Una scena del film Fucktoys di Annapurna Sriram, in cui la regista interpreta AP, una giovane sex-worker di una fittizia cittadina americana che deve guarire da una pesante maledizione.

TFF 43 – Fucktoys, benvenuti a Trashtown

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9 minuti di lettura

Trashtown è geografia di nome e di fatto, un universo memabile, una distopia stravagante ma attuale, stracolma di spazzatura anni ’90 in cui cadere, e per questo, a differenza del reale, rimanere persi per sempre, contratti e abbreviati nei nomi come nelle esistenze. Presentato in Concorso al 43° Torino Film Festival, Fucktoys, esordio alla regia dell’attrice americana Annapurna Sriram, è un viaggio pop più divertente e meno serioso di Megalopolis di Francis Ford Coppola, ma con la stessa volontà colossale, di essere macrocosmo completo nella sua sconfinata ipertestualità, che sperimenta artigianalmente con forme e linguaggi, citando e giocando persino con l’anarchia della Nouvelle Vague.

Fucktoys ha vinto il Premio per la miglior interpretazione (Sadie Scott) al 43 TFF.

Fucktoys, una città che condensa l’America del caos

Una scena del film Fucktoys di Annapurna Sriram, che racconta di una fittizia cittadina americana, Trashtown, piena di kitsch e caos, con i colori pastello e le luci glitter

A Trashtown AP (la regista stessa Annapurna Sriram in un incrocio di volto tra Amy Winehouse e Lady Gaga) è una giovane sex-worker part-time convinta che l’universo ce l’abbia con lei. Una cartomante (cameo dell’icona della musica Big Freedia) le diagnostica una maledizione, come un cancro al quarto stadio traslato alla magia nera, la cui unica cura per guarire prevede mille dollari di parcella e un agnello sacrificale da immolare al cielo. Senza nulla in mano e derisa dalla madre, AP si ricongiunge per caso a Danni (Sadie Scott), sua impavida e ribelle “fiamma gemella” che non vedeva da tempo.

Insieme, in un viaggio improvvisato a bordo di uno scooter raffazzonato alla meglio, s’imbattono in incontri grotteschi e allucinati di ogni tipo e sostanza, in una sorta di farsesca rielaborazione (ma con lo stesso grado di sperimentalismo) di Cléo dalle 5 alle 7 di Agnès Varda: lì era il continuo vagare urbano, una sconvolgente lettura dei tarocchi che nell’incipit dal colore passava al bianco e nero, in un tempo di paura e di attesa ribaltato, che in Fucktoys è invece frammentato e non più reale, in cui reinventare e ritrattare sempre la femminilità.

Dai prestanti poliziotti mezzi nudi armati di frusta come nelle illustrazioni omoerotiche di Tom of Finland a uno sconfinato campionario di vecchi uomini malati di sesso, che a volte diventano clienti-amici padri di famiglia «fondamentalmente gay», più spesso sono mostri dalla voce dolce e le movenze gentili, ma impotenti se non ricorrono alla violenza. E poi feste «nello spirito dell’abbondanza», donuts con cui sporcarsi la faccia di zucchero, dense granite colorate versate su pelosissimi tappeti rosati. Ma il centro ideologico di Fucktoys è proprio Trashtown, cittadina dall’imprecisata determinazione geografica, da qualche parte in un’America alla deriva e senza controllo, piena di caos e dei residui di un’industrializzazione capitalistica sull’orlo del fallimento che promette però ancora miracoli e illusioni.

Sadie Scott interpreta l'impavida e ribelle Danni in Fucktoys di Annapurna Sriram

Al solito American Dream, Fucktoys ne preferisce una versione scollacciata, avvezza alle occasioni mancate, in cui lasciar prendere polvere e fango alle mille opportunità. Proprio per questo forse la casa di AP si staglia all’aperto, senza alcuna parete a contenerla, con la vasca messa a fianco allo specchio a riflettere la luce del sole pieno. Nel frattempo, sullo sfondo di una Trashtown infiammata di pozzi petrolifieri brucianti, gli operatori ecologici con le loro tute sterili anticontagio grattano via la sporcizia per spostarla poco più in là dei loro piedi, senza che nulla cambi, la stessa sensazione costante di pericolo, di essere fuori posto, fuori tempo massimo.

