Un film al giorno, guida definitiva alla quarantena

Per la vita perfetta il critico e regista francese Francois Truffaut consigliava «tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica». La ricetta, da sempre al limite dell’impossibile, si rivela in questi giorni di forzata reclusione più vicina a realtà. Abbiamo già avuto modo di consigliarvi le letture con cui accompagnare questo lungo mese, ma è giunto il momento di affrontare il calendario e programmare le visioni dei prossimi giorni. Dopo aver segnalato i migliori cult Netflix, gli imperdibili di Rai Play e Amazon Prime Video, ecco la nostra personale guida cinefila alla quarantena. Un film al giorno, tanti generi, qualche cult, un paio di perle e alcuni classiconi. 23 film per sopravvivere alla quarantena, restando a casa, ma rimanendo svegli.

Scegliete il giusto disco (qui nel dubbio la playlist NPC) e iniziamo l’immersione.

Guida alla guida

Per ogni giorno è proposto un film, da venerdì 13 marzo a venerdì 3 aprile. Dunque 22 film, e una loro possibile alternativa. Dunque non fermarti al titolo, potresti scoprire qualcosa di nuovo. Il percorso è costruito seguendo un montaggio discontinuo, cercando di non creare una confort zone. Le proposte sono pensate per stimolare con storie ed estetiche anche opposte, costruendo un filo conduttore tra temi antitetici.

Alcuni dei film sono opere prime, dunque possono essere inviti alla visione di un certo regista o genere. Il percorso è dunque flessibile. Primi capitoli di saghe possono portarvi a sviare dal tragitto, per proseguire lungo storie che, forse, non vi aspettavate. Buona lettura, buona visione e buona permanenza in casa.

Giorno 1: «Boyhood» (2015), di Richard Linklater

Anno: 2014
Durata: 165 minuti
Regia/Soggetto/Sceneggiatura: Richard Linklater
Interpreti: Ellan Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette

La filmografia di Richard Linklater sarebbe già un percorso a sé, e se Boyhood vi convincerà ad approfondire potrete scoprire storie di profonda intimità e amore per la vita. Intanto però: Boyhood. Non la storia di un ragazzo qualsiasi, bensì lo sconfinamento tra fiction e documentario attraverso le riprese dello stesso attore dai sei anni d’età in poi. La storia della vita di Mason Evans (Ellan Coltrane) è ripresa da Linklater attraverso lo scorrere del tempo, con una produzione iniziata nel 2002 (dal titolo The Twelve Years Project) e conclusasi nel 2014. Ogni anno Linklater richiamava la troupe e avanzava con il film, catturando la vera crescita dei propri attori, ma proseguendo con il copione. Un film falso come la verità, che dilata e ristringe il tempo, portando lo spettatore a percepire la velocità dei cambiamenti. Ci si affeziona al personaggio, come all’attore, percependo la bellezza della vita che si distende in immagini semplici e quotidiane. Il film perfetto per iniziare questo periodo di quarantena, perché mostra il tempo a nostra disposizione e il suo essere semplicemente quotidianità che avanza.

Inoltre, è un film che finisce con due sorrisi. Quello del protagonista e quello dello spettatore. E basta già questo a mettere di buon umore.

Dove vederlo: Amazon Prime Video

In alternativa: iniziamo a sviare. Se volete cominciare questo percorso con il romanticismo, ma il discorso sul tempo che avanza vi ha affascinato, Linklater è ancora il vostro uomo. Sua infatti la trilogia dell’amore, dedicata a una coppia e al suo evolversi negli anni: Before Sunrise (1995), Before Sunset (2004) e Before Midnight (2013). C’è chi dice esista una vita prima, e una vita dopo aver visto la trilogia.

Giorno 2: «Whiplash» (2014), di Damien Chazelle

Anno: 2014
Durata: 105 minuti
Regia/Soggetto/Sceneggiatura: Damien Chazelle
Interpreti: Miles Teller, J.K Simmons, Melissa Benoist

Percorso discontinuo, dicevamo. E allora cambiamo ritmo. Letteralmente. Whiplash è l’opera seconda di Damien Chazelle, regista noto per Lala Land e ingiustamente ignorato per First Man. Racconta la storia di Andrew (Miles Teller), giovane batterista jazz dai grandi sogni. Il film però non è l’ennesimo sciorinamento del sogno americano e del tutto-possibile, bensì una messa in scena cruda e ritmata del sacrificio richiesto dai propri desideri. Whiplash è il nome del pezzo che Andrew ricorda e il primo batterista della bandi di Terence Fletcher (J.K Simmons) no. Da qui una possibilità, diventare primo batterista della sua orchestra e iniziare a vivere il sogno. Se però questa sarebbe la fine di qualsiasi altro film, per Whiplash è solo l’inizio; una prima macchia di sangue tra le molte che Andrew riverserà sulla batteria. Il rapporto tra Miles Teller e J.K Simmons è uno dei più intensi del cinema contemporaneo, forte di una colonna sonora che (ancor più che in Lala Land) sostiene e conduce l’intero film. Se con Boyhood si finisce sorridendo, con Whiplash sarà il battito del cuore (a tempo con Andrew!) a dirvi qualcosa.

Damien Chazelle, prima di Lala Land, a mostrarci il musical della verità. Forse ancora più forte e sentito dello sguardo finale tra Mia e Sebastian.

