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Anche la seconda stagione di Vikings: Valhalla non ha niente da dire

6 minuti di lettura

È passato un anno da quando abbiamo recensito la prima stagione di Vikings: Valhalla, sequel Netflix della più fortunata Vikings, ideata e scritta da Michael Hirsch in collaborazione con Jeb Stuart. Da quell’articolo del febbraio 2022 sono però cambiate alcune cose nel panorama seriale: prima di tutto il fantasy, da cui Hirsch deve molto, ha conosciuto una notevole rivitalizzazione a settembre con l’uscita delle attesissime Gli Anelli del Potere e House of the Dragon; la seconda è che, più o meno nello stesso periodo, Boris 4 fa terra bruciata intorno a sé e mette alla cortina di ferro le produzioni da piattaforma che hanno poco da mostrare. Vikings: Valhalla, arrivata alla sua seconda stagione e disponibile su Netflix dal 12 gennaio 2023, è una di queste produzioni.

La nuova stagione ha dovuto così affrontare due evidenti sfide: la prima, e quella più scontata, è di saper portare qualcosa di nuovo, o quanto meno avvincente, nel panorama del fantasy storico, scopo che si complica considerando la pesante discendenza di Vikings, troppo iconico per essere imitato. La seconda è di essere in grado di mostrare di più e dire di meno, un compito richiesto all’arte della visione oggigiorno da non dare così per scontato. In fondo, la televisione è una brutta bestia, molto meglio se lo dimo.

Dov’eravamo rimasti con Vikings: Valhalla?

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La storia articolata in appena otto episodi, come la prima stagione, va avanti tentennando. I nuovi vichinghi cristiani sono riusciti a impossessarsi di Kattegat, città nel cuore dei fiordi norvegesi, con la conseguenza che quelli rimasti fedeli alla religione norrena vengono perseguitati e costretti alla clandestinità.

La Novergia non ha ancora un suo re, e il suo erede al trono, Harald Sigurdsson (Leo Suter), è costretto a fuggire e ripiegare su Novgorod, la leggendaria città dei Rus alle sorgenti del Dnepr. Da lì partirà per un nuovo viaggio per trovare e recuperare vecchie forze che lo aiutino a riprendere il potere nella sua terra natia.

L’anno scorso avevamo scritto che Vikings: Valhalla funzionava poco per via di uno sviluppo prolisso, tanto da far sembrare la visione della prima stagione come un lungo “trailer della storia”. Nulla è cambiato, tutto è fermo, niente viene mostrato, ma in compenso i dialoghi sono molti e le storie di potere, immensi vichinghi dai ritratti mitologici, lasciano il posto a scappatelle amorose e drammi al limite del gossip.

Una serie tv decisamente frustrante

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La seconda stagione di Vikings: Valhalla conferma così le riflessioni sulla prima, ma la produzione di prometteva già agli antipodi (addirittura da alcune stagioni della stessa Vikings) di superare il sostrato onirico della serie originale.

C’è da chiedersi, insomma, che cosa si stia guardando e addirittura se fosse veramente necessario, a questo punto, continuare Vikings: Valhalla sfruttando la popolarità del suo predecessore. Il buon scompartimento tecnico, fedele a Hirsch, rimane sicuramente una garanzia; e in un mondo dove si prediligono esplosioni artificiali di vulcani in cgi, fa scendere una lacrimuccia malinconica la decisione di costruire interi set di città e porti in studi all’aperto. Tuttavia, la buona messa in scena non riesce, pur sforzandosi anche con qualche virtuosismo di camera, a trovare adesione con una sceneggiature e dei dialoghi decisamente vuoti.

Oltre che non aver nulla da mostrare, non ha nulla da dire. Ecco come possiamo riassumere in una frase la nuova stagione di Vikings: Valhalla. È qualcosa di doppiamente frustrante: niente di visivo e carnale, nessuna battaglia contemplativa, lo spettacolo metafisico della lotta è assente, viene completamente eliminata l’estetica della religione che avvolgeva, invece, tutte le vicende narrate in Vikings; e nel mentre che si vede poco o nulla, viene raccontata una storia banale, noiosamente terrena e che tiene incollati solo nelle poche, pochissime, scene d’azione.

Vikings: Valhalla senza il Valhalla

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Di quello che dovrebbe essere un volo pindarico su una realtà parallela alla nostra, non rimane che un eco insistente. Come un ronzio perenne, Vikings: Valhalla dichiara inconsapevolmente il suo tramonto: dopotutto, cosa si può ancora dire di una storia già coraggiosamente narrata su più livelli? Quanto ancora bisogna sfruttare un’oca dalle uova d’ora che ha smesso di farle?

In realtà, Vikings era riuscito a fare quello in cui pochi avevano osato, ovvero trasmutare la settoriale e impegnativa narrazione sulla mitologia vichinga in qualcosa di più accessibile e, soprattutto, dai contenuti intrattenutivi. Questo amore per il genere non è però completamente finito, lo dimostra in fondo il notevole interesse che nella cultura di massa ha incominciato a prendere piede, da The Northman di Robert Eggers al videogioco Elden ring.

È quindi Vikings: Valhalla che sa di vecchio e superato, ed è Netflix stessa che dovrebbe avere il coraggio, e il buon senso, di virare il proprio timone verso altre inesplorate destinazioni.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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