Inquadratura in silhouette di All'ovest biente di nuovo di Lewis Milestone

Il cinema umanista di Lewis Milestone

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17 minuti di lettura

Una delle rassegne più consistenti del Cinema Ritrovato è stata quella dedicata al regista statunitense Lewis Milestone. Il nome di Milestone è associato a All’ovest niente di nuovo (1930) e Colpo grosso (1931), titoli che forse da soli dicono poco, ma che diventano subito familiari se si pensa ai loro remake: Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) e Ocean’s 11 (2001) . La rassegna di 14 film curata da Ehsan Khoshbakht è stata illuminante per scoprire un regista capace di affrontare molteplici generi e far emergere sempre ciò che gli stava a cuore: la profonda umanità dei suoi personaggi.

La peotica di Milestone e il parallelo con altri autori cinematografici

Milestone nasce nel 1895 nell’attuale Moldavia e nel 1912 decide di partire per gli Stati Uniti per intraprendere la carriera nel cinema. La sua gavetta inizia durante la Prima Guerra Mondiale, quando viene inviato al fronte con il compito di realizzare riprese documentaristiche dell’esercito americano. Negli anni ’20 esordisce nel cinema muto hollywoodiano con film come Notte d’Arabia (1921) ed Eden Palace (1921). Da lì la sua carriera decolla, portandolo a diventare uno dei registi più importanti della Golden Age di Hollywood.

Il successo di Milestone è segnato negli anni ’30 dalla vittoria di due Oscar per la miglior regia (Notte d’Arabia e All’ovest niente di nuovo). Purtroppo arriva presto anche il suo declino: durante la Seconda Guerra Mondiale la commissione per l’attività anti-americana lo inserisce nella cosiddetta “lista grigia”, dove non gli è vietato fare film, ma è comunque visto di cattivo occhio dai produttori. Film come La bandiera sventola ancora (1942), Fuoco a oriente (1944) e Salerno, ora X (1945) mostrano il fronte da molteplici punti di vista, esprimendo anche una certa critica all’eccessivo fervore interventista statunitense.

All'ovest niente di nuovo di Lewis Milestone

Milestone è stato un regista capace di raccontare gli Stati Uniti in tutte le sue sfaccettature, sia dall’interno che dall’esterno. Anche se i suoi film si svolgono in Norvegia, Francia o Italia, i personaggi mantengono un cuore americano. È un contrasto bizzarro ma funzionale: atteggiamenti americani in terre straniere hanno creato empatia, da parte del pubblico statunitense dell’epoca, verso persone e situazioni realmente esistite. Il suo lavoro risuona ancora oggi per l’oggettività (mai indifferenza) con cui racconta storie di personaggi catapultati in situazioni estreme, che cercano di mantenere una bussola morale salda sempre e comunque.

Simile a Milestone è la poetica di Ernst Lubitsch, anch’egli regista di origini europee, fortemente influenzato dalle proprie radici e dal contrasto con l’appartenenza agli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale. Un regista moderno che lavora in modo simile è Martin McDonagh, la cui prospettiva varia costantemente insieme alla narrazione filmica. Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) funziona proprio perché racconta le ingiustizie giudiziarie negli Stati Uniti da una prospettiva esterna. Allo stesso modo, Gli spiriti dell’isola (2020) torna nella patria di McDonagh, l’Irlanda, dopo una lunga assenza, acquisendo così una cornice più ampia di interpretazione degli eventi.

Tra cinema muto e varietà di generi

Due film della rassegna spiccano per quanto riguarda il cinema muto: Eden Palace (1921) e The Racket (1928). Il primo, oggetto anche di un incontro sul restauro, è una classica storia romantica di ascesa sociale. Il secondo è un gangster movie di tutto rispetto, tra i primi (forse il primo) a rappresentare un gruppo di criminalità organizzata italiana. Eden Palace racconta la storia di Toni, giovane e naif, che scappa di casa per realizzare il sogno di diventare cantante lirica. Ingannata, finisce a lavorare in un locale di varietà dove rischia di essere violentata da un cliente. Scappa con la sarta Rosa e, attraverso una serie di fortunate coincidenze, incontra il ricco Richard, che si innamora di lei.