Dove vederlo: Netflix

Alternativa: se avete voglia di musica, ma anche di tranquillità (e un po’ di illusione), Tutto può cambiare (2013) con Keira Knightley e Mark Ruffalo è un buon filmetto da compagnia.

Giorno 3: «Il lato positivo» (2012), David O. Russell

Anno: 2012
Durata: 122 minuti
Regia/Sceneggiatura: David O. Russell
Interpreti: Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro

Adattamento del romanzo di Matthew Quick, Il lato Positivo aleggia nelle conversazioni generiche sui film di piacevole e interessante visione da ormai qualche anno, e non senza buone ragioni. La pellicola di David O. Russell (regista de American Hustle) vede Bradley Cooper e Jennifer Lawrence combattere assieme contro i fantasmi del passato. Lui ha perso casa, moglie e lavoro. Lei il marito. Con la scusa di un aiuto reciproco impareranno a conoscersi, preparando una gara di ballo e rimettendo in discussione la propria vita. Il film è semplice, ma per questo efficace. Accanto alla coppia, la famiglia. Qui Russell inserisce lo specchio della depressione e della malattia raccontata nel film, con Robert De Niro che interpretando il padre di Bradley Cooper ruba la scena in pochissimo tempo. La speranza nel lutto e nella malattia è ciò che (letteralmente, visto il titolo) Il Lato Positivo invita a guardare, riuscendoci più nel percorso che nel finale, ma lasciando comunque molto su cui riflettere.

Dove vederlo: Netflix

Alternativa: Se fosse stato disponibile su qualche piattaforma, la scelta per il terzo giorno sarebbe ricaduta su Captain Fantastic. Film di Matt Ross con un perfetto Viggo Mortensen. Storia di una famiglia che esce dalla propria reclusione nella natura selvaggia per celebrare il funerale della madre. Dolce, immediato, Captain Fantastic è un bel racconto della nostra società, di noi stessi e dell’essere famiglia. Disponibile sul PlayStore e altri servizi di noleggio digitale, un paio di euro spesi (pardon, investiti) bene.

Giorno 4: «La città incantata» (2001), di Hayao Miyazaki

Anno: 2001
Durata: 125 minuti
Regia/Sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Sono tre i film d’animazione selezionati per questo percorso. Dal momento che su Netflix sono ormai disponibili 14 film dello Studio Ghibli (che NPCMagazine sta analizzando di settimana in settimana con una Rubrica dedicata), si è pensato di sceglierne uno a rappresentanza. Il più banale, direte. Non del tutto però. Ci sono alcune ragioni per cui vedere ora La città incantata di Hayao Miyazaki può aiutarci a superare questo momento di apparente stallo. La storia è infatti quella di una normalità stravolta. La piccola Chihiro e la famiglia giungono in un paese abbandonato, e mentre i genitori si fermano ad abbuffarsi (venendo per questo trasformati in maiali) la piccola scopre un luogo segreto e incantato. Qui, per sopravvivere e salvare i genitori, dovrà cambiare nome e trovare lavoro. Non è il racconto del bene contro il male, bensì un percorso di sopravvivenza, che si fa avanzando senza una causalità obbligata. Il film è stato scritto di giorno in giorno, di frame in frame, si fa dunque rivelandosi allo spettatore e concedendo quelli che il critico Roger Ebert ha definito «fotogrammi densi di generosità e amore». In questi giorni di incertezza Chihiro è un modello da seguire, dal momento che il suo stesso nome porta il significato di «essere alla ricerca», «fare domande». Ossia essere in vita, a differenza dei genitori che, cedendo alla facile attrazione del cibo, si trasformano in animali. Chihiro è Odisseo nel mondo degli spiriti, ed è ciò che dobbiamo continuare ad essere anche noi. Un film che è storia dell’animazione, del Giappone e, neanche a dirlo, del cinema. Da rivedere oggi, domani e ancora cento volte.

Dove vederlo: Netflix

Alternativa: tuffatevi nel catalogo dei film dello Studio Ghibli ad occhi chiusi, non rimarrete delusi in nessun caso.

Giorno 5: «Snowpiercer» (2013), di Bong Joon-ho

Anno: 2013
Durata: 126 minuti
Regia/Soggetto/Sceneggiatura: Boong Joon-ho
Interpreti: Chris Evans, Song Kang-ho, Go Ah-sung

Sì, è lui. Il regista di Parasite. Quella che diresse nel 2013 non era però una storia originale, bensì la trasposizione di una serie a fumetti francese ambientata nel 2031 in un mondo decimato dall’era glaciale e attraversato da un treno contenente i pochissimi sopravvissuti. Nonostante il genere fantascientifico non siamo però distantissimi dai temi del film premio Oscar. Permane infatti un conflitto tra classi che si definisce dalla dinamica di movimento dei propri protagonisti. Se in Parasite lo spostamento è verticale (dai bassifondi allagati dell’abitazione dei Kim all’eden sopraelevato dei Park), in Snowpiercer è orizzontale e attraversa sfrecciando su un treno un mondo in cui, nonostante la devastazione, permangono le differenze. Con una co-produzione Stati Uniti e Corea del Sud (per quest’ultima la più costosa di sempre), Snowpiercer è un film action forse più riuscito negli intenti che nella realizzazione, ma che ha ancora qualcosa da raccontarci. L’idea di Bong Joon-ho era di un film dalle «caratteristiche multietniche, con un tono simile all’Arca di Nòe», il che non fu complesso grazie alla co-produzione con Hollywood che vide la partecipazione di stars come Chris Evans e Tilda Swinton.

