Ormai come da tradizione la nostra settimana di Cinema Ritrovato si conclude con una carrellata di titoli che esprimano lo spirito più sincero del festival: pellicole che si credevano perdute, restaurate e rimesse al centro dell’attenzione festivaliera e di settore.
Proprio come gli anni scorsi, questa selezione mira ad essere un crogiolo di auto-narrazioni internazionali, scelte oltre che per il loro valore cinematografico anche per l’intrinseco merito di portare sullo schermo punti di vista che raramente sono arrivati all’ampio pubblico cinematografico.
Dallo Sri Lanka, alla Tunisia, dall’Iran al Messico quest’anno buona parte dei titoli qui discussi vengono dalla rassegna Cinemalibero, che ad ogni edizione del Cinema Ritrovato racchiude film provenienti dalle cinematografie più remote della Terra. Speriamo che questi titoli possano stimolare a sufficienza la vostra curiosità al punto da cercare di approfondire tutte queste voci a noi tanto nuove!
The Girls / Gehenu Lamai (Sumitra Peries, 1978)

La storia del cinema è stata tradizionalmente dominata da punti di vista maschili. Non per una mancanza di talenti femminili o per una particolare propensione maschile alla macchina da presa, ma piuttosto come sintomo di una continua oppressione degli uni verso le altre. A maggior ragione è difficile incappare in voci femminili appartenenti a cinematografie che hanno faticato a svilupparsi tanto quanto quelle più affermate.
Si tratta a proposito del caso singalese della regista Sumitra Peries, che con il suo capolavoro The Girls gettava luce sia sulla condizione della donna in Sri Lanka, sia sul generale stato di salute economica del paese. Alla fine degli anni Settanta il paese stava ancora facendo i conti con il suo passato di colonia: prima i Portoghesi, poi gli Olandesi ed infine i Britannici avevano fatto dell’isola un loro possedimento.
Con una regia leggerissima, fine nei movimenti e dagli ottimi tempi scenici, Peries riesce a mescolare elementi romantici, di formazione e critica sociale con particolare disinvoltura in un racconto reminiscente del Piccole Donne di Louisa May Alcott. Con personaggi sempre incastonati in o parzialmente coperti da una folta vegetazione la regista riesce ad attribuire un palpabile senso di urgenza al giovane amore che racconta, come se ad osservarlo fosse un terzo incomodo nascosto fra le frasche, pronto a riferire tutto agli adulti.
Divisi dal sesso, dalla classe e dal livello di istruzione, i due amanti hanno solo loro stessi per potersi confrontare sul pericolo di disoccupazione incontro a cui l’intero paese va incontro. Accompagnato da un’ottima colonna sonora originale, il film comunica una visione artistica di grande chiarezza, capace sia di far sentire le farfalle nello stomaco, sia di ghigliottinare al momento opportuno le speranze di qualsiasi spettatore.
L’uomo di cenere / Rīḥ as-sadd (Nouri Bouzid, 1986)

Salvato per i capelli da Il Cinema Ritrovato e da Mohamed Challouf, L’uomo di cenere è un film tunisino che vinse il premio Un Certain Regard a Cannes nel 1986: racconta della solitudine interiore di due ragazzi, Hachemi e Farfat; nel loro passato si annida qualcosa di oscuro che impedisce ad entrambi di vivere in società come età e genere gli consentirebbero di fare.
Caratterizzato da un meraviglioso montaggio sperimentale e da una elegantissima regia, il film gioca innanzitutto sulla prospettiva: tradizionalmente associato agli horror ed ora abusato da internet, il concetto di POV dovrebbe indicare una ripresa in soggettiva, realizzata simulando il movimento degli occhi del personaggio. La camera di Bouzid si identifica spesso con Hachemi, sovrapponendo il suo punto di vista sia letterale che privato, popolato da figure plasmate dalla memoria del trauma.
Facili i paragoni con Amarcord di Fellini, il film parla di politica e sfera privata contemporaneamente: girato poco prima del colpo di stato che porterà al potere i militari tunisini nel 1987, L’uomo delle ceneri contiene anche riflessioni estremamente moderne sulla cultura LGBTQ+.
La potente tesi del film è che la memoria stessa sia composta da ceneri: fa male toccarle e sono parti minime di un insieme ormai andato distrutto. I “bruciati” frammenti che arrivano allo spettatore sono marchiati in modo indelebile dal fuoco della memoria: il trauma può venire affrontato solo in due modi nella società patriarcale della Tunisia. O con un letterale esorcismo o con l’espressione artistica.
Nel film a rappresentare queste possibilità opposte, sono tre figure che hanno del mitologico, forse tutte frutto della memoria consumata di Hachemi: una vecchia curatrice, vassalla della società dominante, un anziano maestro di musica, che però si addormenta ascoltando le confessioni inconfessabili del protagonista, e infine la vegliarda matrona di un bordello: solo la femminilità nella sua più assoluta estremizzazione può comprendere e, forse, curare il dolore che Hachemi si porta dentro.
El Grito (Leobardo López Aretche, 1968)