Richard e Toni in Eden Palace

Il film possiede ovviamente una sensibilità diversa da quella odierna: per esempio, la fine della scena di stupro è risolta con una battuta. Contestualizzato nel suo tempo, Eden Palace appare molto moderno, sia per la messa in scena sia per le tematiche: Toni e Rosa sono due donne sole che trovano modi virtuosi per sopravvivere in una società che le ha abbandonate. Vi sono anche delle momenti scandalosi per il 1928 (come quella di Toni in camicia da notte), però privi di male gaze, che piuttosto aiutano Toni a riprendersi la scena. La regia è molto delicata: alla scena dello stupro vengono alternate inquadrature di auto che girano vorticosamente fuori dal locale, trasmettendo il senso di squilibrio di Toni.

The Racket, allo stesso modo, è dotato di un’incredibile modernità: la molteplicità delle trame e la scrittura approfondita dei personaggi sono perfettamente equilibrati. I fili narrativi che Milestone manovra con cura si ricongiungono con successo e credibilità nel finale. Il film pone chiaramente le basi per il gangster movie degli anni ’30, come l’emblematico trio composto da Scarface, Nemico pubblico e Piccolo Cesare. Ha inoltre influenzato registi della Nuova Hollywood come Martin Scorsese e Brian De Palma, soprattutto per l’atmosfera italo-americana dei loro film. Con questo film appare già chiara la policizzazione che avrebbe contraddistinto tutta la filmografia di Milestone: The Racket, per la rappresentazione della polizia come corrotta dalla malavita, fu bandito a Chicago all’uscita.

The racket di Lewis Milestone

Il cinema di guerra di Milestone e il nuovo umanesimo

All’ovest niente di nuovo (1930) è indubbiamente il capolavoro di Milestone, apertamente anti-guerra e pacifista. Ma la rassegna di quest’anno ha avuto il merito di far riscoprire altri film degli anni ’40 che meritano uguale attenzione. Alcuni più interventisti, coerenti con il clima di propaganda dell’epoca, ma comunque imprescindibili per capire il conflitto mondiale a tutto tondo, dagli Stati Uniti alla Scandinavia, dall’Europa all’Oriente.

Questi lavori di Milestone sono chiaramente americani, integrati nel sistema hollywoodiano con una certa reliance sullo star system, e mostrano una rappresentazione di popoli esterni agli Stati Uniti piuttosto superficiale. Il cuore dei personaggi e delle città è sempre occidentale, nello specifico statunitense. La città norvegese di La bandiera sventola ancora (1943) non si discosta molto dalla Salerno di Salerno, ora X (1945). Milestone non mira a una rappresentazione onesta della nazioni e della guerra con tutte le sue specificità, ma usa le città come sfondo per una prospettiva globale, dove i personaggi esplicitano il suo punto di vista sul conflitto.

Salerno Ora X di Lewis Milestone

La bandiera sventola ancora racconta la rivolta degli abitanti della sconosciuta città norvegese di Trollness. Milestone dipinge un mosaico di personaggi diversi, tutti con motivazioni forti, con cui lo spettatore non può non empatizzare. I nazisti sono rappresentati come spietate macchine da guerra: uccidono un innocuo vecchio e gettano i corpi dei propri compagni caduti per farsi strada. La comunità di Trollness esprime le varie prospettive con cui ci si poteva porre di fronte al conflitto. La scena in chiesa mostra lo scontro tra chi vuole restare neutrale per paura o interesse personale e chi invoca l’unità e l’azione. Trionfa la visione interventista, quella che vede la comunità come un corpo unico, pronto a a combattere con fiducia reciproca.

Arco di trionfo (1948) è un momento di riflessione tra le due guerre mondiali. Emblematica è la sequenza iniziale con i soldati, ognuno perso nel proprio incubo personale: brevi flash mentali che raccontano l’orrore senza mostrarlo apertamente. È un film sul post-traumatico, su come la guerra continui a vivere dentro chi l’ha vissuta, girato però in un momento in cui c’era la consapevolezza che, nonostante tutto, vi era stata un’altra guerra: dagli orrori della prima, ancora presenti nelle menti di tutti, non si era appreso nulla. Il film richiama Casablanca in molte sfaccettature: dalla protagonista Ingrid Bergman alla turbolenta storia d’amore con Charles Boyer.

La bandiera sventola ancora di Lewis Milestone

La fotografia valorizza la Bergman come una statua scolpita nel marmo, con labbre setose e sguardo mozzafiato. La chimica tra gli attori regge una buona parte del film; la sceneggiatura è invidiabile, con un gioco di setup e payoff che accompagna fino alla fine del film. Milestone fa oscillare il tono di Arco di trionfo tra tragico e ironico con perfetto controllo, senza sbilanciamenti che allontanino lo spettatore dalle vicende o dai personaggi, dotati tutti di personalità forti e ben delineate.

