approcciare con complessità tale tema (come ha fatto, ad esempio, Estranei di Andrew Haigh, in cui si esplora la solitudine di un uomo gay che è sopravvissuto a tale periodo traumatico della storia LGBTQIA+).
Il film è, piuttosto, interessato a gettare uno sguardo morboso sui corpi decadenti di omosessuali malati, nella completa incuria di una società omofoba e pregiudizievole – tema completamente ignorato da Elsinore a tal punto da non menzionare mai il fatto che sia ambientato negli anni del governo di Margaret Thatcher, noto per le sue posizioni profondamente conservatrici e omofobe, come ci racconta altro cinema inglese degli ultimi anni (Pride di Matthew Warchus, Blue Jean di Georgia Oakley).
Tale ossessione per il decadimento fisico si manifesta, nella sua forma più subdola, nelle continue inquadrature in cui i comprimari toccano le mani di Charleson, lo coccolano o lo abbracciano. Un immaginario che richiama, ovviamente, la diceria per cui all’inizio dell’epidemia di AIDS si temeva il contagio tramite contatto diretto con gli infetti e confutata dalle celebri foto di Lady Diana nelle quali interagiva direttamente con i malati per rompere tale stigma. Un immaginario che, si converrà, appare particolarmente datato rispetto alla sensibilità contemporanea, e che non risulta necessario reiterare in una pellicola del 2026.
Un approccio così spettacolarizzante e morboso al tema dell’AIDS e della malattia, ancorato a immaginari ormai superati, attesta una visione talmente vetusta di Elsinore a tali questioni da risultare paradossalmente accomodante per un pubblico borghese e cis-eterosessuale, incapace o disinteressato a relazionarsi con rappresentazioni complesse, articolate di quello che è stato vissuto dalla comunità LGBTQIA+ come un vero e proprio genocidio. Il film di Simon Stone, limitandosi a raccontare solo il decorso individuale della malattia di un paziente, attesta la sua incapacità di elaborare in maniera più complessa e psicologicamente pregnante ciò che l’HIV rappresenta per chi lo contrae e per la comunità che ne è stata più attaccata.
Nel far questo, Elsinore finisce così per riproporre un’idea di cinema rimasta ai primi anni Novanta, in cui l’AIDS non è una questione politica, sociale o generazionale, ma una semplice malattia che porta alla morte. Mantenendosi sul crinale di tale visione del virus, la pellicola non si allontana dalle aspettative che un pubblico eterosessuale e borghese possa avere su un film incentrato sulla malattia: il racconto di un uomo omosessuale che soffre di una malattia per l’epoca incurabile ma che, con tenacia e resilienza, riesce, se non a debellare il morbo, quantomeno a realizzare il suo sogno di calcare le scene, sia pur con tanti sacrifici.
In una delle sequenze chiave della pellicola, Ian Charleson litiga con Derek Jarman nell’atrio dell’ospedale dov’è in cura: alla resistenza del personaggio interpretato da Andrew Scott a voler fare pubblicamente coming out come omosessuale e come sieropositivo, il regista gli rinfaccia di aver occultato la propria identità per farsi piacere dal pubblico eterosessuale che domina a Hollywood. A ben vedere, Elsinore finisce per manifestare lo stesso problema: attraverso uno sguardo morboso e feticisticamente ossessionato dal corpo malato, finisce per rinnegare la propria identità (potenziale) di queer cinema per rendere appetibile a un pubblico non queer la propria storia – in funzione, evidentemente, di concorrere ai prossimi premi Oscar.
Che le performance di Olivia Colman e soprattutto di Andrew Scott siano ottime e papabili di statuette dorate nei mesi a venire è davvero fuor di dubbio, eppure è impossibile non uscire da Elsinore con l’amaro in bocca. Il finale – che richiama quello di Hamnet – Nel nome del figlio – usa un montaggio dei momenti di sofferenza e di gioia attraversati dal protagonista e chiude nel pieno ricatto emotivo un film concettualmente vecchio, che presenta il corpo omosessuale come esclusivo luogo di sofferenza, l’AIDS come una serie di sintomi da guardare ossessivamente, il cinema come un luogo per cui piangere (forzatamente).
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