Il primo verso dell’inno messicano è “Mexicanos, al grito de guerra“. Questo documentario vi fa direttamente riferimento non solo tramite il titolo ma anche con la diretta inclusione della suddetta musica nel montaggio: è proprio un grido quello levato dal collettivo di studenti universitari che scelsero nel ’68 di documentare le grandi proteste che interessarono il paese ed i successivi massacri perpetrati dalla polizia su mandato governativo.
Progetto corale ascrivibile al guerrilla cinema tanto diffuso in quegli anni, El Grito vive di alcune interessanti peculiarità: prima di tutto il diretto coinvolgimento nella scrittura della giornalista Oriana Fallaci, che prese parte alle proteste e arriva a fornire un dettagliato resoconto degli abusi che ha sofferto per mano della polizia messicana.
In secondo luogo, la natura tecnica dell’opera, girata da operatori non professionisti e spesso ridotti a doversi arrangiare senza sapere come effettivamente usare una camera: il suono è infatti raramente in presa diretta, ed è stato per lo più creato nella fase di montaggio. Nonostante questa scelta sia chiaramente dovuta a limiti tecnici, l’asincronia fra voci che leggono discorsi o denunciano soprusi e le immagini del movimento studentesco conferisce a quelle parole un che di universale, come se le idee espresse echeggiassero nel tempo ben oltre i corpi che le hanno inizialmente declamate.
Sempre alle difficoltà tecniche è legata la felice scelta di ritrarre la polizia e le sue violenze solo tramite immagini fisse: passa in qualche modo l’idea che quella fetta di popolo sia calcificata, immobile e inamovibile di fronte alle richieste dei cittadini. Certamente la visione non è facile, ma allo stesso tempo risulta particolarmente arricchente per chi è interessato alla storia dell’America Latina.
The Postman / Postchi (Dariush Meherjui, 1972)

Il cinema iraniano ha da sempre saputo ritagliarsi un posto in prima fila nella cinematografia mondiale: anche la recente vincita a Cannes del regista Jafar Panahi lo ha dimostrato. Dariush Meherjui è stato il punto di svolta: col suo delirante The Cow (1969) ha aperto la strada al cinema iraniano legato alla rivoluzione che giusto un decennio dopo sarebbe esplosa nell’abbattimento del regime dello scià.
The Postman è un adattamento del Woyczek di Georg Büchner, ambientato in un remoto villaggio iraniano: il protagonista è Taghi, un uomo impotente che viene tradito dalla moglie e sfruttato dalla società di cui fa parte. Sullo sfondo della sua alienante esistenza, il regista pone lo scontro fra moderno capitalismo e tradizionale feudalesimo: il risultato è che nel passaggio da un sistema all’altro chi ci rimette è sempre l’uomo medio, che finisce per dover risolvere ad un metaforico e degradante “ritorno alla natura” pur di sopravvivere.
La regia è affilatissima, ricca di soluzioni satiriche e sapientemente messe in scena, specialmente il sound design riflette meravigliosamente la crescente psicosi del protagonista: numeri vengono ripetuti ossessivamente insieme a minacciosi cori e disturbanti suoni metallici, come se l’accumulo di “roba” fosse proprio sia dei signori feudali e delle loro pecore, sia dei nuovi e spietati imprenditori.
A voler fare confronti, The Postman ricorda molto da vicino due film in particolare: L’angelo sterminatore (1962) di Luis Buñuel e Il maestro di Vigevano (1963) di Elio Petri; del primo prende l’immaginario surrealista e il montaggio sperimentale, del secondo la feroce vena satirica. Il risultato è un film degno di essere riscoperto e riapprezzato.
Winter Kept Us Warm (David Secter, 1965)

Winter Kept Us Warm è stato il primo film apertamente queer prodotto in Canada. Si tratta della delicata storia di amicizia fra due ragazzi, vissuta durante i loro anni al college insieme. Girato con uno stile leggerissimo, fatto di camera a mano e bassissimo budget, quello che eleva il film è proprio la pacatezza con cui procede: nonostante la corta durata – poco più di un’ora e venti – il film si prende tutto il tempo necessario per far sì che i silenzi, gli sguardi e le chicchere dei due protagonisti trasmettano tutto l’impatto emotivo di una storia d’amore impossibile.
Oltre a questo stile grezzo, chiaramente ispirato alla Nouvelle Vague di quegli anni, Winter Kept Us Warm guarda anche alla cosiddetta Rive Gauche del cinema francese: vi sono infatti elaborati montaggi di immagini fisse che ruotano, si muovono ed espandono, esattamente come nei film di Chris Marker e Agnès Varda.
L’incontro fra la giocosità stilistica e la drammaticità dei contenuti – sottolineata dal titolo, una citazione da La Terra Desolata di Eliot – anticipa di moltissimo la filmografia di Xavier Dolan: più di ogni suo altro film il paragone con Winter Kept Us Warm funziona in relazione a Les Amours Imaginaires, nel quale l’intera vicenda si svolge attorno ad un triangolo amoroso.
La visione è consigliata a chiunque cerchi un racconto più sfaccettato e allusivo che classicamente narrativo. Tutto il bruciante amore che uno dei due ragazzi prova per l’altro è espresso attraverso leggeri ammiccamenti, sguardi, piccole soluzioni recitative che rendono la narrazione secondaria alla messa in scena: non si può certo dire che succeda molto nel film, ma il modo in cui lo spettatore è invitato a partecipare alle feste, alle lezioni e alle attività di questo college canadese riesce indubbiamente a comunicare molto senza l’utilizzo di discorsi o azioni evidenti.
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