Dove vederlo: Amazon Prime Video

Alternativa: per rimanere in compagnia di Bong Joon-Ho, e sentirsi parte di una narrazione al limite dell’apocalittico, si può divagare su The Host, film del 2006 presente nel catalogo Netflix. Forse uno dei migliori del regista. Racconta di uno strano mostro che semina panico e terrore tra la popolazione sudcoreana. Il racconto della gestione della crisi offre a Bong Joon-ho ampio spazio per le proprie riflessioni sociali, e a noi, oggi, offre un riflesso abbastanza familiare.

Giorno 6: «Her» (2013), di Spike Jonze

Anno: 2013
Durata: 126 minuti
Regia/Sceneggiatura: Spike Jonze
Interpreti: Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Chris Pratt, Scarlett Joahansson

Giunti quasi alla prima settimana di quarantena ci si può affidare ad un film su più binari. Un po’ love story, un po’ fantascienza (distopica), un po’ esperienza visiva (fonte hipster mano per la mano con Wes Anderson), un po’ critica sociale. C’è di tutto, e con tutto si intende Joaquin Phoenix in compagnia di una sibilante Scarlett Johansson. L’attore protagonista di Joker interpreta Theodore, uomo solitario e introverso addetto per conto di un’azienda alla scrittura di lettere private per altri. Uno dei lavori più belli che il cinema abbia inventato. Siamo in un futuro prossimo (ad ora spaventosamente più vicino rispetto a quel 2013 di uscita) in cui entra in gioco un’intelligenza artificiale personalizzata, collegata a un auricolare tramite cui dare comandi e…fare amicizia. Samantha il nome dell’assistente di Theodore, Scarlett Johansson in voce. Da qui una splendida storia d’amore da un lato (nella prima parte del film), un grottesco spaccato sulle possibilità tecnologiche dall’altro (da lì in poi). L’atmosfera creata da Spike Jonze confonde, cullandolo e risvegliandolo costantemente con questioni inerenti tanto al futuro dell’uomo, quanto alle sue eterne debolezze. Ascoltare sulla spiaggia con Theodore la splendida colonna sonora composta in un attimo da Samantha rinvigorisce il buon umore, ma spaventa irreparabilemnte.

Dopotutto, è probabilmente il film delle relazioni forzatamente a distanza di questo periodo. Tolto il finale magari, senza fare spoiler.

Dove vederlo: Netflix

In alternativa: l’altra opzione è l’invito ad approfondire Spike Jonze. Her è in un certo senso un film “controllato” se paragonato a Essere John Malkovich. Storia di un burattinaio e di un tunnel che permette di entrare nella mente di John Malkovich (sì, l’attore) per 15 minuti alla volta. Inutile dirlo: un’esperienza da fare almeno una volta nella vita.

Giorno 7: «Boogie Nights» (1997), di Paul Thomas Anderson

Film quarantena

Anno: 1997
Durata: 156 minuti
Regia/Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Mark Wahlberg, Burt Reynolds, Julianne Moore, John C. Reilly, Philip Seymour Hoffman

Giorno sette. Teoricamente si è a un terzo della quarantena. Dunque addentriamoci ancora di più in questo percorso cinefilo e abbandoniamo il XXI secolo. Non troppo, per ora. Boogie Nights esce infatti allo scadere degli anni ’90 e racconta di un altro “tramonto di decade”, cioè quello tra gli anni ’70 e ’80, ma dalla prospettiva del mondo del porno. È il secondo film di Paul Thomas Anderson (autore che più avanti tornerà) ed è semplicemente folgorante. La pornografia (che vorrebbe farsi porno d’autore) è la finestra attraverso cui Anderson mostra il mondo cambiare. Un giovanissimo Mark Wahlberg entra nell’universo del porno e velocemente si adagia in un anti-hollywood che Anderson riprende con perizia e amore per l’eccesso. L’idea di una pornografia elevata, legata anche alla storia, si frantuma di fronte all’arrivo del VHS, che toglie i porno dalle sale, ne riduce la qualità ed entra nelle case. Interessante come i discorsi ricordino ora quello che si dice del cinema in confronto a Netflix&Co.

Dove vederlo: Netflix

In alternativa: se siete tra i felici possessori del bluray di Once Upon a Time in…Hollywood potete vivere un’altra rilettura di un passaggio tra decadi, in particolare quello tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Tarantino che si dichiara senza vie traverse il cinefilo per antonomasia, tra l’altro figlio proprio di quei VHS mostrati in Boogie Nights. Talmente convinto del cinema, da usarlo per cambiare la Storia. Leonardo Dicaprio, Brad Bitt e Margot Robbie concludono da soli le argomentazioni.

Giorno 8: «Il Padrino» (1972), di Francis Ford Coppola

Film quarantena

Anno: 1972
Durata: 175 minuti
Regia/Sceneggiatura: Francis Ford Coppola
Interpreti: Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall

Film che raccontano gli anni ’70, e film che li hanno fatti. Il Padrino di Francis Ford Coppola è tra questi ultimi e tuttora si erge a capolavoro del cinema meritevole di innumerevoli revisioni. Inutile raccontare la trama, e forse anche ricordare l’incredibile interpretazione di Marlon Brando nel ruolo che non doveva essere suo, ma che lo è diventato, con successo, per poi passarne l’eredità a Robert De Niro per il secondo capitolo. Vedere Il Padrino, oltre che seguire un’epopea famigliare senza precedente, è anche scoprire la New York fotografata da Gordon Willis, colui che più volte, in compagnia di Allen, ne mostrerà poi uno spaccato diverso e irripetibile.