AP e Danni (con il volto insanguinato nelle sembianze di una moderna vampira punk appena uscita dall’ennesimo fight club) girano per la città di Fucktoys come Barbie nel film omonimo di Greta Gerwig entrava nella sua reggia a bordo della sua finta macchinina di plastica, oltre una scenografia appena abbozzata con il cartone: strabordante rosa pastello, i cieli disegnati con l’acquerello, gli zoom violenti e i glitter sbrilluccicanti ai margini dell’inquadratura, in una creatività kitsch e consumistica.

Fucktoys, il camp oltre le immagini

Come nel cinema di John Waters, di cui Annapurna Sriram riprende temi, tendenze e ispirazioni, anche in Fucktoys emerge vibrante quell’America di «cattivo gusto», volgare fin dal titolo (“fucktoys” è una storpiatura del “fuckboy“, nello slang inglese un “playboy da quattro soldi”, convertito qui a onanistico feticcio), che ha rovesciato i classici valori borghesi, normalizzando eccesso e perversioni di ogni tipo. L’erotismo si è rotto, i santoni hanno preso le vesti di drag queen che leggono le carte in mezzo alle paludi, AP stessa è talmente abituata a ragionare per denaro, fasce di reddito e assicurazioni sanitarie che quando rimorchia un ragazzo a una festa è convinta di doverlo pagare.

Si respira insomma quell’estetica camp, aggregativa di gusti e sensibilità oblique, pura giustapposizione di registri agli antipodi, che già negli anni ’60 era stata intercettata da Susan Sontag come questione epocale, ma allo stesso tempo per sua stessa natura anche elusivamente indefinibile («È amore per l’eccessivo e l’eccentrico, per le cose-che-sono-ciò-che-non-sono»1). Il camp si è tramandato fino a oggi attraversando, come in Fucktoys, il contemporaneo, mantenendo però ancora sempre quel carattere inafferrabile e inspiegabile capace di deformare il mondo in un teatro artificioso dell’assurdo che, per riprendere di nuovo Sontag, «vede tutto tra virgolette»2.

Anche in Fucktoys permane quello stesso sguardo prospettico e prismatico che non solo sospende il giudizio, ma ne moltiplica il senso, fino a trasfigurarlo e travestirlo, sublimando il kitsch in uno srotolamento di segni rimasti senza natura, in «un irriducibile eccetera» che fin dall’alba della sua genesi si è intrecciato ai racconti queer più personali3. La maledizione a cui AP sembra condannata non rappresenta allora solo la manifestazione più infelice della sfortuna, ineliminabile anche con le migliori scongiure, ma è più verosimilmente un trauma generazionale ricorrente, che qualcuno, e più di uno, vorrebbe far passare come difetto del singolo, l’errore umano con la sua targhetta di prezzo.

Una scena del film Fucktoys di Annapurna Sriram, in cui la regista sperimenta con generi e forme cinematografiche, in un miscuglio creativo di colori, silhoutte e riferimenti stralunati

L’approccio sfrenato ed esuberante di Annapurna Sriram riempie così le inquadrature 16 mm di significanti oltre che di significati, con una voglia smodata di sperimentare giocando con la macchina da presa, in un miscuglio di riferimenti stralunati, incollati in montaggio da light leaks su pellicola, che da Agnès Varda (la già citata apertura con i tarocchi inquadrata pari pari come in Cléo dalle 5 alle 7, l’affetto femminile che supera il tempo come in Una canta, l’altra no) arrivano al degrado estetizzato di Harmony Korine, al mistero ipertestuale da risolvere di David Robert Mitchell.

Fucktoys racconta di corpi che in quella continua ed esplosiva tempesta di ri-significazione non riescono mai a farsi contenere da un singolo sogno e immagine, ma sono contemporaneamente tutti e tutto nello stesso momento, fluidamente immersi in un mare gender-neutral di libertà. L’artificio è la prova giuridica di un atto di creazione. Se la realtà non basta, bisogna inventarla, con la creatività stramba e sghemba che il miglior cinema indipendente americano possa immaginare. Imperdibile.


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  1. Susan Sontag, Note sul «Camp», in Contro l’interpretazione e altri saggi, Nottetempo, 2022 ↩︎
  2. Ibid. ↩︎
  3. per approfondire Fabio Cleto, PopCamp Vol.1-2, Marcos y Marcos, 2008 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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