La memoria è il cuore del film. Ravic, il protagonista, dimentica le cose quotidiane ma ricorda nitidamente le vicende della Prima Guerra Mondiale. I suoi occhi si illuminano quando incontra per caso Hakke, il suo torturatore di guerra. La sua ossessione non è vendetta, ma il disperato bisogno di cancellare un ricordo che lo tormenta. Sa che ucciderlo non cambierà il passato, eppure lo cerca ancora, perché il trauma lo perseguita, e avere di nuovo una pistola gli dà un senso paradossale di tranquillità.

Arco di trionfo di Lewis Milestone, a sinistra Ingrid Bergman

La narrazione disincantata della Grande Depressione

Milestone racconta abilmente gli Stati Uniti durante un periodo che appartiene esclusivamente a questa nazione: la Grande Depressione. Il cavallino rosso (1949) e Uomini e topi (1939) la raccontano in modo profondamente diverso, ma ugualmente eccellente. Questi due film segnano anche un piccolo sodalizio di Milestone con lo scrittore John Steinbeck. The Red Pony sembra a prima vista un film minore rispetto agli altri di Milestone, forse più infantile per la tematica o per il Technicolor che, invece di scavare nelle ombre dei protagonisti, esalta la gioia e la saturazione dei colori. Il film è un racconto di formazione che segue il piccolo Tom, cui viene regalato un pony rosso, di cui cercherà di prendersi cura attraverso varie disavventure.

Il film appare come un classico per l’infanzia che mostra la meraviglia dello sguardo del bambino. Vi è però anche una forte riflessione sull’infanzia in quanto Tom, inizialmente immerso nel suo mondo fantastico, diventerà adulto non solo per la responsabilità verso il cavallino, ma anche attraverso il confronto con la realtà della morte. Il film ha un tono giocoso, a metà tra uno sceneggiato RAI e La casa nella prateria. Allo stesso tempo, attraverso i dialoghi degli adulti attorno a Tom, mostra il cambiamento della società americana: dalla classica fattoria si passa alla gentrificazione, a un’epoca in cui i cowboy, simbolo del sogno americano e della frontiera, non esistono più. Tutto ciò che si poteva conquistare è ormai già preso.

Il cavallino rosso di Lewis Milestone

Infine, Uomini e topi è uno dei più bei restauri di questa edizione del Cinema Ritrovato e uno dei capolavori di Milestone. Il colore marroncino della pellicola ci immerge completamente nell’epoca della Grande Depressione, anticipando quella color correction ricercata dai Coen in Fratello, dove sei? (2000), ma qui già parte integrante del film. La storia segue due girovaghi statunitensi, George e Lennie, che trovano lavoro come braccianti stagionali. Il loro sogno è guadagnare abbastanza per comprarsi un pezzo di terra, ma la strada verso l’indipendenza sarà ardua.

Il desiderio di possedere terra, una casa e un lavoro è ciò che si è evoluto nel sogno americano corrotto, argomento affrontato ancora oggi da film come The Brutalist (2025) ma qui rappresenta una speranza per chi vive la depressione: riconquistare la propria autonomia senza dipendere da nessuno, vivere liberi perché si possiede il terreno sotto i propri piedi. Il film esalta e allo stesso tempo distrugge il sogno americano: ogni uomo ha diritto a “vita, libertà e la ricerca della felicità”, ma Milestone, mentre racconta questa storia dolceamara, è permettamente cosciente che il tempo della scoperta, del West da conquistare, è ormai terminato.

Niente come il finale di Uomini e topi dice che non è rimasto più nulla: possiamo solo contare sulla fratellanza, sugli uomini accanto a noi. Ma il mondo non è più semplice come un tempo: ogni giorno corriamo di più il rischio di rimanere soli. Così Milestone lascia lo spettatore con un accenno di speranza: un autore né ottimista né pessimista, che invita sempre a liberarci dall’individualismo per conoscere, incontrare e apprezzare gli altri. Un regista che, più di ogni altro, ha saputo mettere in luce l’umanesimo come un valore imprescindibile e fondamentale, specialmente nei momenti in cui la fiducia tra gli individui, che si tratti del fronte di guerra o di una piccola comunità, viene messa alla prova.

Uomini e topi di Lewis Milestone

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Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

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