Neanche a dirlo, scrivere Il Padrino significa sottintendere un obbligo morale: guardare tutta la trilogia. Ecco perché per l’ottavo giorno non è proposta alternativa.

Dove trovarlo: Netflix e Amazon Prime Video

Alternativa: assente.

Giorno 9: «Days of Heaven» (1978), di Terrence Malick

Film quarantena

Anno: 1978
Durata: 94 minuti
Regia/Sceneggiatura: Terrence Malick
Interpreti: Richard Gere, Brooke Adams, Sam Shepard

Restiamo ancora un attimo negli anni ’70, con un film meno conosciuto de Il Padrino, ma meritevole dell’attenzione che il suo regista, Terrence Malick, sembra aver perso negli ultimi anni. Days of Heaven è il suo secondo film, e assieme a Badlands pone le basi per uno stilo unico, fatto di voice-over, dettagli e campi lunghissimi sulla natura e storie alienanti di amori, coppie e individui dispersi in un tempo indistinto. Esaltato nel tempo a opera di cinema puro, Days of Heaven è, come quasi tutti i film di Malick, un’esperienza meditativa. La storia di Bill (Richard Gere) ad Abby (Brooke Adams) si ambienta in una villa dispersa tra un’infinita distesa di grano. Li conosciamo come braccianti di quei campi, ma presto, grazie alla simpatia che il proprietario ha per Abby, si insediano nella casa, nascondendo la loro relazione e approfittando del ricco malato. Come Parasite la trama regge su un intreccio di bugie che conducono la classe meno fortunata nella casa del padrone, ma Malick non concede troppo spazio a riflessioni di natura marxista e si concentra invece sugli spazi, sulle relazioni (umane, prima che sociali), di tre esseri umani isolati nel nulla. Il film ha precisi intenti e il titolo stesso, colto dal Deuteronomio 11:21, ne sottolinea l’ambizione.

Alle immagini sono affidati compiti più complessi, ma anche quelli più riusciti. Perché se la trama del triangolo amoroso avanza senza troppe sorprese, lo spazio, i luoghi, nonostante possano sembrare i più statici, sono ciò su cui Malick lavora per costruire un racconto lirico. Days of Heaven è ammaliante, a volte stregato. Ogni dettaglio, può essere qualcosa di più. Come una locusta mostrata in raccordo agli eventi, e poi trasformata nell’invasione (dal palese richiamo biblico) che distruggerà l’intero raccolto nella sequenza più sorprendente del film.

Dove vederlo: Amazon Prime Video

Alternativa: si può spingere l’acceleratore e giungere al Malick più contemporaneo, con The Tree of Life. La formazione heideggeriana del regista e una precisa volontà di ricerca filosofica struttura un film sulla crescita di un bambino. Film-esperienza, forse l’ultimo vero Malick.

Giorno 10: «Fantastic Mr. Fox» (2009), di Wes Anderson

Film quarantena

Anno: 2009
Durata: 87 minuti
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura: Wes Anderson e Noah Baumbach
Interpreti: George Clooney, Meryl Streep, Bill Murray

Come giustamente sottolineato nel recente articolo di Chiara Cazzaniga per NPCMagazine: «Le famiglie andersoniane sono sempre, perennemente, disastrate e sgangherate, lontanissime dall’ideale di famiglia felice e coesa». La famiglia di Fantastic Mr. Fox, film d’animazione del 2009 tratto da un racconto di Roal Dahl, non è da meno. La famiglia di volpi al centro di questo film in tecnica stop-motion è infatti vicinissima alla rottura definitiva a causa della tracotanza del signor Fox, volpe selvatica che, sfidando ogni avvertimento, conduce la famiglia in un pericoloso appartamento proprio al centro di tre allevamenti. Ad affiancare il padre in questo bagno di vizi e umanità è il figlio adolescente, logorato dall’arrivo del cugino e in preda ai più canonici atteggiamenti dettati dall’età. Una famiglia in crisi, obbligata ad unirsi in risposta all’arrivo di un pericolo esterno, nato dalle crepe dei singoli errori dei suoi componenti. Il film di Anderson si lascia osservare come attraverso una teca, permettendo una lettura a quadri (come in un fumetto) che si dà perfetta di scena in scena, permettendo un piacevole effetto estetico e una chiarezza di narrazione al limite del logorante.

Il film perfetto per questi giorni di convivenza obbligata, in cui cercare di riscoprirsi uniti nonostante tutto.

Dove trovarlo: Amazon Prime Video

Alternativa: rimanendo in tema famiglia, Little Miss Sunshine (come il precedentemente citato Captain Fantastic) è il film on the road da vedere in compagnia per ricordarsi i propri limiti e l’importanza degli altri. La storia di una bambina condotta attraverso tutta l’America alle finali di un concorso di bellezza, assieme al nonno e ai parenti su un bellissimo furgone giallo.

Giorno 11: «Two Lovers» (2007), di James Gray

Film quarantena

Anno: 2007
Durata: 100 minuti
Regia/Sceneggiatura: James Gray
Interpreti: Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow, Isabella Rossellini

Si parlava di intreccio amoroso, più sopra al giorno 9, seppur con qualche distinguo dettato dalle volontà maggiormente universali. Torniamo sul tema, ma con un attenzione maggiore per la malattia di cui questi intrecci sono riflesso. È l’anno e mezzo magico di James Gray, regista americano di grande talento e discreta fortuna. Tra il 2007 e il 2008 dirige I padroni della notte e Two Lovers, entrambi con Joaquin Phoenix ed entrambi interessanti. Il più affascinante e riuscito è però forse questo secondo, che vede nel cast anche Vinessa Shaw e Gwyneth Paltrow. Il gioco a tre non si fa dunque con un surplus maschile, come in Days of Heaven, ma con un doppio femminile. Il melodramma di Gray gioca sul concetto di oggetto del desiderio, proponendo però sempre nelle sue contraddizioni incarnate nel suo sdoppiarsi femminile e nel suo sintetizzarsi maschile. A tal proposito Joaquin Phoenix è qui già un Arthur Fleck perfetto. Un Joker del melodramma in un clima ancor più d’ombra del villain recentemente interpretato dall’attore. Un film che sottolinea le possibili false interpretazioni che possono imporsi nel discorso amoroso, soprattutto quando di mezzo c’è una precedente condizione di malattia. James Gray trae il film da un racconto di Doestoevsky, e di questo esalta l’indagine sull’attrazione umana come motore d’azione, aggiungendone però la retorica visiva di cui il cinema è linguaggio. Two Lovers, perfetto esempio di cinema melodrammatico costruito con volontà estetiche precise e una sceneggiatura forte. Da vedere per porre in dubbio alcune certezze e trovarsi fuori da una confort zone di retorica romantica.

Dove trovarlo: Amazon Prime Video

Alternativa: più naturale, più reale, ma anche probabilmente più visto, è Marriage Story di Baumbach. Qui le ombre non sono espressioniste, non sono disegnate sul muro, sono quelle vere di una coppia che si scontra quasi sino all’annientamento. Da vedere, ma in età diverse.

Si segnala anche l’adattamento che dello stesso racconto di Doestoevsky fece Luchino Visconti, con Le Notti Bianche (1957).

Giorno 12: «Good Time» (2017), di Josh e Benny Safdie

Anno: 2017
Durata: 99 minuti
Regia/Sceneggiatura: Josh e Benny Safdie
Interpreti: Robert Pattinson, Jennifer Jason Leigh, Benny Safdie

Recentemente usciti con Uncut Gems dalla tana della cinefilia, i fratelli Josh e Benny Safdie sono registi alla ricerca della propria cifra stilistica. Già nel 2017, con Good Time, dimostrarono di avere alcune carte da giocare. Ambientato nel Queens, Good Time è un thriller scorsesiano su due fratelli criminali, uno dei quali affetto da un ritardo mentale e subito arrestato. Il tentativo di liberarlo, con la cauzione o l’evasione, si pone al centro di un film che ribalta la struttura di alcuni stilemi del genere. Un film interamente costruito sul corpo di Robert Pattinson, e dunque tanto utile per scoprire i Safdie, quanto per riscoprire l’attore. Così da non arrivare al suo Batman impreparati e apprendendo solo lì l’enorme salto in avanti fatto dall’attore che da quel maledetto Twilight ha affiancato David Cronenberg, Anton Corbijn, Werner Herzog e Robert Eggers.

Dove trovarlo: Netflix

In alternativa: restiamo con Pattinson, perché su Amazon Prime Video e RaiPlay potete vedere Cosmopolis, del grande David Cronenberg. Film claustrofobico, interamente ambientato in una limousine che attraversa la città. Al suo interno un uomo d’affare il cui unico obiettivo, nel pieno delle sommosse sociali, è andare dal parrucchiere al di là della città.

Giorno 13: «Smetto Quando Voglio» (2013), di Sidney Sibilia

Film quarantena

Anno: 2013
Durata: 105 minuti
Regia/Sceneggiatura: Sydney Sibilia
Interpreti: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Stefano Fresi, Pietro Sermonti

Parlare di rinascita del cinema italiano è affidarsi a un discorso prestabilito che pone da un lato il cinepanettone (brutto e cattivo) e dall’altro qualche buon autore giovane (giovane nel senso italiano, sui 40). C’è però un percorso meno battuto, quello che non ha paura della commedia e anzi, ne richiede di più e di qualità. Smetto quando voglio, primo di una fortunata trilogia, è quell’alternativa possibile. Satira delle condizioni lavorative del bel paese, Smetto quando voglio immagina un gruppo di precari laureati in chimica, archeologia, antropologia e lettere formare una banda di trafficanti di stupefacenti. Dalla sintetizzazione alla vendita al dettaglio. Si occupano di tutto, sfruttando le competenze tecniche che l’Italia ha invece deciso di non finanziare. C’è Edoardo Leo, Stefano Fresi (la cui carriera procede da allora abbastanza bene), Paolo Calabresi e Pietro Sermoni (due volti sempre benvoluti dai fan di Boris), ma sopratutto c’è la risata. Si ride e si ride bene, perché Sibilia ha da subito l’idea di una trilogia che si regga su un’estetica comune, una comicità sul pezzo e una buona alchimia tra protagonisti. Il risultato è un’eccezione del panorama comico italiano, con tre film che rivelano l’amore del regista per la serialità americana, da cui deriva, o saccheggia, quasi tutti i temi per ribaltarli in chiave comica, l’esplicita ricerca dell’estetica pop e l’ambizione commerciale. Mentre a Lo chiamavano Jeeg Robot si biasimava la mancata realizzazione di un Marvel Universe italiano, Sibilia ha iniziato e concluso la propria trilogia in soli 5 anni, segnando una linea di demarcazione.

In alternativa: altro film (co)prodotto Italia, con la regia dei giovani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, è Mine. Film che dalla scuola di 127 hours con James Franco cerca di ricostruire una condizione di immobilità narrativa, con il proprio protagonista (Armie Hammer) bloccato su una mina e impossibilitato a muoversi. Il tutto avviene nel deserto, quindi sotto il sole. Come potete immaginare, le allucinazioni animano non poco la cosa.

Giorno 14: «Drive» (2011), di Nicolas Winding REFN

Anno: 2011
Durata: 100 minuti
Regia: Nicolas Winding REFN
Sceneggiatura: Hossein Amini
Interpreti: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Oscar Isaac

Se negli ultimi mesi vi è capitata per mano qualche classifica coi migliori film del decennio scorso, sicuramente avrete notato Drive. La presenza di Ryan Gosling ha forse aiutato nel tempo ad allargare la platea di questo film straordinario, spartiacque per la carriera del suo regista, Nicolas Winding REFN, e primo capitolo della cosiddetta triologia del Neon. La storia ha un incipit già di per sé ribaltato: un autista di rapine organizzate è annoiato dalla sua vita adrenalinica, finché nella sua vita non entra Irene (Carey Mulligan) e suo figlio Benicio. Entrato nell’immaginario comune per l’indimenticabile scena dell’ascensore (che cambierà il vostro modo di entrarci), Drive è anche un esempio di adrenalina fredda, estetica, curata. Un film in cui il volto fermo di Gosling trova un tema, mentre attorno lui gli anni Ottanta ammiccanti di un postmoderno forse troppo consapevole di sé si sciorinano tra action movie e love story e noir. Da vedere, e rivedere.

Dove guardarlo: Netflix

In alternativa: se l’idea della criminalità adrenalinica che sfreccia su quattro ruote vi ha affascinato, ma non avete voglia di un film cupo, Baby Driver (2017) di Edgar Wright fa per voi. Ansel Elgort interpreta sempre un pilota per bande di criminalità organizzata, ma con la particolarità di soffrire di acufene. L’unico modo che ha per bloccare il fastidioso fischio è ascoltare perennemente della musica, che puntualmente Wright amalgama in un montaggio che segue il ritmo degli eventi. Anche per Elgort le cose cambiano quando conoscere una ragazza, interpretata dalla bellissima Lily James. Con lei tenterà la fuga, seppur inizialmente contro il volere del suo boss: Kevin Spacey. Proprio lui, forse in una delle ultime interpretazioni prima del caso metoo. Film folle, divertente, adrenalinico: James Wright al suo meglio, con una colonna sonora da risuonare a fine visione.

Giorno 15: «Un sogno chiamato Florida» (2017), di Sean Baker

Film quarantena

Anno: 2017
Durata: 115 minuti
Regia/Sceneggiatura: Sean Baker
Interpreti: Brooklynn Prince, Willem Dafoe, Bria Vinaite, Christopher Rivera

Per molti cinefili Sean Baker è “quello che fa i film con l’iphone”. Cosa che è parzialmente vera. Perché sì, Tangerine era un lungometraggio molto interessante diretto con l’iphone 5, ma la sua opera successiva è stata forse ancora meglio. Un sogno chiamato Florida mette parzialmente da parte le sperimentazioni stilistiche (anche se la sequenza finale è comunque girata con un telefonino, per altro in un luogo pubblico e dunque di nascosto), per curare una sceneggiatura molto dolce dedicata alla vita negli scialbi motel antistanti Walt Disney World. La prospettiva è quella di alcuni bambini che vivono con le proprie famiglie in questo lato oscuro del sogno americano, lì dove topolino sembra non voler guardare. Li seguiamo su e giù per questi palazzi, vedendoli trasformare povertà e rovine in castelli, mentre i genitori vivono di fast food, televisione spazzatura e lavoretti (di ogni tipo) per pagare l’affitto. Figura centrale è quella di Bobby, responsabile del Motel e interpretato da un magistrale Willem Dafoe. Non c’è pietismo nel racconto di Baker, semplicemente la ricerca di una storia e di un filtro: quello di chi abita accanto all’universo Disney, avrebbe l’età per volerne fare parte, ma non può e non gli interessa. Un po’ di estetica sundance, da autore che cerca di essere tale, ma non abbastanza per rovinarne la godibilità.

Dove guardarlo: Netflix

Alternativa: restiamo in tema difficili situazioni vissuti dagli occhi dei più piccoli. Re della terra selvaggia, opera prima di Benh Zeitlin. Nel Sud della Lousiana esiste un’America ignorata, esattamente come quella raccontata da Baker. La chiamano La grande vasca, per gli allagamenti dovuti ai cicloni. Qui vive Hushpuppy, bambina abbandonata dal padre malato affinché impari a vivere da sola e diventi la creatura più forte, il re di quelle terre selvagge. Coming of age di mirabile potenza, da godere stringendo il proprio bambino interiore e, infine, lasciandolo andare.

Giorno 16: «Il Filo Nascosto» (2017), di Paul Thomas Anderson

Film quarantena

Anno: 2017
Durata: 130 minuti
Regia/Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Camilla Rutherford

Se tutto prosegue per il meglio, in questo nostro percorso (di divagazioni e sorprese) dovrebbero essere passati 10 giorni dalla visione di Boogie Nights, l’opera prima di Paul Thomas Anderson. Da allora ci si è spostati verso i lidi dell’animazione, nell’eternità dei cult e per qualche perla ingiustamente ignorata. Ora, però, è giunto il momento di arrivare dall’altro lato di una di queste vie: l’ultimo film di Paul Thomas Anderson. Il Filo Nascosto è il film di Anderson forse più classico, più costruito, più curato, ma anche il più simbolicamente pregnante. La storia di Alma (Vicki Krieps) e Reynolds (Daniel Day-Lewis alla sua ultima interpretazione) è quella di un amore malato, costruito tra le righe di una sceneggiatura in cui allegorie, eccessi e cura degli spazi entrano in contrasto. Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) è uno stilista di sovrane, star, dame. Un uomo conosciuto, attento al dettaglio quanto alla cura della propria vita. Una donna per periodo, presa e buttata sino all’arrivo di Alma. Lei a ribaltare questo schema misogino, rivoltando su di lui quell’estetica anaffettiva con cui ammanta tutto ciò che lo circonda. Daniel Day-Lewis è semplicemente maestoso, vestendo abiti che muove come li avesse cuciti lui stesso. Un film di ossessione, mostrata con l’incedere sempre più eccessivo della coppia, quanto in una cura per gli spazi maniacale e sorprendente.

Dove guardarlo: Amazon Prime Video

Alternativa: Daniel Day-Lewis, ancora, ma ne Il Petroliere. Altro film di Paul Thomas Anderson, storia di un petroliere e del figlio, ma soprattutto storia di vizi, egoismi e ambizioni malsane. L’oro nero al centro, ma l’uomo attorno. Film ampio, nella narrazione e nell’immagine, con un aspect ratio pari a 1:2.39, ossia abbastanza grande da farvi sentire la mancanza di una sala in questi giorni di cinema chiusi.

Giorno 17: «La mia vita da zucchina» (2016), di Claude Barras

Anno: 2016
Durata: 66 minuti
Regia: Claude Barras
Sceneggiatura: Céline Sciamma

Ultima tappa d’animazione del nostro percorso. La mia vita da Zucchina è un film francese che ricorda il perché la tecnica stop-motion funga sempre da tema a sé. La storia di Zucchina e dei suoi compagni di orfanotrofio è profonda e coraggiosa. In poco più di un’ora vengono rotti tabù talmente legati alla nostra società da poter essere vissuti nel loro frantumarsi solo in quanto mostrati sotto forma di oggetti (in)animati. Il risultato di una famiglia al collasso non viene nascosto, ma nemmeno posto al vaglio dell’enfasi. Non c’è la ricerca del dramma, anzi, la storia di questi bambini provenienti dalle più difficili storie personali si prende del tempo da dedicare al silenzio, agli sguardi, al respiro. Un film che avanza con la calma gentile di un regista che non cerca risposte. Da vedere senza paura, da vivere con semplice abbandono a tutto ciò che questi bambini in stop-motion possono dirci di ciò che crediamo di sapere o che proprio non conosciamo.

Dove guardarlo: Amazon Prime Video

In alternativa: Dov’è il mio corpo è, proprio come La mia vita da zucchina, la dimostrazione di un cinema d’animazione francese capace di elaborare un immaginario originale. L’originale Netflix diretto da Jérémy Clapin racconta di una mano mutilata in cerca del proprio corpo. Seguiamo la sua ricerca osservandone i flashbacks (inevitabilmente legati alla sfera del tatto) e percependone i sentimenti, in uno strano e funzionante gioco di immedesimazione. Si diventa una parte di sé, vivendo con un montaggio alternato un gioco di sineddoche che arriva a sorprendere. Ingiustamente snobbato durante l’anno passato, Dov’è il mio corpo è meditativo e a volte stupefacente.

Giorno 18: «Quarto Potere» (1941) , di Orson Welles

Anno: 1941
Durata: 119 minuti
Regia/Sceneggiatura: Orson Welles
Interpreti: Orson Welles, Joseph Cotten, Everett, Sloam

Torniamo ai Cult. Torniamo indietro, e per certi versi guardiamo avanti. Sì, perché gli insegnamenti (tecnici, linguistici e tematici) di Quarto Potere di Orson Welles sono lungi dall’essere ancora ripetibili, riformabili con la stessa freschezza e intelligenza. Non a caso Truffaut, citato in apertura, parlava della propria generazione come la prima legata alla visione di Quarto Potere. E in fondo ora siamo tutti figli di Quarto Potere, poiché intrisi in racconti derivati proprio dall’opera di Welles.

La vicenda narra del magnate dell’editoria Charles Foster Kane (Orson Welles) attraverso le indagini di un giornalista deciso a scoprire il significato dell’ultima parola sussurrata dall’uomo: «Rosebud».

Profondità di campo, montaggio, fotografia. La lista delle innovazioni tecniche introdotte in Quarto Potere è ben più lunga di quella dei titoli citati in questo nostro percorso a tappe, ma è forse pari a quello degli insegnamenti in campo sociale, dove Quarto Potere smaschera l’amoralità e l’egoismo del potere.

Dove guardarlo: Amazon Prime Video

Alternativa: come per Il Padrino, non c’è alternativa. Se non l’avete visto, guardatelo. Se l’avete visto, sapete già di doverlo riguardare.

Giorno 19: «Il Sindaco del Rione Sanità» (2019), di Mario Martone

Anno: 2019
Durata: 115 minuti
Regia/Sceneggiatura: Mario Martone
Soggetto: Eduardo De Filippo
Interpreti: Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo

Uscì nelle sale italiane solo 3 giorni, come evento speciale. Eppure l’ultimo film di Mario Martone avrebbe meritato più attenzione. Il film è tratto dall’omonima opera teatrale ideata da Edoardo De Filippo, ed è tra l’altro l’adattamento di una trasposizione teatrale che Martone stesso aveva diretto. Il tutto avviene a Napoli, dove Antonio Baraccano si occupa di fare da mediatore tra la cittadinanza e il sindaco. Tra il potere e quegli «ignoranti» che lui protegge. Un film che racconta la malavita, ma rinunciando a un registro retorico che tra serie e film si sta esageratamente stereotipando. Come ha giustamente sintetizzato a conclusione della propria recensione Valentina Cognini per Frammentirivista: «con questo film che contribuisce a rendere l’opera di De Filippo universale e atemporale, Martone mette in discussione la nostra personale idea di bene e di male, attraverso una storia dai risvolti sorprendenti, perché, come dice Don Antonio, sono solo due le cose certe al mondo: lo specchio e la morte».

Dove guardarlo: RaiPlay

In alternativa: siccome sino a un mese fa, in tempi più sereni, l’Italia è riuscita ad essere al centro dell’attenzione per un suo grande attore, Elio Germano (Orso D’argento al Festival di Berlino 2020), e siccome proprio in un film di Martone Germano diede il meglio di sé, non si può che consigliare Il Giovane Favoloso. Storia di Leopardi, il letterato e l’uomo.

Giorno 20: «Sing Street» (2016), di John Carney

Film quarantena

Anno: 2016
Durata: 106 minuti
Regia/Sceneggiatura: John Carney
Interpreti: Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton, Jack Raynor, Aidan Gillen

Si torna alla musica, con un po’ di adolescenza e molto glamour. Sing Street è un coming-of age ambientato nella metà degli anni ’80 per le strade di Dublino. Conor fonda una band nella speranza di far recitare la ragazza di cui è innamorato come attrice dei videoclip, incarnando il sogno del Brit pop anche se confinato nella periferica Irlanda. John Carney dirige con padronanza l’atmosfera anni ottanta, cercando vibes meno scontati delle solite rielaborazione del periodo e puntando su una dinamica teen musical e comedy che vive dell’alchimia dei suoi attori. Le canzoni restano in testa e il sentimento rivoluzionario adolescente convince, Sing Street, soprattutto se paragonato al precedente Tutto può cambiare , è il piccolo miracolo del suo regista. E un ottimo bagno musicale per noi.

In alternativa: Nowhere boy è la storia di un giovane John Lennon all’epoca del primo incontro con i futuri Beatles. Per gli appassionati della band (tutti quindi) è un film perfetto, pensato sulle atmosfere di quegli anni come radice e motore di un’intera generazione artistica e umana.

Giorno 21: «Non essere cattivo» (2014), di Claudio Caligari

Anno: 2015
Durata: 100 minuti
Regia/Sceneggiatura: Claudio Caligari
Interpreti: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D’Amico

Claudio Caligari è stata una perla tutta italiana. Tre film nell’arco di pochi anni di carriera, tutti, a loro modo, di imprimersi nella storia di un periodo. La prima fu Amore Tossico (1983), per cui si guadagnò il titolo di nuovo Pasolini (mai accettato), poi L’odore della notte (1988), con una rielaborazione tutta personale del noir e infine Non essere cattivo. Ultimo film, uscito nelle sale pochi mesi dopo la scomparsa del suo regista. Protagonista Luca Marinelli, con affianco Alessandro Borghi, nei panni di due amici di una vita tra le periferie romane. Tutta loro la volontà di rivalsa, tinteggiata dai trascorsi cupi dei due, ma soprattutto di quegli spazi urbani che sembrano divorarli. Luci al neon nella fotografia di Maurizio Calvesi fanno di Non essere cattivo un film unico, incapace di essere iniziatore di alcunché, poiché semplicemente figlio di un genio creativo, tristemente scomparso. Di Caligari restano i suoi film, e vanno rivisti e rivisti.

Dove guardarlo: Rai Play

Giorno 22: «Human» (2009),di Yann Arthus-Bertrand

Film quarantena

Anno: 2015
Durata: 188 minuti
Regia/Sceneggiatura: Yann Arthus-Bertrand

Siamo giunti alla fine. Se tutto è andato come previsto dovrebbe essere venerdì 3 aprile. Le ultime ore della quarantena. In questi giorni, forse anche grazie a qualche via cinefila, potremmo esserci sentiti molto lontani, ma anche incredibilmente vicini. Quell’essere parte di un tutto che i viaggi spaziali ci hanno rivelato nel secolo scorso, e che certo cinema documentario ha ripercorso pedissequamente in una ricerca dell’estetica del mondo e dell’uomo. Tra i rappresentanti di questa verità c’è lui, Yann Arthus-Bertrand. Il suo cinema è l’arte del libero racconto, con primi piani su sfondi neutri di uomini e donne di tutte le età invitati a parlare a ruota libera di sé. Si assiste all’alterità, in una sorta di comunione dell’essere umano. Un film da portare con sé, nelle strade, nei rapporti, nella famiglia, nel momento del ritorno alla propria normalità.

Disponibile su: gratuitamente in tutte le lingue sul canale YouTube di Yann Arthus-Bertrand.

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Alessandro Cavaggioni